Alexandre Dumas (padre).
...
.
...
Edoardo Terzo.
Parte 2.
...
.
...
Traduzione di: Carlo Zanobi Cafferecci.
1857. Stamperia del Fibreno, NAPOLI.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
PARTE SECONDA. IL VOTO DELLA VENDETTA.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
PARTE SECONDA. IL VOTO DELLA VENDETTA.
...
.
...
Capitolo 1.
...
.
...
Gettiamo adesso uno sguardo addietro e cerchiamo chi fosse quel Roberto d'Artois che abbiam veduto sul principio di quest'istoria deporre innanzi al re l'airone sul quale i voti furono fatti. Vediamo qual era la causa dell'odio del re Filippo per lui, e quali erano state dal canto suo le ragioni di vendetta contro il proprio re; dal perch Roberto d'Artois ha rappresentato omai una gran parte ne' passati avvenimenti, e ne rappresenter una non meno importante in quelli che seguiranno.
Quel Roberto d'Artois era nipote di Roberto primo, soprannominato il Buono ed  il Valoroso, il quale era terzogenito di Luigi ottavo, e segu suo fratello, S. Luigi in Egitto. Questi fu ucciso alla battaglia di Mansurah, che data avea malgrado la promessa fatta al re di aspettarlo dopo aver passato il Nilo.
Codesto Roberto non ebbe figlio maschio se non dopo la sua morte. Questo figlio fu Roberto secondo che segu la seconda crociata nel 1270, che fu dal re fatto pari di Francia, e che fu ucciso nel 1302, in una scaramuccia contro i Fiamminghi. Il suo corpo fu ritrovato trafitto da trenta colpi di lancia. Roberto secondo avrebbe potuto avere al par del padre il soprannome di  Valoroso.
Suo figlio, morto prima di lui, avea lasciato un discendente che fu Roberto terzo, e che era nato nel 1287. Ma Roberto secondo, prima di morire, non vedendosi niun erede maschio, lasci a sua figlia Mahaut la contea d'Artois che costei rec in dote a Ottone, conte di Borgogna.
Alla morte dell'avolo, Roberto rivendic la contea. Tal fu la prima causa di quella guerra di cent'anni da cui, come dice Froissart, "gran desolazione venne al regno di Francia ed in molti paesi."
Ma, nel 1302, fuvvi una sentenza emanata, con la quale erano dichiarate illegittime le pretensioni di Roberto terzo sull'Artese, e la contessa Mahaut affermata nel suo retaggio. Roberto non era uomo da darsi in tal guisa per vinto. Nel 1309, ritorn all'assalto e domand un arbitrato, che gli fu accordato e conferm la prima sentenza, aggiungendo tuttavia un consiglio che somigliava molto ad un ordine e che concepito era in questi termini:
"Che il detto Roberto amar dovesse la detta contessa Mahaut come sua cara zia, e la detta contessa il detto Roberto come suo caro nipote."
Ci avveniva sotto il regno di Filippo quarto, e come ben si vede, tal discussione non era mica vicina a finire.
Filippo quarto mor, e Luigi decimo sal sul trono.
Due o tre anni dopo, sorvenne un avvenimento che rese la speranza a Roberto: Gli Artesiani si rivoltarono contro la contessa Mahaut. Noi non affermeremo che Roberto fosse all'intutto estraneo a quella sommossa, dalla quale ei si ripromettea trarre profitto e che pareva insorta tanto mirabilmente in buon punto per aiutarlo.
Disgraziatamente si trov l pronto un esercito comandato da Filippo il Lungo che costrinse di bel nuovo Roberto impotente con le armi, a ricorrere alla giustizia, e per la terza volta le pretensioni del conte furono rigettate.
Il re volle consolare Roberto e gli di la terra di Beaumont-le-Roger, che fu eretta in paria e per la quale egli avea nello stato il grado istesso di cui fruito avrebbe per la possessione dell'Artese.
Roberto fece sembiante d'essersi consolato, ed aspett con pazienza che i membri della dinastia seguente fossero tutti morti, giacch niuno di codesti re volea rendergli giustizia. D'uopo era che Roberto avesse un segreto presentimento dell'avvenire, dal perch Filippo V, giovine ancora, poteva vivere lunghi anni, ed aveva, inoltre, tre figli che avrebbero certamente ben altro da fare che proteggere i dritti dubbiosi di Roberto, per alto che fosse il lignaggio di costui.
Fraditanto Filippo quinto mor nel 1322, e Carlo il Bello, che gli successe, mor a sua volta nel 1328, dopo avere sposato tre mogli, delle quali neppur una lasci un figlio maschio.
Giovanna d'Evreux, l'ultima, era incinta di sette mesi allorch il re venne a morte. Questi, vedendosi all'ultimo istante di sua vita, disse ai signori che riuniti avea attorno al suo letto, che se la regina desse in luce una figlia, spetterebbe ai grandi baroni di Francia deliberare a chi di dritto apparterrebbe la corona.
Due mesi dopo, Giovanna dava alla luce una bambina.
La regina Isabella, madre di Edoardo terzo, vedova d'Edoardo secondo che ella avea fatto assassinare, si presentava come erede del trono di Francia contro Filippo di Valois. Ci che Roberto aspettava avvenne.
I grandi baroni si radunarono, e ancorch essi non fossero affatto d'accordo di eleggere Filippo, dicono le cronache, Roberto tanto fece che messer Filippo fu eletto.
Era questo un gran passo per Roberto. Aggiungete a ci ch'ei sposato avea Giovanna di Valois, sorella del re, la quale non contentavasi n punto n poco d'esser contessa di Beaumont, ed affermava che suo fratello renderebbe l'Artese a Roberto se a questi riuscisse produrre un documento giustificativo, per quanto di piccol conto esser potesse un tal documento.
Disgraziatamente, e noi possiamo servirci di quest'espressione in pensando alle sventure che prevenute avrebbe codesta ingiustizia, almeno codesto favore del nuovo re, disgraziatamente la riconoscenza su cui Roberto avea fondato da parte di Filippo dovea venirgli meno.
La contessa Mahaut che non sapea troppo a che attenersi sulla decisione che Filippo prenderebbe, ebbe paura per la sua contea, e giunse in gran fretta a Parigi. Sembra che a quell'epoca l'aria della capitale fosse cattiva per quelli che non vi erano assuefatti, dal perch erano appena pochi giorni che la contessa risiedeva a Parigi che questa mor, e ci s improvvisamente che non vi fu neppur il tempo di sapere di qual malattia era morta.
La voce corse pur anche che ella era stata avvelenata; ma tal voce svan come tutte quelle che possono compromettere un gran nome.
Intanto la contessa Mahaut aveva una figlia che aveva sposato Filippo il Lungo, quello stesso che erasi posto alla testa di un esercito per difendere la suocera. Codesta figlia ereditava i diritti di sua madre. Ma ecco che tre mesi dopo la morte della contessa, sua figlia tornata a casa ebbe sete, fece venire il suo bottigliere, chiamato Huppin, e gli chiese da bere. Questi si affrett a recare alla padrona ci che ella avea chiesto.
Ora, d'uopo  credere che il vino fosse cattivo o che quella che aveva sete fosse anteriormente ammalata, poich, appena avea essa bevuto fu presa da grandi dolori e mor ad un tratto, mandando il veleno per le orecchie, la bocca, gli occhi ed il naso, e non lasciando che un corpo macchiato di bianco e di nero.
Come si vede, il caso serviva mirabilmente Roberto d'Artois.
Una nuova circostanza dovea ancora aggiungere esca alle sue speranze. Il podest di Arras era da poco spirato. Costui che era stato il consigliere della contessa Mahaut, avea avuto una ganza, la quale era una certa signora Divion, che alla morte del podest ebbe la sorte di ereditare molti beni. La contessa avea proceduto contro codesta dama per costringerla ad una restituzione, e la Divion era fuggita a Parigi con suo marito.
In questo frattempo, Roberto aveva affermato che in occasione del matrimonio di Filippo d'Artois con Bianca di Bretagna, quattro lettere stipulate nel contratto di matrimonio erano state ratificate dal re, lettere che davano l'Artese a Roberto, e che, dopo la morte del conte suo avolo, erano state sottratte dalla sua cara cugina, Mahaut d'Artois.
Previa tale allegazione, Filippo che alla morte della figlia della contessa, avea ammesso il duca di Borgogna suo marito e fratello della moglie del re, al godimento della contea, non avea fatto questa concessione che riserbando a Roberto il dritto di provare ci che egli avea allegato.
Se insistiamo su queste contestazioni di retaggio,  solo perch, come abbiamo gi detto, queste contestazioni fecero nascere quella gran guerra di cui abbiamo intrapreso di raccontare i risultati e di cui per conseguenza dobbiamo con molta chiarezza stabilire le cagioni.
Noi siam lo schiavo dell'istoria e non della nostra fantasia. Del resto, quella grand'epoca offre abbastanza interessanti peripezie perch la nostra immaginazione non sia mai costretta di accorrere in aiuto degli avvenimenti, e tutto ci che risguarda Roberto d'Artois non  il meno attraente di particolari che dobbiamo porre sotto gli occhi del lettore.
La Divion era adunque da pochissimo tempo a Parigi, allorch, una sera, una donna sconosciuta si present appo lei. Codesta donna avea ad un tempo nella voce accento del comando e quello della risoluzione. Nel modo onde ella interpell fin dalla sua entrata la Divion, questa comprese aver che fare con una donna che era solita a farsi obbedire e che recavasi appo lei con la volont bene stabilita d'avere ci che andava ivi a cercare.
Talch la Divion rimase in piedi suo malgrado, quando la visitatrice si fu seduta.
Signora, le disse quest'ultima, avete conosciuto il podest d'Arras.
S, rispose la Divion arrossendo del tuono impertinente col quale quella parola era stata detta...
Avete molte carte sigillate col suo sigillo e venienti da lui.
 vero.
E voi dovete essere molto irritata contro queste Mahaut che vi hanno perseguitato?
Anche questo  vero, signora.
Allora voi siete la donna che ci abbisogna.
La Divion guard di bel nuovo con maggiore attenzione quella donna che parea convinta di non dover trovare veruna resistenza a ci che ella voleva in quella cui tai domande volgeva.
Trattasi, riprese l'incognita, di darmi tutte le carte che vi son venute dal potest Thierry.
E con qual dritto le chiedete, signora? os domandare la Divion.
Dovete comprendere dal tuono delle mie parole che ho il dritto di esigere ci che chieggo. Datemi dunque queste carte, e fate prontamente, perch'io ne ho bisogno al pi presto possibile.
E quella che cos avea parlato si alz come se stata fosse impaziente che i suoi ordini fossero sollecitamente eseguiti.
Difatti, replic la Divion, ma senza fare un movimento, dal tuono delle vostre parole veggo che siete avvezza a comandare, signora; intanto, permettetemi di domandarvi quali sono fra quelle carte quelle che debbono esservi utili.
Tutte quelle che han rapporto alla successione dell'Artese.
Allora, signora, vi siete preso un incomodo inutile visitandomi, dal perch non ho veruna delle carte che test avete detto.
Il podest Thierry non era egli il consigliere della contessa Mahaut?
S.
La contessa non ha ella ereditato fraudolentemente la contea dell'Artese, che spettava al conte Roberto?
Questo  ci che ignoro, disse la Divion.
L'ignorate?
Lo ripeto.
Ma come consigliere della contessa, il podest ha dovuto essere informato di tutte queste contestazioni.
Senza dubbio.
La contessa ha dovuto scrivergli, e voi che avete ereditato le carte di costui, dovete aver lettere della contessa che proverebbero che ella non avea verun dritto a tal successione; dal perch la contessa non avea mica segreti pel suo consigliere, ed il suo consigliere non avea mica segreti per voi.
Se avessi avuto in poter mio le lettere di cui parlate, signora, me ne sarei servita nell'epoca in cui era in lite con la contessa Mahaut; e non avendolo fatto  segno che non le aveva.
Bisogner non pertanto che troviate queste lettere e me le diate.
Questa parola era stata detta con accento s imperativo e chiaro che la Divion indietreggi.
Ma dappoich queste lettere non esistono, riprese costei, per darvele d'uopo sarebbe che io le facessi.
Le farete.
Ma queste lettere saranno false.
Poco importa.
Sar condannata come falsaria.
Chi lo sapr? d'altronde rispondo io di tutto.
E se io rifiuto?
Vi ci costringer.
E chi siete dunque voi, o signora, per venire a darmi in tal guisa l'ordine di commettere un delitto?
Sono Giovanna di Valois, sorella del re Filippo sesto, moglie del conte d'Artois, solo erede della contea di questo nome. Ora, prosegu Giovanna sorridendo, siccome mio fratello vuole assolutamente delle prove, gliene daremo, ed ho fatto per questo, capitale di voi. Mi credete voi ricca abbastanza per pagar largamente tai lettere, forte abbastanza per proteggervi se mai succombiamo, abbastanza potente per ruinarvi se persistete nella negativa?
La Divion non pot che inchinarsi senza rispondere, come per aspettar gli ordini che la contessa aveva da darle.
Questa almeno l'interpret cos, il perch si avvicin a quella donna e le disse:
Avete qualche suggello del podest?
S, signora.
Conoscete abbastanza la sua scrittura per imitarla?
Mi prover.
Ci non  mica tutto; avremo bisogno anche d'altri documenti in cui il suggello del conte Roberto secondo sar utile; farete di procurarvelo.
Dove lo trover?
Partirete per l'Artese, e ci che vi sar chiesto darete. Troverete certamente l qualcuno che avr serbato quel suggello, e che sar contento di trovarne un buon prezzo.
E voi, signora, mi assicurate che non corro verun rischio?
Fidatevi a me. D'altronde, checch avvenga, sbugiardate. E adesso, posso far capitale di voi?
Imponete.
Partirete domani, e ritornerete quando vi sar riuscito procurarvi il suggello del conte.
Partir domani.
Appena sarete tornata, farete avvisare il conte d'Artois che siete a Parigi.
La Divion pareva riflettere e non rispondeva.
Voi mi udite? soggiunse Giovanna. Forse pensate in questo momento al modo come fuggirvene non appena sarete giunta nell'Artese; ci sarebbe fatica perduta, il perch, da lunge come da presso, debbe accader male a' nostri nemici.
La Divion trasal come una donna di cui si  sorpreso il pi segreto pensiero.
Son vostra schiava, rispose ella, e pronta a fare tutto ci che vi piacer ordinarmi.
Sta bene, disse Giovanna uscendo; questo per oggi,  tutto quel che voglio; al vostro ritorno ci occuperemo del rimanente. A rivederci presto.
La Divion s'inchin, Giovanna usc.
Quando quella fu sola, pass in un'altra camera ove trov il marito, e gli disse:
Ho avuto test una visita che far la mia fortuna, o mi frutter il rogo.
E gli raccont la scena avvenuta tra lei e Giovanna di Valois.
La dimane ella part come promesso avea. Giovanna di Valois condottasi alla propria dimora, fece chiamare Roberto al quale annunzi il passo da lei dato.
Giacch mio fratello vuole assolutamente delle prove, diss'ella, gliene daremo.
E quella donna, chiese Roberto, vi ha promesso d'obbedire?
Non dubitate. Avvi un genere di promesse che fa obbedire i meno docili. Prima di otto giorni costei sar tornata col sigillo dell'avolo vostro Roberto secondo.
Se  cos, va bene, replic il conte. Dio voglia che riusciamo! ma temo assai.
E perch?
Perch son gi tre volte che ci siam visti sfuggir di mano la vittoria, e perch questa causa mi pare decisamente perduta.
Che mai pu succedere?
Che il re sappia che questi documenti son falsi.
Chi glielo dir?
La stessa Divion, la quale confesser tutto, il giorno in cui monsignor Filippo le far, perch ella parli, le promesse che voi le avete fatte perch vi obbedisca.
Io mai vi vidi s preveggente, Roberto, disse Giovanna con una specie di sdegno; non siete adunque pi quel Roberto che ho conosciuto? A qual pro aver s spesso tentato quest'impresa per disperarne poi allorch presenta la maggior probabilit di buon risultamento? Non vi ricordate ci che mio fratello mi ha detto: "Producete una prova, e per piccola che sia la contea vi sar renduta." Potea egli forse dirmi apertamente di fabbricare que' documenti in caso non fossero esistiti? No. Ma ho tutta la ragion di lusingarmi che ei non sar molto scrupoloso sull'origine e l'autenticit delle carte che io esibir all'uopo. Ci ch'ei vuole s  che questi documenti sieno scritti per avere il dritto di dire che ha creduto cedere all'evidenza. D'altronde, Roberto, voi interpretate male le mie parole. Chi vi dice che questi documenti non esistono? Quella donna ha dapprima negato che esistessero, ed ha promesso dappoi di procurarli. Ci, senza fallo, per avere il dritto di venderli a pi caro prezzo. Fate come me, siate convinto che riuscir a costei trovare le prove di cui abbiam bisogno, nelle carte del podest Thierry, ed aspettate, non dir mica senza timore, dal perch un uomo par vostro non teme, ma sibbene senza dubitar nemmeno per un istante della riuscita di questo tentativo.
V'ingannate, Giovanna; io ho timore, disse Roberto avvicinandosi alla moglie; ma non gi ho timore per me, che sono uomo avvezzo alle lotte e alle guerre; ho timore per voi e pe' nostri due figli nel caso che il re s'irritasse di questa menzogna (poich noi sappiam bene che  tale) e punirebbe sulla moglie ed i figli la colpa dello sposo e del padre. Ecco ci ch'io temo, Giovanna.
E avete torto, soggiunse questa. Il re  mio fratello e voi siete uno di quelli cui ei va debitore della sua corona. Il giorno in cui vorr punire, vi saranno due voci che gli consiglieranno l'indulgenza, due voci pi forti di quella della giustizia: la voce del sangue e quella dell'interesse. Del resto, ve lo ripeto, noi ignoriamo tutto. Il podest di Arras se ne muore; era costui il consigliere della contessa Mahaut e l'amico di questa Divion. Noi le domandiamo, se fra le carte del defunto, ve ne abbiano che provino i nostri dritti sull'Artese, promettendole di pagargliele magnificamente. Questa donna ci reca tai carte, noi le diamo la promessa ricompensa. Le carte son false, tanto peggio per lei. La giustizia ha il suo corso, e ci resta il dritto di dire che siamo stati ingannati. Tutto ci sarebbe la cosa pi semplice del mondo per eredi comuni ed oscuri, per pi forte motivo esser debbe tale per un discendente di Luigi nono, ed una sorella di Filippo sesto.
Ex labris feminae spiritus, rispose Roberto; sia fatta, Giovanna, la vostra volont.
Bene, monsignore; abbiate coraggio e sar giorno di festa per noi e per gli Artesiani, quel giorno in cui rientreremo entrambi, uno a fianco all'altro, nella vostra vecchia contea d'Artois.
Gli occhi di Roberto brillarono di gioia a questa speranza, e cominciando da quel giorno ei non dovea aver pi n timori n rimorsi. Poco tempo dopo, la Divion, ritornata a Parigi, facea informare la contessa del suo ritorno. Giovanna recossi da lei, perch non volea che si potesse dire di aver visto la Divion varcar la soglia della sua casa, ma vi si rec come una principessa di sangue reale che non vuole esser riconosciuta, val a dire, nottetempo sola e velata. Allorch Giovanna si present, una donna and a aprirle la porta e la introdusse in una stanza, ove, al lume di una candela, la Divion esaminava certe carte.
In ravvisare Giovanna, la Divion si alz e fece segno alla fantesca di uscire.
E cos? domand la contessa.
Ecco il suggello del conte Roberto, signora.
Ed ella porse difatti il suggello a Giovanna che lo esamin attentamente.
Ma, prosegu la Divion, mi  costato molta pena procurarlo. Io dapprima l'ho cercato inutilmente, ed ho finito per trovarlo nelle mani di un uomo, a nome Orsino il Losco. Codest'uomo si  immaginato di quanta importanza era per me questo suggello, dal perch ne ha chiesto trecento lire ch'io non aveva. Allora gli ho offerto in pegno un cavallo nero, su cui mio marito avea giostrato ad Arras. Ma non sembr comprendere al par di me l'onor che vi era a possedere un simile animale, e, scuotendo la testa, ricus. Pregai adunque mio marito a volermi autorizzare a depositare altra cosa, e depositai alcuni gioielli, due corone, tre cappelli, due anelli, due spilloni, il tutto di un valore di 724 lire parigine. Allora soltanto Orsino acconsent, e son ritornata in tutta fretta a Parigi.
Sta bene, disse Giovanna gettando una borsa sulla tavola; ecco di che riscattare il vostro deposito. Ci  quanto avete fatto?
No, signora, ed ecco qui un suggello del podest Thierry che ho levato da una delle sue lettere e che vi servir per quella che scriveremo.
Non basta.  d'uopo informarsi a San Dionigi, chi erano i pari all'epoca in cui sarebbero stati fatti gli atti che ora stenderemo.
Domani subito lo sapr.
Inoltre sapete che re Filippo non scriveva mai lettere se non in latino; far dunque mestieri che la lettera di confermazione di cui avremo bisogno, sia scritta in quella lingua.
Conosco un uom di legge di Meaux, a nome Tibaldo, che aveva grandi obbligazioni al podest d'Arras e che ne far questa lettera in latino.
Cos tutto  preveduto.
Tutto, signora, tranne ci che piacer a Dio mandarci.
Pregate Dio che conservi corona e salute a monsignore re Filippo, e se Dio esaudisce la vostra preghiera, non avrete da temer nulla per parte degli uomini.
La Divion si pose subito all'opra, ed opr davvero sollecitamente. Man mano che i falsi documenti erano fatti, essa li facea passare a Roberto d'Artois; e tanto era costei sicura del fatto suo che era financo giunta a chiedere che persone perite in iscrittura li verificassero.
Intanto la Divion non potea ella stessa far quella lettere, n tampoco suo marito. Era dunque stato mestieri rintracciare un uomo abile, povero e discreto.
Quell'uom di legge di Meaux il quale, in riconoscenza de' servigi che aveva a lui renduti il podest di Arras avea dato il testo latino di una lettera alla scaltra donna, insegn a costei un certo scrivano, chiamato Prot, il quale, morendo alquanto di fame, era uomo da far abilmente tutto ci che gli verrebbe ordinato, sol che alle ore in cui avrebbe fame, fosse sicuro di aver da mangiare.
Si fece venire il detto scrivano; e si cominci dal porre in mano a costui una borsa come da lunga pezza ne avea sognata una, in cambio di che egli acconsent a quanto si volle da lui.
Si cominci dapprima a fargli scrivere una lettera firmata dal podest Thierry nella quale ei chiedeva perdono a Roberto di avergli sottratto in favore della contessa Mahaut i suoi titoli alla propriet dell'Artesia. Faceasi dire, in quella lettera, al degno podest che tutti que' titoli erano stati gettati alle fiamme da uno de' grandi signori di Francia, il che indicava senza dubbio Filippo il Lungo, ma che avea fortunatamente serbato una lettera che da s sola confermava quella possessione.
Allorch codesta prima lettera fu scritta, la Divion incaric Prot di andar a mostrarla al conte Roberto d'Artois, e di riceverne le sue congratulazioni se era ben fatta ed i suoi rimproveri se male imitata.
Roberto rispose allo scrivano, tremante ad un tempo di aver commesso un delitto di falso e di trovarsi al cospetto e complice d'un s alto personaggio che se tutti i documenti erano s bene imitati, il risultato era certo, il che rese un po' di coraggio al povero diavolo, il quale dacch intrapreso avea quella bisogna, non dormiva e non mangiava pi, dimodoch il denaro che gli si dava non cambiava in nulla la sua posizione, dal perch altre volte egli avea l'appetito senza il denaro, e allora avea il denaro senza l'appetito.
Prot, ritorn dunque a recare alla Divion la risposta del conte, sperando dopo quella prima prova di aver terminato la bisogna; ma quando la Divion ebbe saputo che Roberto era stato contento di lui, gli disse che facea d'uopo rimettersi al lavoro e scrivere la lettera pi importante, val a dire, quella in cui la contessa Mahaut confessava al podest i suoi timori sull'esito delle pretensioni di Roberto, essendo tali pretensioni conosciute da lei legittime e giustamente fondate.
Un sudore freddo grond sulla fronte del povero scrivano, e rimettendo sulla tavola la somma presso a poco intatta che avea ricevuta, chiese, supplic financo, che non lo si costringesse a scrivere quella lettera. Ma la Divion non era donna da lasciarsi commuovere da quelle preghiere, e siccome stato sarebbe difficile trovare un copista tanto intelligente, nieg a Prot la libert che questi implorava, cominciando coi ragionamenti e terminando con le minacce.
Il povero giovine si ripose a sedere, prese una penna di bronzo per contraffare il carattere, e fece la seconda lettera in modo tale che una borsa simile alla prima gli fu data da Giovanna, e grandi complimenti gli furono indirizzati di nuovo dal conte.
Ma quel giorno non era stato Prot che era andato a portare al conte il nuovo documento, ma bens il marito della Divion, e allorch, la sera, lo scrivano si era accinto a tornarsene a casa, avea trovato la porta della stanza in cui lavorava ermeticamente chiusa, ed eragli stato risposto che, siccome poteasi aver bisogno di lui a qualunque ora del giorno e della notte, era stato deciso ch'ei dormirebbe in una camera vicina e adiacente all'appartamento della Divion.
Fu quello per il povero scrivano il colpo di grazia.
Dalla cura che si prendeano di custodirlo sotto chiave lo scrivano comprese la gravit di ci che gli si facea fare. Ei si gett ai piedi della signora Divion, sperando maggior compassione nel cuore di una donna che in quello di un uomo; ma questa fu inflessibile. Una volta tolti di mezzo i primi scrupoli, essa non vedea pi in ci che facea se non la sorgente della sua fortuna, e poco le importava che quello scrivano fosse compromesso, come poco importava a Giovanna che la Divion fosse bruciata.
Bisogn adunque far di necessit virt, piegar la testa e rassegnarsi. Prot si rassegn ed entr nella camera che eragli stata preparata. Ma durante tutta la notte ei vide, sebbene svegliato, de' sergenti che venivano ad arrestarlo, certi roghi fiammeggianti che innalzavansi per lui, torture incredibili di cui faceasi il saggio sul suo povero corpo, di maniera che ad ogni istante sclamava:
Misero di me! misero di me! ecco i sergenti che vengono a cercarmi! Grazia! grazia!
E siccome nulla rispondeva alle grida se ne and, pallido e piangente, ad urtare alla porta della camera della Divion.
Lasciatemi andar via! Ho troppo paura, e, ve lo avviso, se sono arrestato dir tutto e non risparmier nissuno.
La paura e il corruccio dello scrivano crebbero a tal segno, e di costui in tali escandescenze che il d appresso il marito della Divion se ne and a cercare il conte Roberto, dicendogli di venire a pregare o minacciare lo scrivano, senza di che era costui capace con le sue strida di rivelare ci che accadeva.
Il conte and e promise a Prot che appena fosse scritta l'ultima sua lettera, gli sarebbe renduta la libert non solo, ma gli verrebbe contata una somma di denaro bastante per fuggire in capo al mondo se tale pur fosse il suo desiderio.
Prot a questa promossa riprese coraggio, e le altre prove furono scritte, fra le altre una carta di Roberto che assicurava l'Artesia a suo nipote.
Allorch tutto fu terminato, Prot reclam la promessa dei conte, il quale gli di denari e gli agevol i mezzi di andarsene da Parigi.
Non si  mai saputo che cosa sia stato di costui.
La Divion parve ereditare i terrori del suo scrivano allorch questi fu partito. Fintantoch ella avea potuto comandare a qualcheduno, s'era dimenticati i timori, ma quando anch'ella a sua volta fu nelle mani di Roberto ci che Prot era stato nelle sue, ebbe paura. La Divion era pi furba del diavolo, e comprese che nel d dell'accusa e della verit non avrebbe niuno su cui rigettare il suo delitto, e che al contrario quelli cui obbediva lo rigetterebbero per intiero sovra a lei. Allora ella volle tornare indietro, ma era troppo tardi. Per la vana volta, Roberto, appoggiato sulle sue prove, avea invocato la giustizia del re.
Filippo sesto avvertito di ci che accadeva, fece chiamar Roberto, e gli chiese s'ei calcolava realmente far uso delle prove che aveva esibite, e che sapeva bene essere false.
Roberto credette imporre al re, e gli disse ch'ei sosterrebbe ancora i propri dritti come aveali mai sempre sostenuti, e ci con tanta fierezza che, allorquando Roberto usc dalla sua stanza, il re non solamente non vedeva pi in lui uno di quelli che aveanlo a tutta lor possa sostenuto, ma indovinava di gi un nemico in quell'uomo.
Nondimeno cinquantacinque testimoni si presentarono, i quali andarono a deporre in favore di Roberto. Fra costoro fuvvi sinanco taluno che afferm che Enguerrando di Marigny, andando a morte, avea confessato la sua complicit col podest di Arras per la sottrazione de' titoli.
Ma fuvvene uno che confess tutto; e questi fu la Divion, la quale spaventata da' risultati di tutto quell'affare, credette ottenere indulgenza in rivelando le menzogne alle quali ella avea presa s gran parte.
Dopoch la Divion ebbe confessato, tutti i testimoni confessarono; Giacomo Rordelle, uno dei principali, si alz ed esclam: "Ch'ei non avea in quella guisa deposto se non dietro la promessa che tal deposizione gli frutterebbe un viaggio in Gallizia."
Gerardo di Juvigny, alzandosi a sua volta, raccont di essere stato talmente annoiato dalle visite di monsignor Roberto, il quale andava a pregarlo di deporre in tal guisa, ch'ei vi si era impegnato per liberarsi da quelle visite.
Roberto parl anch'esso a sua volta, e, alzando le mani al cielo, giur "che un uomo vestito di nero, come il primate di Rouen, aveagli dato tutte quelle lettere di confermazione".
Ed in ci Roberto avea anche ragione. Solamente si dimenticava di dire, che la vigilia del giorno in cui avea ricevuto quelle lettere dalle mani del primate ei gliele avea date dicendogli che gliele avesse restituite l'indomani; sottigliezza da cui niuno si lasci ingannare, dal perch, malgrado la protezione che Roberto d'Artois aveale promesso, la Divion fu bruciata nel mercato de' Porcellini, presso la porta sant'Onorato, ed i principali testimon, attaccati alla gogna, vestiti di camicie tutte seminate di lingue rosse. Roberto d'Artois non aspett che si pronunziasse una sentenza in favore o contro di lui; part per alla volta di Brusselle, o almeno si sparse la voce di tal partenza.
Intanto, da lunge come da presso, Roberto, le cui pretensioni rispinte eransi cambiate in odio, ebbe ricorso a' mezzi pi violenti per giungere ad ottenere ci che desiderava. Alcuni uomini tentarono assassinare il duca di Borgogna, il cancelliere, il gran tesoriere ed altri ben anche cui Roberto conosciuti avea per suoi nemici. Codesti uomini furono arrestati, e confessarono che altro non avean fatto che obbedire a messer Roberto d'Artois.
Quest'uomo addiveniva dunque un antagonista pericoloso per Filippo sesto, dappoich, non potendo colpire alla svelata, combatteva nell'ombra, e, come un ladrone, servivasi del veleno e del pugnale. Filippo, che non potea por le mani sul conte, incrudel contro quei che a costui eran cari, e la contessa di Foix, accusata di nera colpa, fu imprigionata nel castello di Orthez, sotto la custodia di suo figlio Gastone. Giovanna, che era stata, come abbiam visto, complice della fabbricazione delle lettere false, fu relegata in Normandia, ed il conte si trov in pari tempo senza patria e senza famiglia.
Ma il conte non era uomo da perdersi in quel modo di coraggio.
Tutti lo credevano omai lontano quando ei ritorn, non mica palesemente, ma di notte tempo, solo e sconosciuto.
La sua prima visita fu per sua maglie, la quale fu da tanto da convincerlo che tutta Parigi si dichiarerebbe a suo favore s'ei potesse uccidere Filippo.
Non facea mestieri di pi per rendere l'energia a Roberto. Ei prosegu dunque la sua strada verso Parigi, ove giunse sulle prime ore della notte.
Fraditanto ei conosciuto avea che il ferro ed il veleno erano ormai spedienti inutili ed anche pericolosi per colui che se ne servirebbe. Facea dunque d'uopo d'una morte che non lasciasse veruna traccia e che paresse un effetto dell'ira celeste e non mica una vendetta umana.
Per conseguenza, verso la festa di San Remigio dell'anno 1333, un frate a nome Enrico fu nottetempo chiamato da Roberto.
Segu costui l'uomo che era andato a cercarlo, il quale lo fece entrare in una casa buia d'un quartiere remoto.
A prima vista, quella casa pareva all'intuito disabitata; ma avendo la guida spinto una porta, varcato uno stretto corritoio, salita una scala, frate Enrico trovossi in una stanza le cui grandi imposte di legno interne nascondevano al di fuori la luce che l'illuminava.
In quella stanza trovavasi il conte d'Artois.
Voi qui, monsignore? disse frate Enrico.
S, fratello; ma voi soltanto il sapete, rispose Roberto, ed  pur bisogna di s grande importanza ch'io non potea soffrirne l'indugio.
E posso servirvi in tale bisogna?
S.
Parlate, monsignore.
Roberto d'Artois si alz e volle da s stesso accertarsi che niuno poteva ascoltarlo; quando se ne fu accertato, and verso un armadio che apr, e dal quale trasse una specie di scrigno, che era ivi preziosamente rinchiuso, e ch'ei pos sulla tavola accanto al lume.
Quello scrigno potea esser lungo un piede e mezzo circa.
Che cosa  questo? domand il monaco.
Questo, rispose Roberto esaminando il frate come per vedere qual'impressione produrrebbero sul volto di costui le parole che stava per dire; questo  una risoluzione che alcuno ha fatto contro di me!
E questo  stato fatto, messere, contro di voi?
S.
Da chi?
Dalla regina di Francia.
Frate Enrico sorrise come un uomo che non crede.
Ne dubitate? chiese Roberto.
Non solamente ne dubito, rispose il monaco, ma so la nostra regina troppo credula. Un nemico della regina vi ha spacciato questa menzogna, e forse un nemico di voi stesso.
Il conte nulla rispose e sembr incerto per qualche tempo se continuar dovesse a parlare, o dar commiato al monaco.
Avete ragione, disse egli ad un tratto, questa figura non viene dalla regina; ma ho un segreto importante a svelarvi, che vi confider sol quando mi avrete giurato di riceverlo sotto secreto e di non farlo sapere ad anima vivente.
Lo giuro, messere.
Inoltre, avr certamente qualche cosa da chiedervi; e facciate o no ci che sono per domandarvi, mi giurate pur anche di non parlare affatto?
Di nuovo lo giuro.
Sta bene. Ascoltatemi dunque. Sapete ci che ho dovuto soffrire per parte di monsignor Filippo relativamente a quella contea che daddovero  mia!
Lo so, messere.
Ma ci che non sapete si  che monsignor Filippo  innocente di tutto ci, e mi avrebbe renduta piena ed intiera giustizia se la regina non gli fosse stata al fianco per consigliargli il contrario e farlo oprare a forza di false insinuazioni.
Il monaco non rispose.
Roberto lo guard, ma frate Enrico avea la faccia impassibile.
Ora, prosegu a dire Roberto, non posso soffrire un s gran danno senza desiderar di vendicarmene, ed ho fatto per ci capitale di voi.
Di me? chiese il monaco stupefatto.
S.
Proseguite, monsignore, la vostra confessione.
Roberto d'Artois, invece di proseguire, apr lo scrigno che avea posato sulla tavola, e ne cav una figura di cera rappresentante un giovine magnificamente vestito e con la fronte cinta d'una corona.
Conoscete voi questa figura? chiese Roberto al monaco,
S.  quella del principe Giovanni, rispose frate Enrico stendendo la mano per prendere quell'immagine e vederla pi da vicino.
Badate di non toccarla, sclam Roberto; ma ecco ci che vi dico in confidenza; vorrei averne una simile.
E contro chi?
Contro la regina, dal perch il re nulla far di buono finch vivr costei. Morti appena la regina e il figlio di lei Giovanni, far del re ci che vorr, e mi ricorder allora, fratel mio, di quelli che mi avranno aiutato. Il vostro ministero, soggiunse il conte vedendo la mossa del frate, il vostro ministero si limita a cosa assai piccola, e non pu compromettervi in nulla. Fatta appena la figura ad immagine della regina, ed io m'incarico di tal bisogna, a voi non resta che dare i nomi. Che ne dite?
Dico, monsignore, che vi  d'uopo cercare per questo un servo meno fedele.
Va bene, fratel mio, sclam Roberto, richiudendo lo scrigno;  codesta l'ultima vostra parola?
S, monsignore.
Allora noi ne cercheremo un altro.
Ed io pregher Dio, monsignore, che per il vostro bene e per il riposo della Francia ve lo nieghi.
Ma non dimenticherete, spero, il segreto che avete giurato?
Quando avr oltrepassato, monsignore, la soglia di questa casa, tal segreto dormir nel mio cuore, come il cadavere nel suo sepolcro.
Sta bene, fratel mio, andate, e Dio vi dia pace.
Il monaco s'incammin verso la porta; nel punto in cui ponea il pi sul limitare, Roberto si volt a lui:
Per l'ultima volta, ei gli disse, fratel ci che vi chieggo  il bene sotto l'apparenza del male.
Ho di gi obbliato, monsignore, sclam il monaco.
E se ne and via.
Quella notte istessa, Roberto lasci Parigi senza aver potuto compiere l'ultima vendetta che gli rimanea. Allora, da quel momento sino al suo arriv alla corte di Edoardo terzo, cominci per Roberto una vita che sembr essere il cominciamento del castigo che Dio gli riserbava.
Ei rifugiossi dapprima nel Brabante, il cui duca, suo cugino, era potente abbastanza per sostenerlo; difatti il duca lo ricev benissimo, e lo riconfort di tutte le sue noie; ma Filippo sesto, che concepito avea contro Roberto un odio che non dovea finire se non con la sua vita, e che gi esercitavisi sui due suoi figliuoli, Giacomo e Roberto, che furono rinchiusi nel castello di Ne-mours, poscia nel castel Gagliardo d'Andelys; il re, come dicevamo, avendo scoperto l'asilo che il duca di Brabante dava a suo cugino, si di a tempestarlo di minacce, annunziandogli che ov'ei persistesse a soffrire Roberto ne' suoi stati, non avrebbe peggior nemico di lui, ed aggiunse che adoprerebbesi a nuocergli in tutte le occasioni che gli si presentassero. Il duca, scosso da tali minacce non ard tener pi a lungo ne' suoi stati il conte e lo fece segretamente incamminare al castello d'Agenton, ove dovea rimanersene finch non si vedesse ci che il re farebbe.
Ma il re quando seppe tal nuova, tanto fece, che il suo cugino germano il re di Boemia, il vescovo di Liegi, l'arcivescovo di Colonia, il duca di Guerle, il marchese di Juliers, il conte di Bar, il conte di Las, il sere di Fauquemont ed altri signori, collegaronsi contro il duca di Brabante e lo sfidarono, dietro le reiterate richieste di Filippo sesto, devastando, saccheggiando e ponendo a fuoco il suo paese.
Affinch il duca non s'ingannasse sulla vera causa di quell'assalto, Filippo invi contro di lui il conte d'Eu, suo conestabile, con una gran compagnia di uomini d'arme. Il conte Guglielmo di Analto promise occuparsi di quella bisogna, e mand sua moglie, sorella del re Filippo, ed il signore di Beaumont, suo fratello, incontro al re, affine di ottenere una tregua tra lui ed il duca di Brabante. Filippo era oltremodo irritato; pur nonostante accord quella tregua, a condizione per che in un giorno, da lui stesso stabilito, il conte d'Artois sarebbe fuori delle terre del duca di Brabante. Fu giuoco forza che il duca vi acconsentisse, e Roberto si pose per la seconda volta in cammino, cercando un asilo ed un protettore.
Recossi egli allora appo il conte di Namur, il quale lo accolse come fatto aveva il duca. Ma Filippo era ostinato nel suo odio, in guisa che mand subito a dire ad Adolfo della Marck, vescovo di Liegi, che sfidasse e combattesse il conte, ove questi non cacciasse al pi presto Roberto fuor delle sue terre.
"Codesto vescovo, dice Froissart, che amava molto il re di Francia e che amava i suoi vicini, mand al giovine conte di Namur l'ordine assoluto che nel pi breve termine possibile ponesse messer Roberto d'Artois suo zio, fuori del suo paese e della sua terra."
Allora, inseguito ed attorniato come una bestia feroce, convinto che in Francia non potrebbe trovare un angolo ove nol potesse raggiungere Filippo, Roberto d'Artois, a cui tutte queste persecuzioni altro non avean fatto che saldare pi fortemente nel cuore un desiderio di vendetta, si travest da mercatante, pass in Inghilterra, ed and a chiedere ad Edoardo terzo una protezione che non solo egli era certissimo che quel re non gli niegherebbe, ma che gli accorderebbe invece con tutto il cuore.
Abbiam veduto che Roberto non erasi ingannato, e che in ricambio dell'ospitalit ch'ei n'avea ricevuta, avea fatto fare al re d'Inghilterra quel terribile voto dell'airone che dovea primamente vendicarlo e fare alla Francia una di quelle ferite che solo dopo secoli e secoli giungono a cicatrizzarsi.
Adesso che abbiam dato, un po' troppo sviluppata forse, la causa principale di questa lunga guerra, vediamo in quale stato fosse la Francia per sopportarla, e se non sarebbe stato pi politico consiglio per Filippo sesto commettere un'ingiustizia a pro di suo cognato.
...
.
...
Capitolo 2.
...
.
...
Il re Edoardo terzo avea dunque rinnovate le sue pretensioni alla corona di Francia, e noi ritroviamo nelle cronache di San Dionigi la lettera che egli scrisse a Filippo sesto e che non sar senza interesse per il lettore. Eccola:
"Per parte di Edoardo, re di Francia e d'Inghilterra, signore d'Irlanda.
"Sire Filippo di Valois, per lungo spazio di tempo vi abbiamo sollecitato per mezzo di messaggieri ed in molte altre maniere, affinch ci deste soddisfazione, e ci rendeste il nostro legittimo retaggio del reame di Francia, che avete da gran pezza per forza occupato. E perch noi vediam bene che molto ingiustamente intendete perseverare senza soddisfare la nostra retta domanda, siamo entrato nel suol di Fiandra come sovrano signore di quella terra, e vi significhiamo che preso abbiam l'aiuto del Signore."
Edoardo finiva per isfidare Filippo a singolar certame.
Ecco ci che Filippo rispose, risposta piena di nobilezza e di dignit, ma nella quale disgraziatamente il re di Francia mostrava quanto fosse in inganno circa a' suoi alleati.
"Filippo, per la grazia di Dio, a Edoardo, re d'Inghilterra.
"Abbiamo veduto una lettera inviata a Filippo di Valois, recata alla nostra corte, nella qual lettera contenevansi alcune inchieste; ma siccome la detta lettera non veniva a noi, e siccome le inchieste non erano del pari a noi dirette, come apparisce dal tenore di detta lettera, non ve ne facciamo veruna risposta.
"Tuttavolta, dal perch abbiam inteso dalla detta lettera che eravate venuto a combattere nel nostro reame, con gran danno del nostro popolo e di noi, senza ragione e senza guardare che siete nostro vassallo, come annunziano le nostre lettere patenti segnate col vostro gran suggello che abbiamo presso di noi, nostra intenzione si , quando ci parr e piacer, scacciarvi dal nostro reame per il bene del nostro popolo e per l'onor nostro e della nostra reale maest; e di far ci abbiamo ferma speranza in Ges Cristo da cui ci viene ogni prosperit; perocch dalla vostra impresa, che  di volont non ragionevole,  stato impedito il santo viaggio d'oltremare, e gran quantit di cristiani messi a morte, il servigio di Dio appiccolito, e la santa Chiesa ornata di minore riverenza. Ed in quanto che pensate avere i Fiamminghi in vostro aiuto, pensiamo esser certi che le buone citt e le comuni si comporteranno in tal maniera dal canto loro e verso nostro cugino il conte di Fiandra, da serbare l'onor loro e la loro lealt. Ci che i Fiamminghi han fatto sino al presente giorno  stato consigliato da certi tali che non guardavano al vantaggio del popolo ma al loro vantaggio soltanto.
"Data su i campi del priorato di Sant'Andry, presso Aire, sotto il suggello del nostro segreto, in mancanza del nostro gran suggello, il trentesimo giorno di luglio 1340."
Non abbiamo trascritto questa lettera se non perch eranvi in quella tre cose che avevamo osservate e sulle quali volevamo ritornare, vale a dire, la fiducia che Filippo aveva sulla sua cavalleria, il dispiacere che provava di non aver fatto la sua crociata, e la sua fede nell'alleanza fiamminga.
In quanto alla sua cavalleria, Filippo aveva ragione ad aver fiducia in essa, perocch era una delle migliori del mondo, ed il disastro di Crecy dovea fornirne una prova.
In quanto alla crociata che tanto ei rimpiangeva di non poter compiere, pi che un atto di cristiano avea voluto fare un negozio di mercatante. Difatti, egli avea imposto a la sua partenza per la terra santa ventisette condizioni: ei voleva il reame d'Arles per suo figlio, una corona per suo fratello, la libera disposizione del tesoro di Giovanni 22esimo. Ei voleva, inoltre, che il papa gli desse per tre anni la disposizione di tutti i benefiz di Francia, e per dieci il dritto d'imporre le decime della crociata per tutta la cristianit; cose veramente inique.
Ecco dunque tutti i vantaggi che la sfida di Edoardo facea perdere a Filippo. Vero si  che Filippo erasi riserbato tre anni, prima della sua partenza per la crociata e che, dandosi il caso in cui durante quest'intervallo sorvenisse qualche ostacolo che lo forzasse a rinunciare alla sua spedizione, il dritto di giudicarne la validit sarebbe rimesso a due prelati del suo reame.
Ora il caso presente era pieno di validit.
Rimaneva la fidanza di Filippo nella fedelt dei Fiamminghi.
Abbiam veduto in qual modo Edoardo avea minato le basi di quella fedelt nel suo abboccamento con Artevelle, e come avea richiamato a s il commercio cui respingeva la Francia, come uno degli spedienti pi certi di uccidere i paesi che attaccherebbe.
Alla fine del tredicesimo secolo la crociata commerciale era succeduta alla  crociata cristiana, le caravane ai pellegrinaggi. Veniva a luce un libro,  scritto dal Veneziano Sanuto, nel quale ei raccomanda ai buoni cristiani  la conquista di Gerusalemme ed ai negozianti le spezie della terra santa.
Genova e Venezia sono le sensale di queste false crociate; si volta l'altare e se ne fa una banca di mercanti, cosa empia!
Il commercio non  altra cosa che due grandi strade: per una di esse il Nord manda al mezzogiorno ci che produce, per l'altra il mezzogiorno manda i suoi prodotti al Nord; ma ci che fa mestieri anzi tutto, si  che le strade sieno sicure, ed a quell'epoca non eran sempre tali. Da Alessandria a Venezia il mercatante altro temer non dovea che l'incostanza degli elementi; ma da Venezia al Nord, doveva paventar forte la ruberia degli uomini. Allora ei s'addentrava nel Tirolo, seguiva il Danubio, attraversava la foreste ed i castelli del Reno e non si fermava che a Colonia. Ei poteva anche penetrare in Francia dalla parte della Sciampagna ed esporre le sue mercanzie alle fiere di Troyes, di Bar-sur-Aubes di Lagny e di Provins, le quali erano pi antiche dell'istessa contea.
Cos del resto era stato sinch Filippo il Bello, signore della Sciampagna per sua moglie, non eman i suoi decreti contro i Lombardi, confuse le monete e volle regolare l'interesse che pagavasi alle fiere.
Sotto Luigi il Caparbio poi fu peggio. Ei pose gabelle su quanto potea comprarsi o vendersi e proib qualunque commercio con i Fiamminghi, i Genovesi, gl'Italiani ed i Provenzali, val a dire col mondo intiero, di cui que' quattro popoli erano i fattori.
Ecco dunque la Francia che si chiude al commercio e che per conseguenza va ad impoverirsi ognor pi. I signori non saccheggiano pi,  vero; ma sono surrogati dagli agenti di quell'uno, pi cupido ei solo di tutti i signori uniti insieme. L'Inghilterra che sembra aver compreso lo sbaglio della rivale, non solamente lo evita, ma attira a s ci che i re di Francia rispingono. In Francia le monete variano secondo la cupidigia dell'imperante; in Inghilterra, sono invariabili. In Francia si saccheggiano i mercatanti che da allora ci abbandonano; in Inghilterra, i porti sono ad essi aperti, e provvide leggi son fatte in loro favore. Edoardo pubblica una carta nella quale, invece d'interdire ogni commercio, come Luigi il Caparbio, con i quattro grandi popoli che abbiamo test nominati, dichiara il pi grande interesse per tutti i popoli negozianti, Alemanni, Francesi, Spagnuoli, Portoghesi, Lombardi, Toscani, Provenzali, Fiamminghi ed altri. La protezione, la giustizia, buon peso e buona misura, queste quattro sentinelle del commercio vengono allogate alle porte dell'Inghilterra con una severa consegna. Gli stranieri hanno per giudicarli, nel caso in cui sono obbligati di ricorrere alla giustizia, met di giudici inglesi, met di giudici della loro nazione.
Il commercio prende dunque in Inghilterra una tale proporzione che Artevelle divien l'amico ed il compare del re Edoardo terzo, e, come abbiam visto, trattano entrambi insieme alla pari.
E non pertanto vediamo Edoardo terzo dare iniziamento al suo regno con un atto di sommissione a Filippo; vero si  che non tarder molto a prendere la sua rivincita, e che i primi denti che spunteranno al giovine leopardo faranno terribili morsicature.
Nel principio del suo regno, Filippo  un gran re, e volentieri si crederebbe che il re trovato  una felicit per la Francia. Ei batte i Fiamminghi a Cassel, e ripone il conte di Fiandra in possesso de' suoi Stati, e gli Stati sotto la propria dipendenza. Egli ha ricevuto l'omaggio d'Edoardo. I suoi cugini hanno, l'uno la corona di Napoli, l'altro il trono d'Ungheria. Ei protegge il re di Scozia. Giovanni di Boemia, che ritroveremo a Crecy, dice che Parigi  il pi cavalieresco soggiorno del mondo.
Ma tutte queste speranze non furono che un sogno. Nel 1336, Filippo avea trovato modo e maniera di disgustarsi con tutti: con i signori, per il bando di Roberto d'Artois; coi mercanti per le sue imposizioni; con l'imperatore per guerre col pontefice, per la servitudine cui egli avealo ridotto; con la cristianit finalmente per quella condizione che detto abbiamo di levar sovr'essa le decime ingiuste della crociata.
Abbiam visto nella prima parte del presente racconto, ci che risult dalla cattiva posizione che Filippo avea presa. Un altro pericolo pi grande preparavasi contro di lui, poich, se il lettore si rammenta, in cambio della loro libert, Oliviero di Clisson e Gottifredo di Harcourt aveano promesso in iscritto, e apponendo i loro suggelli, assistenza al re d'Inghilterra, nella sua spedizione contro la Francia il perch, e di ci il lettore pur anche si ricorda, Edoardo terzo non avea ancora veduto i campanili di san Dionigi, e per conseguenza non avea ancora compiuto il suo voto.
Egli avea dunque affidato i suggelli de' due prigionieri francesi a Salisbury, il quale, aspettando gli ordini del suo re, erasi ritirato nel castello di Wark.
Sappiamo in qual lutto ei trovato avea la contessa.
...
.
...
Capitolo 3.
...
.
...
Il conte ebbe un lungo abboccamento con sua moglie. Ci che in quell'abboccamento avvenne niuno il sa. Tutto quel che possiamo dire si  che quando Salisbury usc dalla stanza di Alice, pareva pi uno spettro che un uomo, tanto era pallido.
Ei scese nel cortile del castello, ordin che gli s'insellasse di nuovo il cavallo, e senza aggiungere una parola, senza prendere n riposo n cibo, si ripose in sella e usc dal castello.
Fiero era il colpo che percosso avea il conte.
Dopo tanti leali servig renduti al suo re, quel tradimento era un'infame vilt; dopo l'amore che avea nutrito per Alice, quella rivelazione era una orribile sciagura. Credere sua moglie complice d'Edoardo era per il conte impossibil cosa; dal perch, invece di vestirsi a bruno, avrebbe nascosta la colpa sotto il sorriso ed i fiori. Alice per Salisbury era pur sempre la sposa intemerata, vergine di cuore e di pensiero. Ma Salisbury, uomo leale, cavaliere prode quant'altro mai, non era di quelli che accordano tai dilazioni al proprio onore. Edoardo lo avea insidiato in ci che ei pi amava; d'uopo era ch'ei lo punisse in ci che costui avea di pi sacro, e la vendetta mugghiava nel cuor del conte tanto pi terribile in quanto che compier non poteasi all'istante.
Chi veduto avesse Salisbury in quel momento non l'avrebbe riconosciuto. Ei scendeva lentamente gi dalla collina, col cuore colmo di amaro fiele, e come Lot fuggente innanzi al fuoco dalla citt maledetta, non ardiva voltarsi addietro. Il sole dechinava all'orizzonte, la notte cadeva, ed il cavaliere, pallido, il cui volto illuminavasi di tratto in tratto d'uno degli ultimi raggi del crepuscolo, parea un cavaliere fantastico delle ballate alemanne, qualche Wilhem in traccia della sua Leonora. Di quando in quando passava un villico, che soffermavasi inquieto dinanzi a quel cupo viaggiatore, a cui dirigeva un saluto finch lo avea di faccia, e che segnavasi paurosamente quando era passato. Perch i dolori come quello che Salisbury provava contrassegnano in fronte colui che li soffre, e ne fanno per la folla un soggetto d'ammirazione quando  rassegnato, e di spavento quando la disperazione  nel suo cuore.
Ora, il conte era ben lungi dall'esser rassegnato dopo ci che gli accadeva. Abbiam veduto qual amore avea posto nella bella Alice, e come erasi affrettato a compiere il voto che fatto avea per lei. Alice era l'unico riposo delle sue battaglie, l'unica speranza d'ogni suo ritorno. Durante la sua prigionia in Francia, egli avea nudrito fede nella sua liberazione, perch sapea che dal fondo del suo castello, in Inghilterra, Alice pregherebbe Dio per lui, e che Dio l'avrebbe esaudita. Ed ecco che quel breve passato di felicit, il quale altro non era che la sorgente di un avvenire beato, volava via al soffio di un uomo licenzioso e corrotto; ecco che, mentre ei combatteva per lui, Edoardo insidiavagli l'onor del suo nome, ed il riposo dell'intiera sua vita. Allorch tutti questi pensieri tornavano in mente a Salisbury, egli impallidiva di vergogna e d'ira, e portava avidamente la mano alla spada; poi, l'aria della sera gli sferzava il volto, ei girava attorno lo sguardo, ritrovando nella natura la notte e la solitudine del suo cuore e dicea fra s: Pi tardi!
Ei giunse in tal guisa ad una specie di capanna isolata, e siccome non era sicuro d'incontrarne una simile in tutta la notte, risolvette di fermarsi in quella per far riposare il cavallo, dal perch ei sentiva bene che non prenderebbe n riposo n sonno prima della fine del suo viaggio e l'adempimento del secondo voto da lui fatto, e che, per timore di esser nuovamente tradito, avea chiuso nel fondo del proprio cuore, e non l'avea neppur confidato alla brezza della sera.
Salisbury scese da cavallo e picchi alla porta mal connessa della casetta innanzi alla quale erasi fermato. Una vecchia, sorpresa di sentir picchiare alla sua porta a quell'ora, and ad aprire ed indietreggi innanzi all'apparizione di quell'uomo pallido e vestito di nero.
Il conte le chiese l'ospitalit per s fino al mattino, e paglia per il suo cavallo.
La vecchia si riebbe dallo spavento e lasci entrare l'inaspettato visitatore. Il conte, nel frattempo che la vecchiarda condusse il cavallo alla stalla, si avvicin ad una lucerna fumigante che illuminava appena la stanza, e che lasciava piuttosto far tal bisogna al fuoco che ardeva nel cammino, e traendosi dal seno alcune pergamene munite di suggelli, le esamin attentamente:
Menelao! Menelao! mormor quindi; dieci anni Troia videsi assediata perch un pastore t'avea rapita la moglie; un uom perverso m'ha insidiato la mia Elena, e coll'aiuto di Dio, saravvi una seconda guerra di Troia.
In quel momento la vecchia rientrava, e Salisbury, tutto cogitabondo, assidevasi vicino al fuoco.
Cos ei pass la prima notte dopo la sua partenza dal castello di Wark.
La dimane, fin dal romper dell'alba si pose nuovamente in via senza aver detto a colei che l'aveva ospitato, altro che poche parole di ringraziamento quando era entrato, e di riconoscenza quando era partito, lasciando sulla tavola di che pagare per la durata d'un anno un'ospitalit come quella ch'ei ricevuto avea per lo spazio di dodici ore. Gli orizzonti cancellaronsi dietro a lui gli uni dopo gli altri senza che la rimembranza gli si cancellasse dal pensiero.
Due o tre fiate, durante il caldo del giorno, ei si ferm, scese da cavallo, e lasciando l'animale pascolar l'erba all'intorno, sedevasi a pi d'un albero e contemplava con triste sguardo la vita avventurosa degli altri in mezzo ai quali passava senza dare ad essi la sua tristezza e senza poter prender punto della loro gioia. Due o tre fiate parimenti, al sovvenire de' giorni beati che avea vivuti e de' giorni desolati che doveva vivere da allora innanzi, lagrime silenziose caddero dagli occhi di codest'uomo che avea veduto in mezzo alle battaglie la morte recar guasti e ruine attorno a lui, senza farsene pi caso dello scoglio che vede il mare infuriato flagellare i suoi fianchi impassibili, tanto  vero che per forte che sia un uomo, ei serba in una delle pieghe del suo cuore una giovinezza timorosa di cui la donna soltanto ha il segreto, e cui ella empie a suo grado di speranza, di gioia o di terrori, che lo rendono pi facile a condurre e a spaventare che non il fanciullo che chiama indarno la propria genitrice.
Ei giunse cos fin sulla costa, e riconobbe il sito ov'era sbarcato, allorch Eduardo avea ottenuto dal re di Francia la sua libert contro quella del prigioniero scozzese. Quante cose erano avvenute da quell'epoca, che parea non avessero mai dovuto avvenire! e quale strana ironia nascondea codesta amicizia regale!
O mare! disse il conte abbassando gli sguardi sull'Oceano che, allor tranquillo, andavagli a scherzare fino a' piedi e riflessava ne' suoi flutti le nubi senza tempeste delle quali il vento di austro velava di tanto in tanto l'azzurro del cielo O mare! quanto son preferibili i tuoi immensi uragani che fanno ascendere le tue ondate sino al cielo, come un esercito di Titani, alle misteriose passioni degli uomini che li abbassano al disotto de' pi vili animali, e che pi spesso delle tue ondate, uccidono!
Salisbury rest in tal guisa per alcuni istanti immerso nella sua meditazione, poscia si pass la man sulla fronte, ed avendo incontrato un villico, chiese a questo che gl'indicasse ove trovare il padrone di un battello che potesse condurlo sulle coste di Francia.
Il villico gli indic con il dito una casa e prosegu la sua strada.
Il giorno dopo a sera, il conte diceva addio alle rive d'Inghilterra ch'ei credeva d'abbandonare per sempre, e la mattina giungeva a Bologna (Boulogne). Ivi, riprese a viaggiare a cavallo, sempre solo e sempre cupo ed addolorato, fermandosi la sera in qualche albergo, e ricominciando all'alba il suo cammino.
Quando il conte giunse a Parigi, Parigi era in festa come ci le succedeva sovente, soprattutto dopo che la tregua era stata firmata. Salisbury travers quella folla di borghesi, di saltimbanchi e di cavalieri, e la sera, allorch il rumore della citt fu cessato, ei si rec al Louvre.
Il Louvre, era lungi dall'avere, in quell'epoca, l'aspetto che ha adesso. Alla grossa torre ed al recinto costruiti nel 1204, da Filippo Augusto, nulla era stato per anche aggiunto, o almeno, poca cosa. La residenza era s semplice che detta si sarebbe altro non essere che quattro facce di muri forati a casaccio da piccole finestre le une sulle altre.
Salisbury travers il cortile grande che era nel centro di codesto quadrato, e si diresse verso la grossa torre che ne formava il mezzo. Ei pass il ponte di pietra gettato sul largo fosso che bagnava la torre, e giunse alla porta di ferro che chiudeva la scala a chiocciola per la quale salivasi negli appartamenti.
Giunto ivi, un capitano presentossi che gli chiese ove andava.
Voglio parlare al re Filippo, rispose il conte.
A nome di chi? domand il capitano.
Dite a monsignore il re che il conte di Salisbury suddito e inviato del re Edoardo terzo, chiede di essere ammesso in sua presenza.
Il capitano apr la porta di ferro, fece salire il conte, lo lasci aspettare per alcuni istanti, poi riapparve e fece segno a Salisbury, inchinandosi, che il re l'aspettava.
Ei pass adunque innanzi a lui sollevando una tappezzeria, lo fece entrare nella stanza in cui trovavasi Filippo. Il re era solo, seduto innanzi una gran tavola e parea assorto in cupi pensieri. La camera non era che debolmente illuminata,
Conte! siete voi? sclam il re fisando stupiti gli occhi su colui allora allora apparso.
S, monsignore, io stesso; il conte di Salisbury, che si ricorder sempre che essendo prigioniero del re di Francia,  stato trattato da lui come un ospite regale, a segno tale che oggi ei rimpiange la sua cattivit.
Ed il conte si pass una mano sulla fronte, quasi avesse voluto scacciarne le dolorose immagini che lo assediavano.
Sedetevi dunque accanto a me, conte, e vogliate dirmi a che debbo la vostra graziosa presenza in questi luoghi.
Monsignore, io poco fa vi diceva aver io serbato memoria delle vostre bont per me, avrei dovuto aggiungere ch'io veniva per addimostrarvi la mia riconoscenza in modo da farvi vedere ch'io diceva il vero.
Venite inviato dal re d'Inghilterra?
No, monsignore. Niuno sa ch'io sono in Francia, disse il conte con cupa voce, e spero che niuno mai sapr ch'io vi sono venuto. Permettetemi, monsignore, di farvi alcune interrogazioni.
Dite.
Voi avete sottoscritto una tregua col re Edoardo?
S.
E sulla fede di codesta tregua siete tranquillo?
Il vedete. Non solo siamo tranquilli, ma spessissimo in feste. Il nostro buon popolo francese,  un fanciullone che  d'uopo sollazzare finch si batta.
Ma, laggi, monsignore, avete de' prigionieri come ne aveva qui il re Edoardo.
Ben mel ricordo, messere; son essi il signor di Clisson, il signor Gottifredo d'Harcourt, ed il signor Herveio di Leon, tre prodi capitani dei quali uno mi  gi renduto dappoich l'ho cambiato contro il duca di Stanford. E questi  messere Oliviero di Clisson.
Ah! monsignore, la Francia da poco in qua  disgraziata, dal perch quegli stessi che dovrebbero difenderla l'abbandonano. 
Non comprendo, disse il re alzandosi.
Io diceva, monsignore, che il re Edoardo ha renduto la libert a Oliviero di Clisson in cambio del duca di Stanford, e l'ha niegata ad Herveio di Leon.
 vero.
Sapete, monsignore, da che proviene questa preferenza del re d'Inghilterra, per uno dei vostri sudditi?
L'ignoro.
Ci avviene perch in codesto cambio v' stata una condizione, che voi, monsignore, non conoscete, e che messer Oliviero di Clisson ha accettata... condizione che pone adesso il reame di Francia in uno de' pi grandi pericoli che corso abbia mai.
Filippo sesto impallid.
E siete voi, conte, egli disse, voi, uno dei fedeli sudditi del re Edoardo, che venite ad avvertirmi del pericolo? voi, che lasciato avete l'Inghilterra per venire ad annunziarmi questa nuova, in cambio, dite voi, della cattivit ch'io volli rendervi mite? Perch i sudditi leali d'un re vanno s graziosamente ad avvisare i re nemici de' pericoli che ad essi sovrastano?
Perch, continu il conte con voce grave e solenne, perch un tradimento il pi nero che sia al mondo esige vendetta.
Filippo fis gli sguardi sul conte, dal perch, malgrado l'accento della voce di Salisbury, ei temeva un tradimento.
Dunque voi dite, riprese il re, che eravi alla liberazione di Oliviero di Clisson una condizione segreta.
Conosciuta da Oliviero soltanto e dal re d'Inghilterra.
E codesta condizione?
, monsignore, un tradimento, n pi n meno.
Un tradimento!
S.
 impossibile. Oliviero di Clisson  un prode capitano.
Lo so, monsignore, poich mi  toccato a battermi con lui innanzi Rennes; ma Oliviero di Clisson  un traditore dal perch ne ho le prove, e queste prove, eccole qui.
E ci dicendo, Salisbury mostrava al re Filippo i suggelli d'Oliviero di Clisson e di Gottifredo di Harcourt.
Filippo lesse le obbligazioni de' due prigionieri, e guardando Salisbury, gli disse con voce tremante:
In tal guisa alla fin della tregua, la Francia era aperta al vostro re da questi trattati?
S, monsignore.
Ah! Edoardo terzo  uomo esperto. In tal guisa, prosegu Filippo, i miei migliori cavalieri mi abbandonano e mi tradiscono, Oliviero di Clisson, Gottifredo di Harcourt, Laval, Giovanni di Montalbano, Alano di Quedillac, Guglielmo, Giovanni ed Oliviero di Brieux, Dionigi Duplessis, Giovanni Mallart, Giovanni di Sennedavi, Dionigi di Gallac, Enrico di Malestroit! Ah! mi vendicher crudelmente. Sapete voi bene, conte, ci che avete fatto svelandomi questa trama?
S, monsignore.
Avete distrutto la mia fiducia pi cara.
Edoardo ha spezzato le mie pi sante speranze.
Voi farete scorrere il pi nobile sangue di Francia.
Che m'importa, monsignore, che il mondo tutto diventi un lago di sangue, purch io sia vendicato?
E d'onde viene che anche voi abbandoniate il vostro re?
Sappiatelo, monsignore; ci avviene dal perch egli ha tentato rapirmi il mio bene pi caro, l'onore del mio nome, il sangue del mio cuore, l'unica speranza della mia vita. Ah! monsignore, punite, e spargete sangue, fate alzare patiboli, inventate torture; ma per quanto erger si possa a sublime altezza la vostra vendetta non aggiunger mai il livello del mio dolore e dell'odio mio.
E che pensate di fare?
Lo so io forse, monsignore? che volete voi che faccia un uomo il cui cuore  spezzato?
Trattenetevi un poco in Francia, conte, e vedrete come il re punisce la tradigione.
Ormai, monsignore, disse Salisbury, altro non mi resta che chiedervi la permissione di ritirarmi, pregandovi a volermi rendere codeste pergamene.
Rendervele, e perch?
Perch, monsignore, la mia denunzia, scusabile oggi a causa di ci che ho sofferto, non sarebbe pi forse tale per l'avvenire.
Vi giuro, conte, disse il re, che niuno sapr che questo pergamene sono in mie mani; che niuno sapr che voi me l'avete consegnate e che io colpir prendendo su me solo la responsabilit della punizione. Ma lasciatemi queste prove, dal perch, partito voi, il delitto di questi uomini  s orribile che ne dubiterei e non sarei forse pi oso di punirlo se non l'avessi sempre innanzi agli occhi.
Sta bene, monsignore, sclam il conte: fido sulla vostra promessa.
Addio, messere, e non obliate mai l'ospitalit della corte di Francia.
Salisbury si ritir.
La notte era buia. Ei lasci il Louvre che rintagliava sul cielo il cupo profilo della sua torre, in cui vegliavano qua e l alcuni lumi.
Ora, egli disse varcando il recinto del palagio, son sicuro, re Edoardo d'Inghilterra, che tu non compierai il tuo voto.
E disparve nell'ombre della notte.
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Il d appresso, senza por tempo in mezzo, il re fe' pubblicare che alcune feste avrebbero luogo nel principio del mese di gennaio 1343. Difatti, pel giorno quindicesimo di detto mese, fu annunziato un torneo, nel quale doveano giostrare tutti i nobili cavalieri del reame ed a cui lo stesso re Filippo sesto dovea prender parte.
In conseguenza, var araldi furono mandati nelle province vicine, i quali erano incaricati di ricercare i combattenti.
Grandi preparativi si fecero, senza che niuno potesse immaginarsi qual sanguinoso scioglimento doveano avere.
Due o tre giorni prima del torneo, il re fece chiamare il prevosto di Parigi.
Tutti quelli di cui vi ho dato la nota sono eglino a Parigi? egli domand.
S, monsignore.
Messer Oliviero di Clisson? 
 giunto stamani.
E mescer Gottifredo di Harcourt?
 il solo che non sia venuto a Parigi.
Dubiterebbe egli di qualche cosa? mormor il re passeggiando a grandi passi per la stanza. Ma in ogni caso sua moglie  qui.
S, monsignore.
Oh! fratel mio d'Artois, sembra che non siate il solo traditore del nostro reame, ed ecco che i vostri alleati si mostrano. Ma, se Dio mi aiuti, vi annienter tutti, dovessi io per ci, adeguare i vostri castelli al suolo, e fare appiccare fino a' vostri ultimi rampolli.
Monsignore non ha altri ordini a darmi? chiese il prevosto.
No, andate.
Tre giorni dopo, Parigi era sottosopra. Il sole erasi levato pi raggiante che non si sarebbe ardito sperarlo, come se il cielo avesse voluto proteggere la festa che dovea aver luogo. Fin dal mattino, come alla festa che Filippo il Bello avea data ad Edoardo secondo e ad Isabella, a tempo del loro viaggio in Francia, le strade di Parigi furono incortinate, val a dire che le case erano tutte ornate di tende. Varie processioni ebbero luogo, che componeansi de' borghesi e di tutte le corporazioni de' mestieri, alcune a piedi, altre a cavallo, accompagnate da istrumenti che faceano grande fracasso.
Poi venivano menestrelli e saltimbanchi d'ogni sorte, vestiti di abiti screziati, ed accompagnandosi con una musica di cembali e di trombe. Il re ed il suo seguito guardavano tutta quella cavalcata che si dirigeva con alte grida verso l'isola di Nostra-Donna.
Veniano quindi anche i cavalieri del torneo montati su cavalli magnificamente bardati, e vestiti delle loro pi belle armature, ciascuno accompagnato dal proprio scudiere che spiegava al vento la bandiera del suo padrone sulla quale leggevasi qualche nobile leggenda.
Poscia finalmente il popolo, con quelle stesse grida ch'ei trova sempre ogni volta che gli si offre una festa nuova.
La sera vi furono conviti e spettacoli, e la domane a mezzod dovea cominciare, alla Badia di S. Germano de' Prati, il torneo pel quale tanti cavalieri eransi ascritti.
Quel torneo era stato ritardato di un giorno per ordine del re, che volea senza fallo aspettare ventiquattro ore di pi, nella speranza che Gottifredo di Harcourt arriverebbe; ma ad onta di questa dilazione, Gottifredo non arriv.
A mezzod adunque entravano i cavalieri nella lizza.
Noi ritroviamo a questo torneo Eustachio di Ribeaumont, col quale abbiamo gi fatto conoscenza e che rivedremo a comparire di bel nuovo nel corso di questa storia.
In quel d ei fece portenti e dopo molti scontri che gli fruttarono grande onore, il re lo chiam e lo fece sedere accanto al vecchio re di Boemia, Giovanni di Lussemburgo, il quale, sebbene cieco, avea voluto esser presente a quella scena, ed a cui il cuore balzava di gioia ogni qual volta un bel colpo era dato ed in mezzo agli applausi gli se ne facea il racconto.
Quanto a Filippo, era pallido. Una grande inquietudine lo agitava, e parea attendere impazientemente una cosa che non giungeva tanto presto quanto ei desiderava.
Finalmente, un cavaliere chiuso in compiuta armatura apparve nella lizza, ed il re senza fallo lo riconobbe, dal perch il volto di questo rifulse al tempo istesso d'un raggio di odio e di gioia.
Codesto cavaliere che altri non era che Oliviero di Clisson, and a battere con la sua lancia lo scudo di un altro cavaliere e ritorn a prender di nuovo la sua posizione all'altra estremit del campo; ma nel punto in cui ei s'accingeva a porre la propria lancia in resta, quattro uomini si avanzarono accompagnati dal prevosto di Parigi che gli disse:
Messere Oliviero di Clisson, in nome del re vi arresto come traditore ed alleato del re d'Inghilterra; e dichiariamo parimente traditori il signore di Laval, Giovanni di Montalbano, Alano di Quedillac, Guglielmo di Brieux, Giovanni ed Oliviero suoi fratelli, Dionigi Duplessis, Giovanni Mallart, Giovanni di Sennedavi, Dionigi di Gallac qui presenti, e Gottifredo di Harcourt, che non  nel nostro reame, intimando ad essi di consegnarci le loro spade.
Tutti gli occhi si fisarono sul palco del re, ma Filippo era gi partito.
Una grande costernazione si sparse in tutta quella folla. I cavalieri da noi test nominati consegnarono le loro spade, ed una compagnia della prevostura li condusse al Castelletto che si richiuse sopra ad essi.
Il popolo si ritir in silenzio, tutto stordito ancora della scena che accaduta era sotto i suoi occhi.
In questo frattempo, Enrico di Malestroit, antico referendario del palagio di Filippo di Valois, accusato di tradimento, era stato arrestato e messo in carcere come gli altri.
Cominciando da quel giorno, Filippo sembr pi tranquillo e di buon umore.
Non vi fu n processo, n giudizio, n prove. Quegli accusati furono condannati a morte. Essi sapeano di meritarla e ci era quel che facea mestieri. Quanto al popolo non v'erano ragioni da dargli. Se voleva, potea liberamente assistere all'esecuzione di cui gli si offriva lo spettacolo in cambio della festa del torneo che ei vista non avea.
Alla notizia di quell'arresto, il vescovo di Parigi reclam Enrico di Malestroit come chierco e soggetto unicamente alla giustizia papale. Enrico di Malestroit fu dunque scarcerato; ma la sua punizione, per essere pi lenta, non dovea essere meno terribile.
Le esecuzioni furono fissate pel 29 novembre 1343.
Fino allora non aveasi potuto ottenere veruna confessione dalla parte di coloro che erano stati arrestati.
Il 28 a sera Filippo stesso scese nella prigione di Oliviero Clisson che quasi credette ad una grazia vedendo il re visitarlo.
Oliviero dapprima volle negare, ma Filippo gli mostr la lettera avente il suo suggello, con la quale obbligavasi col re d'Inghilterra, egli ed i suoi compagni.
Oliviero abbass la testa e non rispose nulla. Il re ritornossene al Louvre, e l'indomani, alle undici del mattino, i prigionieri furono trasferiti dal Castelletto al Mercato, in mezzo ad un popolaccio, accorso su i loro passi.
Il patibolo era inalzato sul Mercato di Parigi.
Filippo avea voluto assistere a quello spettacolo, e dietro una finestra, la sola che fosse chiusa su tutta la piazza teneasi l'ombra regale che guardava con gli occhi ardentemente fisi sul patibolo.
Nel punto di morire, Oliviero di Clisson, confess pubblicamente il suo delitto, dicendo che prima di comparire innanzi a Dio volea con tal confessione cattivarsene la clemenza.
Quattordici teste caddero anche quel giorno, come se Filippo avesse voluto circondare il trono di un fossato di sangue, per renderlo inattaccabile.
Quando la giustizia del re fu compiuta, ciascuno, spaventato dalla scena di cui era stato poco innanzi spettatore, tornossene lentamente alla propria abitazione. Un uomo trovavasi fra quelli che il triste spettacolo avea attirati, e quando tutto fu finito si allontan al par degli altri. Soltanto, invece di rientrare nel seno della citt, varc il recinto di Parigi, e a un centinaio di passi dalle mura, trov uno scudiere che l'aspettava con due cavalli; egli ne prese uno, lo scudiere prese l'altro e tutti e due rapidamente si allontanarono.
Codesta uomo era il conte di Salisbury cui a Parigi non rimanea pi nulla da vedere.
Intanto, quella prima esecuzione non avea ancora sbramato Filippo, a cui, il lettore sel ricorder, il vescovo avea strappato una vittima.
Dacch egli era stato obbligato a rendere Enrico di Malestroit, Filippo avea scritto a Roma, raccontando il delitto di cui il chierco renduto erasi colpevole e chiedendo la permissione, se non di punirlo con la pena di morte, di disonorarlo almeno con un castigo qualunque. Ottenuto il bramato consenso, il re si affrett a fare arrestare Enrico di Malestroit.
Ei mantenne la data parola, e nol condann alla morte.
Il Malestroit fu soltanto degradato, e siccome tal punizione non sembrava sufficiente, Filippo lo fece alzare sopra una scala e l sopra, il popolaccio, cui niuna forza bast a trattenere, lo lapid.
Vox populi vox Dei, disse Filippo sesto quando la sera gli fu annunziata la morte di Enrico di Malestroit.
La nuova della morte di Clisson e degli altri cavalieri non tard a giungere in Inghilterra ed il re Edoardo ne fu s corrucciato, che subito fu udito a sclamare che vendicherebbe crudelmente la morte di quelli i quali eransi con lui collegati, e giacch tale era stato il pieno piacere del re di Francia, suo pieno piacere quello si era di rompere la tregua sanzionata.
Poscia ei fece chiamare il conte Derby, cui partecip in una l'avvenuto e la risoluzione che presa avea di far soffrire ad Herveio di Leon la stessa sorte che Filippo avea fatto soffrire ai cavalieri bretoni e normanni.
Sire, gli disse il conte, nol fate, ch andreste cos ad oscurar con questa morte la vostra gloria per sempre. Lasciate che il vostro vicino di Francia sia sleale ma nol siate mica voi, ed invece di porre Herveio di Leon a morte, perch  rimasto fedele al suo re, rendetegli al contrario la libert, mediante un tenue riscatto, affinch ei possa proclamare dappertutto la giustizia e la generosit del re d'Inghilterra.
Avete ragione, cugino, disse il re porgendo la mano al conte, farebbe sempre d'uopo che io ne' miei momenti di collera, avessi a fianco un uomo come voi.
Rompere la tregua,  giustizia; rispose Derby inchinandosi; fate la guerra,  vostro dritto, e se d'uopo avete di prodi e leali cavalieri, sapete, sire, di chi potete far capitale.
S, conte, so bene ci che volete dire. Cos, getter in Francia un esercito tale che Filippo si pentir eternamente della morte di quei bravi cavalieri, de' quali voglia Dio aver l'anima. Di nuovo, grazie, cugino, del vostro consiglio.
Allora il re ordin che gli si conducesse innanzi Herveio di Leon e quando questi fu giunto gli disse:
Ah! messer Herveio, il mio avversario Filippo di Valois ha vilmente fatto morire cavalieri molto prodi, e questa notizia mi ha vivamente addolorato. Cos si voleva far di voi come egli ha fatto di loro, il perch voi siete uno di quelli che pi mi han nociuto in Bretagna; ma preferisco che il mio onore signoreggi la collera che mi accende, e mediante un tenue riscatto vi lascer partire. Ringraziate di questa grazia il conte Derby, ai consigli del quale la dovete.
I due cavalieri s'inchinarono l'uno all'altro, e messere Herveio soggiunse:
Caro sire, se avete qualche cosa da comandarmi, ditelo, e tutto ci che potr fare lealmente per voi, lo far.
Ebbene! prosegu il re, so, messere, che siete uno de' pi ricchi cavalieri di Bretagna, e potrei per conseguenza chiedervi trenta o quarantamila scudi che mi dareste; ma, vi ripeto, un tenue riscatto mi baster, a condizione che al vostro ritorno in Francia andrete a trovare il mio avversario Filippo e gli direte, da parte mia, che facendo egli morire tanti bravi cavalieri ha rotto la tregua conclusa, e che per conseguenza lo sfido e gli dichiaro nuovamente guerra. Mediante questo messaggio compiuto, il vostro riscatto, messere, non sar che di 10,000 scudi che manderete a Bruges tre mesi dopo che avrete rivalicato il mare.
Monsignore, disse allora messer Herveio di Leon penetrato di riconoscenza a questa grazia del re, far come bramate, e possa Iddio rendervi un d la cortesia che oggi mi usate!
Herveio di Leon non rest lungo tempo dopo in Inghilterra; giunse prontamente ad Hennebon, dove imbarcossi per Harfleur. Ma il cattivo tempo lo colse, e fu tanto malato che poco manc non morisse.
Non pertanto ei giunse a Parigi ove pot compiere il messaggio che Edoardo terzo aveagli affidato.
...
.
...
Capitolo 5.
...
.
...
In quel frattempo le ostilit erano continuate in Bretagna. Roberto d'Artois, che abbiamo lasciato ad Hennebon, avea preso la citt di Rennes d'onde erano fuggiti Herveio di Leon e Oliviero di Clisson, e dove furono presi ad un secondo assalto.
Abbiam veduto ci che era risultato da codesta cattura; ma gli affari di Francia non avean mica fatto s che gli affari della contessa di Monforte e di Carlo di Blois non continuassero.
Edoardo terzo avea dunque assediato la citt di Dinan, mentre che Salisbury ritornava al castello di Wark e sapeva la fatale verit dalla bocca istessa di Alice.
Edoardo avea subito veduto che la citt potea prendersi, dal perch non era chiusa che da semplici palizzate.
In conseguenza, ei fece salire i suoi arcieri in certe barchette e li fece avvicinare alla citt ad un tiro di freccia, d'onde assalirono quei che difendevano le palizzate con tal destrezza che quelli osavano appena farsi vedere.
Nel tempo istesso altre barchette si staccavano da quelle degli arcieri. Queste portavano uomini armati di grandi scuri taglienti e protetti dalle frecce degli arcieri che passavano sulle loro teste e li coprivano a guisa d'un tetto di ferro. Essi incominciarono la lor guerresca bisogna scaricando colpi vigorosi sulle palizzate con tanto buon successo che in brevissimo tempo ne atterrarono una grand'ala ed entrarono nella citt.
"Chiunque volle entrarvi vi entr, dice Froissart, e quando que' della citt videro traboccare appo loro gl'Inglesi a guisa d'una marea di morte, se ne fuggirono disordinatamente verso il mercato, lasciando nelle mani degli assedianti messer Piero Porteboeuf, che li capitanava."
Pur nonostante quella prima vittoria dovea esser seguita da uno scacco tremendo. Dopo la presa di Dinan, Edoardo soddisfatto della cattura che ivi avea fatta, dal perch la citt era molto ricca, andossene senza neppur lasciarvi guarnigione, ed incamminossi dalla parte di Rennes, citt dinanzi alla quale si stabil.
Ora, eranvi in mare, in quel tempo, fra la Bretagna e l'Inghilterra, alcuni vascelli comandati da messer Luigi di Spagna, messer Carlo Aimant, messere Ottone Dore; vascelli carichi di Genovesi e di Spagnuoli, che cagionavano grandi danni agli Inglesi ogni volta che questi andavano a cercar provvigioni innanzi a Rennes.
Essi profittarono adunque d'un momento in cui il vascello del re, che era ancorato vicino a Rennes, era abbastanza mal custodito per assaltarlo. Piombando come belve sulla preda, uccisero gran parte dell'equipaggio ed avrebbero certamente ucciso il restante, se quelli che erano innanzi alla citt non fossero accorsi in aiuto del vascello inglese, il che non imped a messer Luigi di Spagna e a' compagni di questo di condur via quattro navi inglesi cariche di provvigioni. Per esser sicuri che loro non fossero riprese, ne distrussero due e ne conservarono una soltanto carica del fatto bottino.
Da quel momento Edoardo fece rimanere parte della sua flotta nel porto dell'Havre e l'altra in quello di Hennebon.
Non pertanto l'assedio proseguiva innanzi a Nantes ed innanzi Rennes, senza che si sentisse parlare di Carlo di Blois.
Ed allora fu che il duca di Normandia fece una cavalcata in Bretagna per soccorrerlo. Ei lasci la citt d'Angers con trentaquattromila uomini capitanati dal sere di Montmorency e da quello di Saint-Venant. Poi venivano il duca di Normandia, il conte d'Alenon suo zio, ed il conte di Blois suo cugino. Eranvi puranco i pi nobili nomi di Francia, il duca di Bourbon, il conte di Ponthieu, il conte di Bologna, il conte di Vendme, il conte di Dampmartin, il signore di Craon, il signore di Coucy, il signore di Sully, quelli di Frimes e di Rege, ed altri baroni e cavalieri di Normandia, di Alvernia, di Berry, d'Angi, del Meno, del Poitou, e della Santongia, in s gran numero che non potrebbonsi tutti nominare.
Queste notizie giunsero ai signori Inglesi che assediavano Nantes. Essi ne informarono subito Edoardo, facendogli domandare ci che dovessero fare, e se era d'uopo che si ritraessero o che lo aspettassero.
Quando il re d'Inghilterra venne a sapere quel soccorso che giungeva a Carlo di Blois, entr in gran pensiero, domandando fra s e s, se non farebbe meglio a lasciar l'assedio di Vannes e di Rennes e recarsi con tutte le sue forze a quello di Nantes.
Chiese allora consiglio a' suoi cavalieri, e fu risoluto che, siccome ei trovavasi tanto vicino a Nantes da potervi andare quando fosse uopo, ei proseguirebbe a restare davanti Vannes. In conseguenza, quei che erano innanzi Nantes furono richiamati e ricondotti sotto Vannes.
Il duca di Normandia si stabil dunque a Nantes, con tutta la sua oste, o almeno con parte della sua oste, perch era tanto numerosa che non avrebbe potuto tutta quanta capire nella citt.
Mentre che il duca di Normandia era a Nantes gl'Inglesi ne profittarono per assediar Rennes.
Fu questo uno de' pi belli assalti che siensi dati in tutta quella campagna, dal perch dur un giorno intiero, ed eranvi a Rennes buoni cavalieri e scudieri di Bretagna, come per esempio il barone d'Ancenis, il barone del Tout, messer Giovanni di Malestroit, Yvain Charruel e Bertrando Duguesclin. Ci vedendo, il duca di Normandia partissi da Nantes con tutta la sua oste e recossi innanzi a Rennes affine di scontrare ivi pi presto i suoi nemici.
I Francesi allogaronsi nella campagna, facendo scavare un fossato attorno al loro campo per proteggere le tende che avevano stabilite. Allora cominciarono alcune guerricciuole tra que' d'Edoardo e que' del duca di Normandia, poich gl'Inglesi aveano attaccato i Francesi, e ronzavano attorno al loro campo come uno sciame di pecchie attorno alla loro arnia.
Ci vedendo il re d'Inghilterra fece dire a quei che tenevano l'assedio di Vannes di andare a raggiungerlo affinch ei fosse pi forte. Egli aspettava sovra ogni altra cosa l'arrivo del conte di Salisbury, cui avea mandato al castello di Wark l'ordine che recato si fosse, senza por tempo in mezzo, a trovarlo.
Le due osti inglese e francese erano molto belle, dal perch due re le capitanavano. Difatti Filippo in persona era andato in Bretagna, ed ecco come Edoardo lo seppe.
Una mattina un araldo inviato dall'esercito francese si present alla tenda del re.
Sire, egli disse ad Edoardo, vengo da parte del mio padrone, il re di Francia, a dirvi che egli  test giunto al campo del duca di Normandia e che, stanco di queste ostilit senza fine, vi sfida a singolar tenzone, affinch si ponga un termine a queste inutili guerre.
Rispondete al signor vostro, disse Edoardo, che io gli so grado dell'onore che mi comparte, ma che il re ricusa ci che il cavaliere avrebbe accettato. Troppo grandi destini poggiano nelle mie mani perch io li abbandoni alle eventualit di una singolar tenzone.
E ci dicendo, il re d'Inghilterra di all'araldo un anello di gran prezzo perch quegli lo serbasse in memoria della sua missione.
Le guerricciuole continuarono, ma un po' pi sanguinose di prima. Roberto d'Artois, che evasi unito al re d'Inghilterra non era di quelli che combattevano meno. Ogni d, con alcuni altri cavalieri valenti come lui, trovava mezzo di far qualche bella impresa, che dopo raccontava al re, e che gli procacciava grande stima per parte d'Edoardo.
Io non posso starmene ozioso, dicea egli al re, quando veggo gente di quell'ingrato paese di Francia, ed il mio rancore non  soddisfatto che allorquando ne ho ammazzato qualcheduno.
Ma accadde che un giorno, Roberto d'Artois, il quale non era accompagnato che da alcuni cavalieri, cadde in un'imboscata, e questo e la sua piccola truppa trovaronsi subito attorniati di nemici.
Essi difendevansi valorosamente; ma i Francesi erano in numero, il cavallo di Roberto fu ucciso, ed il conte mortalmente ferito. Gl'Inglesi che da lunge vedeano ci che avveniva, accorsero in loro aiuto, ma troppo tardi, e trasportarono al campo d'Edoardo Roberto ancor vivo, ma perdente a rivi il sangue da tre o quattro larghe ferite, tanto alla testa che al petto e ad un braccio.
Allorch Edoardo ebbe saputo tal notizia, si rec prontamente appo il conte ch'ei trov giacente sul letto sotto la sua tenda, e che non appena il vide stendendogli la mano dissegli:
Nobile sire, io morr fra breve, e senza aver potuto compiere il voto che fatto avevo di vendicarmi da me stesso; ma ripongo la mia vendetta fra le vostre mani, e morendo pregovi a non far grazia n merc al re di Francia che mi ha s ingiustamente spogliato.
Ma forse non morrete questa volta, disse Edoardo, e potrete compiere il vostro voto.
Ah! meschino di me! meschino di me! Iddio sa che non rimpiango la vita se non perch perdendola abbandono il servigio del grazioso re che m'ha accolto e protetto; ma so che l'ultima mia ora  giunta, e che ormai altro a far non mi resta che raccomandare l'anima mia a colui che a sua volta mi ricever nel suo regno eterno.
Ed il re Edoardo non potea trattenere le lagrime ed i gemiti presso al letto di morte di quel valoroso cavaliere ch'ei tanto amava.
Il conte sentendosi indebolire di momento in momento, prese per l'ultima volta la mano del re, ed accostandosela alle labbra gli disse:
Sire, rammentatevi la promessa che fatta avete a colui che or sen muore.
Giuro, sclam il re, di vendicare in tutte le maniere il danno che il re Filippo, conte, vi ha fatto, e la vostra morte, che mi addolora a segno che darei tutto quel che bramar potrebbe a colui che vi rendesse la vita, tanta stima ed amicizia nutro per voi.
Grazie, sire, mormor il conte con voce indebolita, e morr compiutamente soddisfatto se il mio corpo riposi nel vostro paese che mi fu ospitaliero cotanto.
La vostra brama sar appagata.
Il conte, come se non avesse aspettato per morire che quell'ultima promessa, entr in agonia e spir poco dopo.
Edoardo rinnov sul cadavere il giuramento che fatto avea al moribondo, e pi tardi vedremo come il compiesse. Il corpo del conte trasportato a Londra, fu sotterrato a San Paolo, ove il re gli ordin sontuose esequie, qual fatto avrebbe pel proprio figlio.
Le due osti eran sempre in faccia, ed aspettavano un momento favorevole per azzuffarsi, allorch il vescovo di Preneste, Pietro de' Prati, e Stefano Aubert, vescovo di Clermont, giunsero innanzi a Rennes, inviati da Clemente sesto che tenea allora il trono pontificio. Que' due vescovi andavano dall'una all'altra oste per conciliarle, ma queste non voleano sentir ragioni. Edoardo, che la morte di Roberto d'Artois irritava anche di pi, non volea accordar tregua, qualunque esser potesse il tenore delle condizioni. Ei dicea che non se ne andrebbe se non vincitore o vinto.
Le cose erano a tale quando il messaggiero che Edoardo avea mandato a cercare il conte di Salisbury ritorn.
Non appena giunto costui, and a trovare il re.
Ho adempiuto il messaggio, monsignore, egli disse.
Ed il conte? chiese il re.
Il conte non  nel castello di Wark.
E dov'?
Niuno, sire, lo sa. Egli arriv un giorno, e nella giornata istessa ripart solo e senza dire n dove andava, n se ritornerebbe.
A questa nuova Edoardo indovin una sventura.
E la contessa, egli soggiunse, l'avete vista?
No, monsignore. Tutto ci che ho potuto sapere si  che la contessa avea di certo perduto un parente che le era molto caro, il perch non usciva pi dal suo oratorio e indossava il bruno grave.
Sta bene, disse il re.
E si allontan pensieroso.
...
.
...
Capitolo 6.
...
.
...
Da quel momento in poi, Edoardo fu pi accessibile alla proposizione di tregua che a lui fecero i due vescovi, dal perch avea fretta di ritornare in Inghilterra e penetrare addentro le cause della partenza misteriosa di Salisbury e del bruno grave della contessa. Per conseguenza, fu convenuto che le due osti si ritirerebbero, e che ambasciatori sarebbero inviati dai due re, il 19 di gennaio dell'anno seguente, a Malestroit, ove il trattato sarebbe concluso.
La Francia incaric di tal missione Eudo, duca di Borgogna, e Piero, duca di Bourbon.
L'Inghilterra affid i suoi poteri a Enrico, conte di Lancastro, e a Guglielmo di Rohan.
Quanto ad Edoardo, sen torn a Londra, ed allora fu che seppe l'esecuzione de' signori bretoni e normanni. Codesta esecuzione coincideva talmente con la partenza di Salisbury che non fu pi dubbio per lui che il conte l'avesse tradito.
La posizione era grave per Edoardo. Roberto d'Artois era morto, Salisbury lo abbandonava, la Bretagna e la Normandia, sulle quali egli avea fondato, erangli chiuse per la morte de' loro cavalieri e la conoscenza in cui Filippo era venuto del trattato di Clisson con l'Inghilterra.
Alice, che egli amava tuttora, e che egli amava sinanco molto pi di prima, lo malediva di certo dal fondo del suo lutto. Facea mestieri adunque che Edoardo sfogasse su qualcuno la collera che tali circostanze accumulavano nel suo cuore.
La Francia, come sempre, divenne segno a quelle ire funeste.
Abbiam veduto che Edoardo avea di gi mandato a fare una dichiarazione di guerra a Filippo per Herveio di Leon.
Ci non era mica tutto.
Come il lettore certamente si ricorda, Artevelle avea offerto al re d'Inghilterra la Fiandra per suo figlio: Edoardo se ne ricord, e prima di recarsi a Gante, di al conte di Derby il comando dell'esercito che dovea andare ad attaccare la Guienna.
Noi seguiremo dapprima il conte, ed andremo poscia ad accompagnare il re e vedere quali avvenimenti trov questi al suo arrivo appo il compare Giacomo d'Artevelle
Allorch tutti i preparativi furono fatti, le genti venute, i vascelli noleggiati e messi alla vela, il conte prese congedo dal re e andossene ad Hautonne ove era tutta la sua flotta; ivi s'imbarc e navig verso Baionna, ove presero terra e sbarcarono tutte le loro provvigioni. Poscia s'incamminarono verso Bord, dove furono ricevuti con grandi dimostrazioni di gioia, tanto que' di Bord li amavano.
Il conte fu alloggiato nella badia di Sant'Andrieu, e tutte le sue genti restarono nella citt.
La nuova dell'arrivo del conte di Derby giunse presto al conte di Lilla, che tenea Bergerac per il re di Francia. Ei fece adunque avvisar subito coloro che voleano unirsi a lui di recarsi col a raggiungerlo, e tutti i signori che prestavano obbedienza a Filippo accorsero.
Eran essi il conte di Comminge, il conte di Pierregort, il visconte di Carmaing, il visconte di Villemur, il conte di Valentinois, il conte di Miranda, il signore di Duras, il signore di Torrida, il signor della Barde, il signore di Pincornet, il visconte di Castellon, il signore di Chateauneuf, il signore di Descun, e l'abate di Santo Silverio.
Quando furon tutti riuniti, il conte di Lilla, facendo ad essi parte del pericolo, lor chiese ci che far si potesse per ripararlo. Essi risposero che erano forti abbastanza per difendere il passo della Dordogna a Bergerac contro gl'Inglesi.
In capo a quindici giorni che il conte Derby soggiornava nella citt di Bord, seppe che i cavalieri guasconi trovavansi a Bergerac, e fece tutti i suoi preparativi per partir la mattina. In conseguenza, ei fece marescialli del suo esercito messer Franco di Halle, e messer Gualtiero di Mauny, che abbiamo perduto di vista dal momento in cui dall'avventuroso cavaliero, ch'egli avea mortalmente ferito, eragli stato narrato, come suo padre fosse stato ucciso da Gianni di Levis e comecch la tomba del Losco di Mauny, trovavisi nella citt della Reole.
Messer Gualtiero, intieramente ligio al re d'Inghilterra non avea per anco avuto il tempo di condurre a fine il suo voto, che consisteva in andare a ritracciare gli avanzi paterni per farli trasportare nell'Analto, dappoich met di codesto voto era di gi compiuta con la morte del cavaliere avventuroso, figlio dell'uccisore di suo padre.
Quando l'armata fu in tal guisa allestita, si pose in marcia e dopo aver camminato per tre leghe, fece sosta al castello di Monlucq, distante una piccola lega da Bergerac.
Gl'Inglesi rimasero ivi tutto il giorno e tutta la notte, aspettando i corrieri che inviati aveano sino alle barriere di Bergerac, e che doveano tornare a dir loro in quali disposizioni fosse l'oste del conte di Lilla. La mattina si posero a tavola; dal perch volevano aver desinato di buon'ora, nel caso in cui lor facesse mestieri dar la battaglia in quel giorno istesso.
Essi erano ancora a tavola, allorch i corrieri ricomparirono ed annunziarono che l'armata del conte di Lilla, era lor sembrata assai debole all'aspetto.
Allora Gualtiero di Mauny, guard il conte Derby, dicendo:
Monsignore, mi prende un gran desiderio.
 quale?
Ma a ci farebbe d'uopo che fossimo tutti gente risoluta ed esperta.
Or dunque parlate.
E' sarebbe di berci a cena i vini di que' signori di Francia che tengonsi in guarnigione a Bergerac.
 codesto un desiderio eccellente, messere, che io comprendo benissimo ed eseguir volentieri.
I compagni che udirono Gualtiero di Mauny ed il Conte parlar in quella guisa, deliberarono insieme e dissero fra loro:
Andiamo ad armarci, perocch sembra che cavalcheremo tra poco alla volta di Bergerac.
In un attimo essi furono armati, ed insellati i cavalli.
Quando il conte Derby vide costoro in s buona disposizione, ne fu grandemente contento e giulivo e sclam:
Or dunque, marciamo, in nome di Dio e di san Giorgio, incontro a' nostri nemici.
Alte grida risposero a questa esortazione e tutti, malgrado il caldo eccessivo della giornata, colle armi in pugno ed a bandiere spiegate, corsero sopra a Bergerac. La tattica dell'oste inglese fu semplice, come tale era sempre. Quando essa fu ad un tiro di freccia dal nemico, il conte fece avanzare i suoi arcieri che cominciarono a tirare con tanta destrezza ed unione che nelle file dei Francesi tutto fu disordine e scompiglio. Da l a poco le due osti vennero a combattere a petto a petto, e da ambe le parti assaliti ed assalitori a vicenda valorosamente si difendevano. Intanto i Francesi furono ricacciati sino ne' sobborghi, ed il signor di Mauny, che fe' quel giorno prodezze, avanzavasi tanto addentro fra i nemici che invano la voce de' suoi lo richiamava. Il visconte di Bosquentin, il signor di Chateauneuf, il visconte di Chateaubon, il signor dell'Escure, restarono prigionieri nelle mani degl'Inglesi che non ritiraronsi se non quando, stanchi di combattere e di ammazzare, videro que' che scampati erano al macello rifugiarsi nella fortezza, sbarrarne le porte, correre in alto a' casotti e di lass assalire gli assedianti con pietre, frecce e virettoni. Il che per non imped a Gualtiero di Mauny di soddisfare il gran desiderio che avuto avea di bere del vino di Francia, dal perch gl'Inglesi ne trovarono insieme a vivande, tanto da bastar loro, all'uopo, per pi di due mesi.
Il conte Derby che non erasi spinto fin l per fissarvi soggiorno, fece suonar le trombe sin da prima mattina il d appresso, e di l'ordine di cominciar l'assalto che si fece e dur sino a nona. Ma per quanto validamente combattessero, gl'Inglesi non guadagnarono nulla in quell'assalto, il perch eranvi nella citt prodi uomini d'arme che di tutto cuore si difendevano.
Gl'Inglesi abbandonarono dunque l'assalto per terra, e, dopo aver tenuto consiglio, decisero che il giorno consecutivo assalterebbero Bergerac per acqua; poich la citt non era chiusa che da palizzate. Il podest di Bord pose adunque a lor disposizione pi di quaranta navi che stanziavano inutilmente nel porto di Bord, ed il cui arrivo, la domane a sera, fece prorompere in gridi di gioia gli assedianti. La notte fu spesa ne' preparativi dell'assalto che dovea aver luogo il domani.
L'assedio non fu lungo.
Come avanti a Dinan, gli arcieri crivellarono gli assediati mentre gli altri distruggevano le palizzate, e ci s speditamente che quei di Bergerac, vedendo di non poter lungamente resistere ad un simile assalto andarono a trovare il conte di Lilla e gli dissero:
Signore, guardate quel che volete fare, noi siamo al punto d'esser perduti; sarebbe forse meglio che ci rendessimo al conte di Derby prima di aver sofferto maggiori danni.
Andiamo ove havvi del pericolo, rispose, il conte di Lilla, perocch non siam mica di quei che debbano rendersi a s vil prezzo.
E tutti i cavalieri accorsero alle palizzate, che difesero pi che poterono, accompagnati da' loro arcieri generosi, i quali armati a dovere contro le frecce degl'Inglesi, tirarono sicuramente e fecero per tutto quel giorno immenso guasto fra i nemici.
Ma gl'Inglesi giunsero finalmente ad abbattere un fianco di palizzate, e, da quel momento in poi, non vi fu pi speranza per gli assediati. Allora essi chiesero che il combattimento cessasse, e che lor fosse accordato fino al posdomani tempo a deliberare se dovessero continuare o rendersi.
Tal dilazione fu ad essi accordata, ma a patto, che durante quel tempo, non riparerebbero le loro palizzate, al che quei di Bergerac consentirono, tanto pi volentieri in quanto far non poteano altrimenti.
I baroni di Guascogna si adunarono dunque in gran consiglio, ed il risultato delle loro deliberazioni si fu che nulla di meglio rimanea loro a fare che caricarsi di tutto ci che possedevano e partire al pi presto.
Difatti, a mezzanotte montarono a cavallo, e cavalcarono per alla volta della Reole che era poco distante da Bergerac.
L'indomani, gl'Inglesi che desideravano entrar nella citt, ossia che si arrendesse, ossia altrimenti, montarono nelle loro barchette e recaronsi l dove avean cominciato a distruggere la palizzata. In quel momento scorsero gli assediati che ad essi gridavano esser pronti ad arrendersi a patto che loro verrebbe lasciato la vita ed i beni salvi.
ll conte di Pennebroch ed il conte di Kenfort tornarono a recare tai nuove al conte Derby, che di nobil cuore, rispose all'istante:
Chi chiede merc, merc debbe ottenere: dite loro che aprano la loro citt e ne lascino entrar dentro; noi gli assicuriamo di noi e degli altri.
I due cavalieri andarono dunque a recare a que' di Bergerac la risposta del conte; e quel giorno, che era il 26 agosto 1345, gl'Inglesi presero possesso della citt di Bergerac. Uomini e donne si riunirono sulla piazza, tutte le campane suonarono a distesa, e dopo aver condotto il conte Derby nella chiesa grande, giurarongli fedelt ed omaggio in nome del re d'lnghilterra, in virt del potere di cui era rivestito.
Adesso andremo a vedere ci che fosse accaduto de' signori di Guascogna che si erano ritirati alla Reole.
...
.
...
Capitolo 7.
...
.
...
Quando il conte di Lilla ed i cavalieri guasconi furonsi ritirati alla Reole, tennero consiglio e decisero esser loro indispensabile separarsi per istabilire delle guarnigioni nelle differenti piazze che gl'Inglesi doveano successivamente attaccare.
I capi di queste guarnigioni furono a Montalbano, il siniscalco di Tolosa; ad Auberoche, il conte di Villamur; a Pillagrue, messer Bertrando de' Prati; a Montagre, messer Filippo di Digione; a Maudurant, il signor di Montbrandon; a Lamougies, Arnoldo di Digione; a Beaumont in Laillois, Roberto di Malmort; a Renny, nell'Agenese, messer Carlo di Poitiers; e cos gli altri cavalieri di guarnigione in guarnigione.
Si separarono dunque tutti gli uni dagli altri, ed il conte di Lilla rest alla Reole, e fece talmente e s bene riparare la citt e la fortezza che non v'era pericolo che i nemici andassero ad assaltarlo prima di un mese o due.
Dopo la presa di Bergerac e due giorni di riposo in quella citt, il conte Derby prese a sua volta nuove disposizioni. Ei s'inform adunque, dal siniscalco di Bord, da qual parte dovesse marciare; questi lo consigli di andare innanzi a Pierregord, e giungere sin nell'alta Guascogna, il che fece il conte, dopo aver lasciato a Bergerac un capitano a nome messer Gianni della Zouene.
Ecco adunque di bel nuovo gl'Inglesi in campagna e poco disposti a lasciare sulla via da essi battuta il menomo castello senza prenderlo. Di tal guisa incontrando quel di Langon, vi si fermarono dicendo che non andrebbero innanzi prima d'averlo preso. L'assalto cominci immediatamente. Il primo giorno non riuscirono a nulla; ma il secondo, avendo riempiuti i fossi di legna e di fascine, giunsero senza pericolo fino alle mura, sibbene che il castello chiese il tempo di risolvere, ed il risultato della deliberazione si fu che renduto sarebbesi agl'Inglesi.
Il conte Derby prese dunque possesso del castello di Langon, affidandone la custodia ad un capitano per nome Aimone Lyon ed a trenta arcieri; poscia si riposero in via ed incamminaronsi verso il castello del Lac, come se avessero avuto, egualmente che una marea, soltanto il tempo d'invadere.
Allorch quei del Lac videro con quale rapidit il nemico s'impadroniva delle piazze e dei castelli, recarono al conte Derby le chiavi della citt, e lo riconobbero per loro signore, in nome del re inglese. Poco di poi, egli era avanti al castello di Lamougies, dopo aver lasciato guarnigione alla fortezza del Lac.
Gl'Inglesi poscia presero Prisart, la Line, Fossat, molto facilmente, e Beaumont nell'Artesia innanzi alla quale restarono tre giorni; dopo di che incamminaronsi sopra Montagre, il cui governatore fecero prigioniero e lo mandarono a Bord. Finalmente giunsero dinanzi a Lilla, citt sovrana del conte, che messer Filippo di Digione e messere Arnoult di Digione, la cui cattivit era stata di breve durata, custodivano in qualit di capitani. L'assedio cominci con gli arcieri ed il secondo giorno i borghesi della citt che teneano per le mogli ed i figli, ben s'avvidero che non potrebbero resistere lungo tempo. Pregarono adunque due cavalieri di trattare con gl'Inglesi e di ottener salva per tutti la vita.
I cavaleri incaricaronsi di codesta missione tanto pi volentieri in quanto, al par de' borghesi, prevedeano perfettamente qual esito avrebbe una pi lunga resistenza. Inviarono adunque un araldo al conte Derby, facendogli chiedere un giorno di rispetto. Il conte volea che si rendessero all'istante, e non acconsent ad accordare la dilazione che gli si chiedea se non a patto che gli si darebbero alcuni ostaggi, in virt di che, quei della citt sarebbero liberi di andare ove lor meglio paresse. Le condizioni furono accordate e le genti d'armi di Lilla andaronsene a raggiungere que' della Reole.
Se dovessimo seguire questa spedizione il tutte le sue pi piccole particolarit, d'uopo ne sarebbe ampliare considerabilmente la cornice del presente libro. Diremo solamente che dopo aver preso Bonneval, gl'Inglesi entrarono nella contea di Pierregord, ma non assalirono per la citt, dal perch era difesa in tal modo che videro a primo colpo d'occhio che vi perderebbero la fatica. Intanto ei s'erano abbastanza inoltrati in riconoscere il paese perch que' di Pierregord li avessero veduti.
Se e' son venuti sin qui senz'assalirci, segno si  che non hanno forza sufficiente; or tocca a noi andare a visitarli stanotte; colla differenza per che noi li sveglieremo.
I Francesi uscirono dunque da Pierregord ed inoltraronsi sino alla fortezza di Pillagrue, ove eransi ritirati gl'Inglesi. A lor volta diedero eglino l'assalto, e gagliardamente da una parte e dall'altra si batterono.
Il conte di Kenfort fu preso dai Guasconi nel punto in cui si armava per andare a combattere, e questi, soddisfatti della loro cattura ritiraronsi prima che il rimanente dell'armata, informato di ci che avveniva, accorresse in aiuto del suo comandante.
Si ricorder per fermo il lettore che gl'Inglesi avean preso ai Guasconi, nel principio della spedizione, quattro cavalieri, il visconte di Bosquentin, il visconte di Chateaubon, il signor dell'Escurd ed il signor di Chateauneuf. Dopo avere assalito il castello di Pillagrue per lo spazio di sei giorni e senza verun risultamento, dal perch era difeso da messer Bernardo de' Prati, capitano in armi valente, gl'Inglesi proffersero di rendere i quattro prigionieri che fatto aveano in cambio del conte di Kenfort; ed il cambio venne accettato.
Appena tornato il conte di Kenfort, il conte di Lilla abbandon Pillagrue, e, riponendosi in via senza lasciarsi scoraggire da quello scacco, giunse innanzi Auberoche, che si rese quasi subito, come pure anche la citt di Libourne, da cui il conte Derby allontanossi dopo avervi lasciata una guarnigione comandata da messer Riccardo di Stanfort, messere Stefano di Tornby e messere Alessandro Auriel, poscia fe' ritorno a Bord col conte di Kenfort, e Gualtiero di Mauny, ed essi furonvi ricevuti in gran trionfo. Il conte si ferm per qualche tempo in quella citt, ed il suo ritorno fu in essa celebrato con numerose feste nelle quali sollazzavansi giulivamente le dame ed i borghesi della citt.
Il conte di Lilla, che era stato informato delle conquiste del conte e che non avea potuto opporvisi, credette l'esercito di questo dovesse ormai, per le varie guarnigioni allogate nelle prese citt, essere snervato e incapace quindi di resistere ad un vigoroso attacco. Inoltre ei lo vedea stanziare a Bord ed era fermamente convinto che non s tosto si accingerebbe a nuova spedizione. In conseguenza, ei pose l'assedio innanzi ad Auberoche, facendo dar ordine a tutti quelli che teneansi per Francesi di recarsi col a raggiungerlo.
I conti di Carmaing, di Comminges, Brumckel e tutti i baroni di Guascogna corrisposero prestamente a tal ordine, e, dopo aver adunate ed equipaggiate le loro genti, ritornarono avanti Auberoche nel giorno indicato dal conte.
Allora ebbe cominciamento un assedio terribile. I Francesi si collocarono attorno ad Auberoche, e fecero venire quattro macchine d'onde lanciavano di continuo pietre e frecce sulla citt assediata, talmente che sfondati erano i tetti delle case, ed i loro abitanti altro rifugio non trovavano che ne' sotterranei. La nuova di quell'assalto era per fermo giunta sino al conte Derby, ma non credea questi che fosse tanto grave, e conoscendo quei che lasciati avea ivi in guarnigione essere buoni e valorosi cavalieri, non se ne prendea affatto pensiero e proseguiva a soggiornare a Bord.
Intanto, quando messer Franco di Halle, messer Alano di Finesfroide e messer Gianni di Lindehalle, capitani della guarnigione d'Auberoche vidersi in siffatta posizione, deliberarono tra loro affine di sapere a qual partito appigliarsi. Essi rimaser d'accordo che se il conte Derby giungesse a sapere a qual estremo eran ridotti, per fermo accorrerebbe in loro soccorso; non esservi quindi altro di meglio da fare che rendervelo avvisato.
Ma l'ambasciata era pericolosa, e niun d'essi poteva incaricarsene: dal perch, in caso di morte, tolto avrebbe un potente sostegno agli assediati. Domandarono essi adunque a' loro valletti chi fosse tra loro che volesse guadagnare una considerabile somma di denaro incaricandosi di siffatto pericoloso messaggio.
Se ne present uno che disse esser pronto ad incaricarsene, meno per guadagnare danaro che per salvar gli assediati dal pericolo in cui trovavansi.
Si aspett la notte.
Venuta la notte, i tre cavalieri consegnarono a quell'uomo una lettera per il conte Derby, munita dei loro tre suggelli, e che, per maggior sicurezza gli cucirono nella fodera dell'abito, poi lo fecero scendere nel fossato che circondava la citt. Quando il messaggiero fu ivi, sal il ciglione opposto e cominci ad inoltrarsi in mezzo al campo nemico, perocch far non potea altrimenti, circondando i Francesi la citt, come test abbiamo detto.
Avea egli fatto cento passi appena quando s'imbatt in una scolta.
Dove andate? gli fu domandato.
Fortunatamente il messaggiero parlava guascone, di maniera che rispose:
Ritorno al campo, son un uomo del visconte di Carmaing.
La scolta pass ed il valletto prosegu la sua strada.
Cinquanta passi pi lunge fu incontrato da altri valletti cui volle dare le stesse spiegazioni; ma non fu quella seconda volta fortunato come la prima, e venne condotto innanzi al cavalier della guardia che lo fece custodire, finch i signori del campo fossero levati.
Appena comparve il giorno, furono essi informati della cattura fatta nella notte.
Il valletto fu condotto innanzi al conte di Lilla.
D'onde venite? gli disse il conte.
Dalla citt, rispose il valletto.
E perch l'avete lasciata?
Perch ero stanco di star l dentro assediato, e preferivo fuggirmene e pormi in salvo piuttosto che aspettare che la citt capitolasse o venisse presa.
E in quale stato sono gli assediati? domand il conte.
In assai cattivo stato, messere, e se durano nella resistenza altri otto giorni,  tutto quel che potranno fare.
Il messaggiero sperava deluder cos la vigilanza del conte; ma questi diffidava ancora, il perch soggiunse:
Perch avete risposto ieri che appartenevate al visconte di Carmaing che non vi conosce n punto n poco?
Perch, disse il valletto con un certo imbarazzo, volevo traversare il campo al pi presto, e mi pareva pi corto dir questo che addurre alla scolta, che non le avrebbe capite, le ragioni che adduco a voi.
Va bene, sarete libero, disse il conte, ma quando sarete stato frugato e sarem sicuri che non siete n una spia, n un messaggiero.
Suo malgrado, il valletto port la mano a quella parte del suo abito ove era cucita la lettera. Non avesse mai fatto un tale atto fu lo stesso per lui che denunziarsi da per s.
I soldati che lo attorniavano s'impadronirono di lui, lo frugarono, rinvennero la lettera, che fu letta in mezzo alle esclamazioni di gioia de' signori francesi cui essa svelava in quale stato deplorabile trovavasi la citt, e compiuta la lettura di quel prezioso documento, il messaggiero fu condotto sulla vetta d'una delle macchine con le quali assediavasi la citt.
Ivi fu posto in una di quelle immense fronde che lanciavano i pi pesanti proiettili. Gli fu appesa la fatal lettera al collo e venne gettato in Auberoche dove and a piombare il suo cadavere in mezzo ai cavalieri costernati in pari tempo della morte di quell'uom valoroso e dell'infelice esito dell'unico espediente che loro avanzasse. In quel frattempo, il conte di Pierregord, messer Carlo di Poitiers, il visconte di Carmaing ed il signor di Duras erano montati a cavallo, e passando pi da vicino che poteano alle mura della fortezza, gridavano a que' di dentro per burlarli:
Signori! signori Inglesi! su da bravi! domandate al vostro messaggiere dove ha trovato il conte Derby e come pu darsi ch'ei sia di gi ritornato dal suo viaggio.
Va bene, va bene, rispose Franco di Halle, per ora siam chiusi qui, ma ne usciremo quando piacer a Dio ed al conte Derby; e piacesse a Dio che il conte sapesse in quale stato siamo! il perch allora non vi sarebbe niuno tra voi da tanto da far fronte alla battaglia, e se volete avvertirnelo, uno di noi si porr in prigione appo voi e lo taglieggerete dappoi come il pi ricco gentiluomo.
Mai no, rispose il signor di Duras, il conte Derby lo sapr quando le nostre macchine avranno spianato la vostra citt e voi per aver salva la vita domanderete merc.
Coloro cui abbiam preso questa bicocca, vostri compatrioti, sclam messer Alano di Finefroide han chiesto merc a noi: ma noi che siamo in peggiore stato di loro non chiediamo merc a nessuno, e quando la citt si render, vorr dire che sarem tutti morti e non vi sar pi alcuno per difenderla.
Ci vedendo i cavalieri francesi ritornarono al campo, ed i tre cavalieri inglesi, che non sapeano pi d'onde lor potea venire il soccorso, rimasero ad Auberoche, guardando quella pioggia di pietre che cadevano sulla loro citt e che pareano piuttosto precipitar dal cielo che essere scagliate dalla mano degli uomini. Intanto eravi nel campo francese una spia cui non era accaduta la disgrazia successa al messaggiero di Auberoche, e che recossi a dire a Gualtiero di Mauny ed al conte Derby la posizione nella quale la citt si trovava.
Affemma! sclam il conte, son troppo prodi cavalieri que' che s francamente tengonsi in una citt assediata in tal modo, perch noi ve li lasciassimo perire; che ne pensate voi, messer Gualtiero?
Io, rispose Gualtiero che era sempre all'ordine quando trattavasi di bravura e di battaglia, penso che mio padre aspetter un altro poco nella sua tomba della Reole, e che, messere, vi seguir ad Auberoche.
...
.
...
Capitolo 8.
...
.
...
Immantinente, poich non v'era tempo da perdere, il conte Derby fece dire al conte di Pennebroch che teneasi in Bergerac, ed a messer Riccardo di Stanfort e Stefano di Tornby, di andare a raggiungerlo.
Fatti i messaggi ed inviati, il conte Derby part segretamente da Bord e si diresse su Auberoche.
Egli giunse a Libourne, ove aspett un giorno intiero l'arrivo del conte di Pennebroch, ma il giorno pass senza che si avessero nuove del conte, e Derby si ripose in cammino, tanto era ansioso di recar soccorso a' suoi compagni.
Tutta la notte, Gualtiero di Mauny, messer Riccardo di Stanfort, il conte Derby, il conte Deslendorf, messer Hue di Hartingues, messere Stefano di Tornby, il signor di Ferrires e molti altri ancora cavalcarono senza fermarsi un istante, e trovaronsi la domane a due piccole leghe da Auberoche.
Giunti col, si nascosero in un bosco, scesero da' loro cavalli, li legarono agli alberi, lasciandoli pascolare ed aspettando il conte di Pennebroch.
Ma il conte non arriv pi che il d innanzi, di che gran molestia e pensiero prendeansi Derby e gli altri cavalieri.
Essi salirono sopra un'altura, e non vedendo giunger veruno:
Che faremo? disse il conte a Gualtiero di Mauny.
Decidete, messere, rispose questi.
Abbiamo trecento lance e seicento arcieri, ed i Francesi sono dieci o undicimila uomini.
 vero, rispose Gualtieri, ma essi non si figurano neppur per ombra che siamo qui. E poi, se ci ritiriamo, perderemo il castello di Auberoche che  una buona piazza, senza contare i tre capitani che sono tre bravi cavalieri.
Su via, sclam il conte Derby; ma ora come attaccheremo il campo?
Volete il mio consiglio? domand Gualtiero.
Parlate, messere; i vostri consigli sono sempre buoni.
Ebbene! signori, disse Mauny volgendosi agli altri cavalieri, la mia opinione si  che ne fa mestieri costeggiare questo bosco restando al coperto sinch non siamo dall'altra parte e vicini al campo francese. Appena col, figgeremo gli sproni nel ventre de' nostri cavalli e grideremo con quanto fiato avremo in gola per farci credere in numero maggiore di quello che effettivamente non siamo. Arriveremo sul campo verso l'ora della cena, e vedrete i Francesi tanto sorpresi e smarriti che si uccideranno tra loro.
Sia fatto come dite! sclamarono tutti i signori.
Ciascuno riprese il proprio cavallo, ne strinse le cigne, si fece del pari stringere l'armatura, ed ordinando a' loro paggi e valletti di restare ivi, si posero a cavalcare pian piano finch non furono giunti dall'altra parte del bosco.
Allora videro il campo francese stabilito in un gran vallo presso un piccolo fiume.
Giunti col, spiegarono le proprie bandiere, lanciarono i loro cavalli al galoppo e piombarono su tutti que' signori francesi che erano ben lungi dall'aspettarsi quell'assalto, e de' quali la maggior parte si erano sinanco di gi seduti per cenare.
Vi fu dunque gran confusione nell'armata guascona, e gl'Inglesi non ristavano dal colpire gridando:
Derby, Derby al conte! Mauny, Mauny al signore!
Poscia si posero a spezzare le tende ed i padiglioni, ad abbattere, ad ammazzare, a tal segno che detto sarebbesi un macello piuttosto che una battaglia.
I Francesi non sapeano che fare. Quegl'impassibili arcieri inglesi, specie di muro di bronzo, fortificazione vivente, micidiale ed invincibile, erano sempre l, e gli ammazzavano senza piet n misericordia.
Appena ebbero il tempo d'armarsi. Il conte di Lilla fu preso nella sua tenda, come pure il conte di Pierregord. Il signore di Duras e messer Luigi di Poitiers furono uccisi, ed il conte di Va-lentinois fu fatto prigioniero. Alle corte, non si vide mai tanti valorosi cavalieri esser vinti od uccisi s presto e ciascuno fuggiva. Per onor della verit dobbiamo per dire che il conte di Comminges, i visconti di Carmaing, di Villeneuve, di Bruniques, il signore della Barde e quello di Tarride, che erano alloggiati dall'altra parte del castello, arrivarono con le loro bandiere spiegate, e si batterono valorosamente. Ma messer Francesco di Halle, e messer Gianni di Lindehalle che erano al castello d'Auberoche, quando videro quella gran mischia e riconobbero le loro bandiere, si armarono e fecero armare tutti quelli che erano con loro. Poscia montarono a cavallo, uscirono dalla fortezza e si gettarono nel pi folto della mischia, il che non fu di picciol soccorso agl'Inglesi. Finalmente la notte soltanto salv il restante dell'armata francese, poich allorquando sopravvenne, eranvi gi tre conti, sette visconti, tre baroni, quattordici bannereti ed un gran numero di cavalieri in poter degl'Inglesi. L'indomani il conte di Pennebroch giunse e trov tutto terminato.
Per certo, cugino, egli disse al conte Derby, mi pare che non mi abbiate fatto grand'onore non aspettandomi e combattendo senza me, che avevate mandato a chiamare con tanta istanza; dovevate saper benissimo non pertanto che non mi sarebbe mai paruta troppa la sollecitudine di accorrere alla vostra chiamata.
Il conte si pose a ridere vedendo la faccia daddovero corrucciata di Pennebroch.
Affemma, cugino, egli disse, desideravamo tanto vedervi giungere, quanto voi potevate desiderare di giungere, e la prova si  che vi abbiamo aspettato a Libourne dalla mattina sino a vespero. Quando vedemmo che non venivate, ne fummo tutti stupiti. Allora, siccome temevamo che il nemico sapesse il nostro arrivo, ci siamo affrettati, e tutto, come vedete,  riuscito bene. Non avete pi altro da fare che aiutarci a custodire i nostri prigionieri e condurli a Bord. Laonde, messere, datemi la mano e non parliam pi di ci, dal perch ecco l'ora della cena e stasera abbiamo ospiti nuovi e co' quali farete conoscenza.
Difatti, essi posersi immantinente a tavola, ed a quella tavola sedevano i prigionieri francesi che i cavalieri inglesi trattavano cortesemente con le provvigioni,  ben vero, che quelli avean portate pel tempo che durerebbe l'assedio, e delle quali que' del conte Derby eransi impadroniti.
Dopo cena, parecchi prigionieri sembravano dispiacersi non del riscatto cui erano posti, ma della libert che ad essi toglieasi finch pagato non avessero quel riscatto.
Signori, disse allora a costoro il conte Derby, datemi la vostra parola che fra otto giorni vi farete trovare in Bergerac, e fin da stasera potrete lasciar Auberoche.
I signori francesi vi s'impegnarono, e come niun di essi era capace di mancare alla data parola, il conte li lasci in piena libert di ritirarsi, il che essi non fecero senza avergli manifestata tutta la loro riconoscenza per tanta generosit. Ma ve ne furono alcuni fra essi che, essendo contenti dell'ospitalit che lor davano gli Inglesi, o che, non potendo pagare il loro riscatto il giorno fissato, preferirono aspettare le circostanze, e sino allora restare con quelli che li aveano presi.
Il d appresso, gl'Inglesi si posero in cammino ed arrivarono a Bord, ove, come sempre, furono ricevuti con grandi acclamazioni, e dove, sospendendo ogni spedizione, rimasero tutto l'inverno, dopo aver inviata ad Edoardo la relazione dell'accaduto.
...
.
...
Capitolo 9.
...
.
...
A Pasqua, l'armata si pose di bel nuovo in moto. Il conte Derby, fece una riunione di genti d'arme ed arcieri per marciare sulla Reole, il che Gualtiero di Mauny aspettava, come il lettore si ricorder, con una grande impazienza.
Dopo aver soggiornato tre o quattro giorni a Bergerac, gl'Inglesi, in numero di mille combattenti e di duemila arcieri, posero l'assedio avanti al castello di San Basilio, sulla Garonna.
Quei del castello, che avrebbero dovuto esser difesi da' signori di Guascogna restati prigionieri del conte, non fecero veruna resistenza e si arresero immediatamente.
Il conte si ripose in cammino e marci sur Aiguillon.
Ma eravi sulla strada un altro castello chiamato la Roche-Milon, che gl'Inglesi vollero prendere.
Disgraziatamente, la Roche-Milon era provveduta di valenti soldati che non si resero come que' di San Basilio, e che respinsero vigorosamente il primo attacco. A ci fare, erano essi saliti in vetta all'edifizio, e di lass gettavano agli assalitori pietre, legna, spranghe di ferro e calcina.
Tutta la prima giornata pass cos, e sull'imbrunire gl'Inglesi avean perduto buon numero de' loro combattenti, che si erano troppo coraggiosamente esposti all'assalto, e che aveano voluto lottare contro quel nuovo genere di difesa.
Quando il conte Derby vide ci, fece ritirare la sua armata, e fece portare da' contadini molti ceppi e fastelli che vennero gettati ne' fossi, ed anche della terra con cui furono ricoperti.
Quando una parte de' fossi fu empiuta, e quando gli assalitori poterono andare sicuramente sino a pi delle mura, il conte fece avanzare trecento arcieri e dugento briganti, soldati a piedi, che traevano il loro nome dalla cotta di maglie che indossavano e che chiamavasi brigantina. Codesti fantaccini erano armati di pali e di zappe, e mentre essi demolivano la muraglia, gli arcieri tiravano con quella regolarit e con quella destrezza di cui li sappiamo capaci, sibbene che niuno degli assediati osava mostrarsi alla difesa.
Gran parte del giorno pass in tal guisa, e la sera i briganti aveano aperto nella muraglia un foro grande abbastanza perch dieci uomini vi passassero di fronte.
Que' di dentro cominciarono allora a spaventarsi e a fuggirsene verso la chiesa. Ve ne furono sinanche di quelli che fuggirono dalla citt per di dietro.
La fortezza non potea pi resistere a lungo; fu presa e saccheggiata, e tutti quelli che furono trovati dentro passati a fil di spada, tranne quei che s'erano rifugiati in chiesa, ai quali il conte Derby permise di uscire promettendo loro la vita salva.
Il conte rinfranc la guarnigione di nuove forze, e vi allog due capitani che erano Wille e Roberto l'Escot; dopo di che and a porre assedio innanzi a Mont-Sgur che era difeso da un cavaliere a nome Battefol, nel quale gli abitanti aveano la pi gran fiducia, poich era stato ivi posto dal conte di Lilla, che lo risguardava come uno de' suoi pi valenti capitani.
Talch il conte Derby fin da bel principio cap che quella citt si difenderebbe pi lungamente delle altre.
In conseguenza, fece stabilire la sua armata innanzi alla citt, e rest in quella guisa per quindici giorni.
Non pass giorno che non vi fosse un assalto. Ma codesti assalti non portavano verun risultamento.
Fu d'uopo adunque far venire da Bord e da Bergerac macchine da assedio simili a quelle di cui eransi serviti i Guasconi per assaltare Auberoche, e che state erano s fatali al messaggiero de' signori Franco di Halle e Alano di Finesfroide.
L'assedio cominci allora pi seriamente.
Le macchine faceano piovere sulla citt una gragnuola di pietre che non lasciavano in piede n muri, n tetti, n case.
E fraditanto il conte Derby mandava tutti i giorni a dire agli assediati che si arrendessero ed ei tenuti gli avrebbe per amici; ma che non doveano aspettarsi n grazia n merc, se non si metteano all'ubbidienza del re d'Inghilterra.
Que' di Mont-Sgur che bene antivedeano il fine di quell'assedio, si consultarono sovente e finirono per chieder parere al loro capitano su ci che lor rimaneva da fare, confessandogli francamente che credevano solo la capitolazione potesse salvarli.
Ugo di Battefol li biasim duramente di siffatto pensiero, e loro disse che avean proprio piacere a spaventarsi, aggiungendo che la citt era ancora abbastanza ben provveduta per sostenere l'assedio durante sei mesi.
Quelli cui ei ci dicea non risposer verbo e si allontanarono.
In quanto ad Ugo torn alla propria dimora.
La sera, come egli usciva per visitare i baloardi, sei uomini presentaronsi e, afferrandolo per le gambe e per le braccia, lo portarono via dopo aver avuto la precauzione di sbarrargli la bocca.
Ugo tent difendersi, ma inutilmente. In tal guisa fu trasportato in un convento, lo si serr in una cella, ed egli ud i chiavistelli esterni richiudersi su lui, senza poter nulla comprendere in quella violenta carcerazione.
Circa un'ora dopo, ud de' passi fermarsi innanzi alla sua porta, che si apr subito, dando adito a dodici borghesi della citt.
Veniamo a farvi una proposizione, messere, disse uno di costoro.
Parlate.
Sapete perch vi abbiamo fatto rapire?
Perch ho ricusato di rendere la citt.
S, e perch noi, che abbiamo le nostre mogli, i nostri padri ed i figli nostri in pericolo di perdere la vita se la citt  presa, preferiamo renderla anzich perderli.
Ugo non rispose.
Allora, prosegu colui che preso avea la parola, siccome vi conosciamo per bravo e valente cavaliere, abbiam pensato che rendereste la piazza soltanto per forza e abbiam voluto costringervici.
E avete mal fatto.
Sicch ricusate?
Ricuso. Io son qui in nome del conte di Lilla, e il conte di Lilla mi vi ha posto in nome del re di Francia. Rendete la citt se cos vi piace, dal perch non mi posso difendere; ma io non la render mica.
Domani verremo a consultarvi per l'ultima volta, soggiunse il borghese.
E con gli undici altri si ritir.
Il giorno dopo, difatti, i dodici borghesi tornarono.
Avete riflettuto, messere? disse colui che avea parlato il d innanzi.
S.
E avete deciso?
Ci che avevo deciso ieri.
I dodici borghesi si guardarono in faccia.
Ma la citt  in tal modo assediata che sar presa prima di otto giorni.
Il mio dovere  di farmi uccider qui.
Il dover vostro  di salvare la vita di coloro che vi sono affidati.
Allora, lasciatemi qui e rendete la citt.
E se trovassimo un mezzo di conciliar tutto?
Vediamo questo mezzo.
Voi dipendete dal conte di Lilla?
S.
Or bene! mandiamo a chiedere al conte Derby di sospendere l'assedio durante un mese, promettendogli di arrenderci a lui se in questo mese non avremo ricevuto soccorso. 
Ei ricuser.
Si pu tentare.
Fate.
In questo frattempo faremo chiedere dei soccorsi al conte di Lilla, e se non ne riceveremo, sarete libero allora di fare ci cui le circostanze vi astringeranno.
Approvo questo spediente, disse messere di Battefol.
Allora, messere, venite con esso noi.
E perch?
Perch  d'uopo che voi trattiate di queste condizioni.
Il cavaliere si alz.
Vi seguo, signori.
Essi recaronsi ai baluardi, ed il sere di Battefol mand a dire a Gualtiero di Mauny ch'ei desiderava parlargli.
Gualtiero era l, e senza por tempo in mezzo appag i desider del cavaliere.
Messere, a lui disse quest'ultimo, non vi debbe recar maraviglia se da s lungo tempo resistiamo contro di voi, dal perch abbiam giurato fedelt al re di Francia; ma giacch niuno vien da parte sua ad aiutarci a combattervi, vi chiediamo di non pi farci la guerra per lo spazio di un mese, n noi a voi. Da qui ad allora; o il re di Francia, o il duca di Normandia ci recheranno soccorso; se no, fra un mese, giorno per giorno, ci arrenderemo a voi. Accettate queste condizioni?
Io nulla far posso senza l'approvazione del conte Derby, rispose Gualtiero; ma vado a consultarlo sul momento, e far tutto il possibile perch egli accetti ci che mi proponete.
A queste parole, Gualtiero lasci le barriere della citt e ritorn appo il conte Derby cui narr l'accaduto.
Il conte riflett alcuni istanti, poi disse:
Accetto ci che messer di Battefol propone, ma ad un patto.
Quale?
Che in guarentigia di quelle condizioni, ei ne dar come ostaggi dodici fra i principali della citt. Ma abbiate cura, soggiunse il conte, di prendere buoni ostaggi, e fatevi da essi promettere che durante questo mese non ripareranno le tracce del nostro assalto, e che, abbisognandoci vettovaglie, le potremo avere nella citt mediante il nostro denaro.
Tale era la mia intenzione, disse messer Gualtiero di Mauny.
E lasci il conte per recarsi appo il cavaliere che rimasto era ad aspettarlo alle barriere della citt.
Il conte Derby acconsente a ci che chiedete, disse Gualtiero di Mauny, ma a condizione che gli consegniate in ostaggio dodici borghesi della citt.
Eccoci qua, dissero quelli i quali erano andati a chiedere ad Ugo che rendesse Mont-Sgur.
Le condizioni furono adunque accettate e sull'imbrunire i dodici ostaggi partivano per alla volta di Bord.
In quanto al conte Derby, non entr nella citt, prosegu le sue corse nel paese, saccheggiando e facendo grosso bottino, dal perch quel paese era molto ricco.
Cos fu ch'egli giunse abbastanza vicino ad Aiguillon.
Ora, vivea in quel castello d'Aiguillon un castellano ben lungi dall'essere un valoroso cavaliere, il perch appena seppe l'arrivo del conte Derby e prima anzi che questi posto avesse l'assedio alla sua citt, gli corse incontro e gliene consegn le chiavi chiedendo solo che lui ed i beni della citt e del castello fossero salvi, il che, come ben si pensa, il conte gli accord senza farsi pregare.
Ma la nuova di codesta capitolazione volontaria si sparse presto, e ridond a grande vergogna del castellano, il nome del quale l'istoria fortunatamente non ha serbato.
Que' della citt di Tolosa furono principalmente corrucciati di codesta vigliaccheria, e mandarono a chiamare il castellano d'Aiguillon senza dire perch lo chiamavano; ma quando ei vi fu, lo accusarono di tradimento, gli fecero il suo processo e lo appiccarono, a gioia grande de' Tolosani.
Codesta citt d'Aiguillon, posta al confluente del Lot e della Garonna, fiumi tutti e due navigabili, era una s buona presa per il conte Derby, che dopo averla riprovveduta e rabberciata per tutto quello che avea d'uopo, ne fece il suo guarda corpo, dice Froissart, e l'affid al valente Gianni di Gomory, allorch ei si ripose in via per assediar la Reole, dopo aver, come sempre, assediato e preso, strada facendo, un castello a nome Segrat, e tutta la guarnigione del quale fu uccisa.
...
.
...
Capitolo 10.
...
.
...
Il conte Derby andossene dunque a porre l'assedio innanzi alla Reole.
Ecco una citt che dobbiamo prendere ad ogni costo, disse Gualtiero di Mauny, giungendo innanzi alle barriere; perch  d'uopo ch'io vada a conquistar l entro la tomba di mio padre, e ci  per me una crociata sacra quanto quella del santo re Luigi di Francia.
La prenderemo come abbiam preso tutte le altre, sclam il conte Derby, cui il buon esito della sua spedizione incoraggiava ognor pi. Voi ritroverete, messere, la tomba di vostro padre; ma, innanzi, d'uopo  rendiate un altro servigio al nostro grazioso re Edoardo.
Quale?
Quello di andare a rammentare al cavaliere Ugo di Battefol che la tregua ch'ei ne ha chiesta  spirata e che la citt ne appartiene, a meno ch'ei non abbia ricevuto un rinforzo dal re di Francia o dal duca di Normandia.
Va bene, messere, sclam Gualtiero di Mauny.
E sen parti per alla volta della citt di Mont-Sgur.
Il rinforzo tanto aspettato non era giunto.
Conseguentemente, Ugo di Battefol, schiavo della parola che data avea al conte Derby, come era stato schiavo di quella data al conte di Lilla, consegn a Gualtiero di Mauny la citt di cui era capitano e divenne suddito del re d'Inghilterra.
In quel frattempo, l'assedio della Reole continuava.
Gl'Inglesi, che stanziarono per lo spazio dei due mesi innanzi a quella citt, aveano fatto fabbricare due torri di legno colossali, e ciascuna delle quali era collocata su quattro ruote.
Codeste torri eran coperte da cima a fondo di cuoio bollito dalla parte che guardava la citt, e trovavansi in tal guisa difese dal fuoco e dalle frecce.
A forza di uomini, gl'Inglesi trasportarono quelle due torri fin sotto le mura della citt, il perch aveano eglino fatto anticipatamente riempire i fossati in modo da poter condurre le loro torri con maggior agio e pi d'appresso.
Ogni torre avea tre piani, ed ogni piano cento arcieri, i quali, dacch la loro cittadella movibile fu sul posto, cominciarono a tirare senz'ostacolo, senza interruzione, e senza pericolo.
Appena appena appariva di quando in quando su i baluardi qualche soldato; ed anche facea d'uopo ch'ei fosse coperto di una buona corazza per poter resistere a quella grandine di frecce.
Tra le torri erano collocati quegli stessi uomini che con zappe e pali aveano aperto una breccia nelle mura di Mont-Sgur, e che ivi, come sempre, faceano maraviglie; dal perch protetti dal tiro incessante degli arcieri, non solo lavoravano a loro bell'agio, ma come Epaminonda, avrebbero potuto dire che lavoravano all'ombra.
Evidentemente la citt era prossima ad esser presa, quando i borghesi spaventati accorsero ad una delle porte, chiedendo di parlare o al signore di Mauny o a qualche altro signore dell'armata.
Mauny e Stanfort si condussero entrambi nella citt, e trovarono gli abitanti di quella tutti pronti a capitolare ove lor si lasciassero salve la vita e le sostanze. I due signori, dopo aver udito queste proposizioni, raggiunsero il conte Derby cui le comunicarono.
Ma eravi un capitano della citt che non volea renderla pi che Ugo di Battefol non volea rendere Mont-Sgur. Codesto capitano si chiamava Aghos di Baux.
Allorch ei seppe qual era l'intenzione degli abitanti della Reole, non volle in niun conto uniformarvisi; e chiudendosi nella fortezza, chiam a s tutti i suoi compagni, poscia, mentre tai conferenze avean luogo, Aghos di Baux facea portare e chiudere nel suo castello una gran quantit di viveri e di vini, dopo di che ne fece serrare le porte, giurando che non si arrenderebbe.
Gualtiero di Mauny ed il sere di Stanfort si affrettarono a dire al conte Derby che que' della Reole voleano arrendersi, salvo il capitano che si era chiuso nel castello.
Tornate dunque appo loro, disse il conte, e vedete se proseguano nell'intenzione di volersi rendere malgrado il rifiuto del sere di Baux.
I due cavalieri tornarono alla Reole, e di bel nuovo fu ad essi risposto che il capitano era padrone di far ci che volea, come gli abitanti avean dritto di arrendersi se tale era il loro desiderio; che in conseguenza, essi persistevano, e il conte altro far non dovea che portarsi a ricevere la loro sommessione.
Prendiamo per ora la citt, disse il conte Derby, in seguito prenderemo il castello.
Gl'Inglesi portaronsi dunque alla Reole e ricevettero l'omaggio degli abitanti che si obbligarono sulle loro teste di non prestare verun soccorso a que' della fortezza, che del resto potea ben difendersi da s sola, il perch era di una costruzione saracina e stimata inespugnabile.
Il conte, dopo aver preso possesso della citt, circond il castello che fece assaltare con pietre, ma inutilmente, perch le mura erano solide e provveduto era di buoni difensori e di grossa artiglieria.
Allorch messer Gualtiero di Mauny e il conte videro che perdevano il loro tempo ad attaccare in quella guisa, domandarono a' loro minatori se fosse possibile minare il castello della Reole. Avendo questi risposto affermativamente, si accinsero all'opra.
Quella maniera di attacco dovea evidentemente richiedere parecchi giorni. Gualtiero di Mauny avvicinossi dunque al conte e gli disse:
Messere, sapete che ho qui un pio dovere da adempiere, e, poich per il momento sono inutile, vado a procurar di scoprire finalmente la tomba di mio padre.
Andate messere, disse il conte, e Dio vi aiuti!
Gualtiero di Mauny fece allora sapere per la citt che darebbe cento scudi di ricompensa a colui che gl'indicasse la tomba di suo padre.
La sera, un uomo fece domandare a Gualtiero di Mauny se poteva parlargli.
Gualtiero lo fece entrare.
Era costui un uomo tra i cinquanta ed i cinquantacinque anni circa.
Messere, egli disse guardando attentamente Gualtiero, avete voluto conoscere la tomba di vostro padre?
S.
E non avevate verun indizio?
Al contrario; il figlio del suo uccisore m'avea indicato il cimitero del convento de' Frati Minori, dicendomi la tomba su cui era la parola Orate esser quella di mio padre, ma ho cercato inutilmente e non ho affatto trovato questa tomba.
Essa tuttavia esiste.
E voi me la indicherete?
S.
Grazie, amico; sapete qual ricompensa ho promessa.
Si, ma non voglio nulla.
Perch?
Perch  un dovere che adempio non gi un contratto ch'io faccio.
Qual interesse avete dunque a rendermi servigio?
Or compie un anno che mio fratello  morto. Egli era stato lungo tempo agli stipendi di Giovanni di Levis, e...
Il vecchio s'interruppe esitante.
Proseguite, disse Gualtiero di Mauny.
E la sera in cui messer Giovanni di Levis aspett messer lo Guercio di Mauny, era accompagnato da mio fratello.
Di maniera che?... disse con voce commossa messer Gualtiero.
Di maniera che mio fratello abbracci con troppo ardore la vendetta del suo padrone, e prima di morire, val a dire ventitr anni dopo quell'avvenimento, il commesso delitto torturava ancora la sua coscienza. Ei mor dicendomi di pregar per lui.
Va bene, mormor Gualtiero, ma come quella parola latina che dovea servirmi a riconoscere la tomba  stata cancellata?
Perch, messere, la vista di quella parola mi facea soffrire, ed avevo creduto, cancellandola dal marmo su cui era scritta, cancellare in pari tempo la memoria di quel delitto. Ma la memoria era scolpita a lettere incancellabili, e quantunque io fossi innocente dell'omicidio, i rimorsi del mio povero fratello erano s ostinati che detto si sarebbe non fosse lor bastata una coscienza sola da tormentare e che, ei morto, io doveva ereditarli. Ecco perch, messere, non voglio nulla ricever da voi, perch spero che ci ch'io faccio oggi per voi placher alquanto l'ira celeste.
Va bene; andiamo, amico mio, disse il conte stendendo la mano al fratello dell'uccisore di suo padre, e Dio perdoni com'io perdono!
I due uomini s'incamminarono allora verso il cimitero de' Frati Minori, compiutamente, in quel momento, deserto.
Gualtiero era compreso da un profondo raccoglimento. Il suo compagno gli camminava innanzi. Dopo alcuni giri, l'uomo si ferm avanti una tomba la cui pietra era coperta d'erbe rampicanti.
 qui, messere, egli disse. Voi certamente volete pregare. Io, vado ad aspettare alla porta del cimitero gli ordini che forse avete ancora da darmi.
E s dicendo si allontan, lasciando Gualtiero di Mauny solo.
Allora Gualtiero si prostr, fece una lunga preghiera, e torn presso colui che l'avea guidato.
Adesso, ei gli disse, vorrete rendermi un ultimo servigio?
Parlate, messere.
Conducetemi quattro beccamorti, dal perch ho fatto voto di trasportare il cadavere di mio padre in un altro paese.
L'uomo condusse i quattro beccamorti, e due giorni dopo, messer Gualtiero di Mauny, dopo aver collocato gli avanzi di suo padre in un feretro di quercia, li mandava a Valenciennes, nella contea d'Analto, ove doveano essere sotterrati con tutti gli onori dovuti ad un valente capitano, padre di un prode cavaliere.
In questo frattempo, i minatori aveano proseguita la loro bisogna tanto e s acconciamente che giunsero sotto il castello, ed abbatterono una bassa torre de' recinti del torrione. Ma nulla poteano contro la gran torre, poich era questa fabbricata sopra una roccia che impossibile era scavare.
Messer Aghos di Baux erasi bene avveduto che minavasi la sua fortezza, ed era ci cosa grave abbastanza per dargli da pensare.
Ei riun dunque i suoi compagni e partecip ad essi tale scoperta, lor chiedendo ci che vi fosse da fare per mantenersi nel castello.
Questi, tutti prodi, non erano pertanto di quelli che lasciansi morire inutilmente quando possono uscir d'imbarazzo altrimenti.
Essi risposero dunque al loro capitano:
Messere, voi siete il nostro padrone, e noi dobbiamo obbedirvi. Ma siam di parere che ben ci siamo comportati finora e che forse sarebbe meglio, dappoich  questo l'ultimo nostro mezzo di scampo, arrenderci onorevolmente al conte Derby, a patto ch'ei ne lasciasse le nostre sostanze.
 questo pure il parer mio, rispose Aghos.
E sporgendo la testa fuori di una delle basse finestre del castello, fece segno di voler parlare a qualcuno dell'oste nemica, chiunque ei fosse.
Accorse un uomo che gli chiese ci che voleva:
Voglio parlare al conte Derby, disse il sere di Baux.
Il conte era curioso di sapere ci che il capitano volea dirgli. Mont subito a cavallo ed accompagnato da Gualtiero di Mauny e da messere Stanfort, si port appo il cavaliere che immantinente fecegli quelle proposizioni da lui poco innanzi risolute co' propr compagni.
Messere Aghos, disse il conte, non vi lasceremo andare cos come chiedete. Sappiam bene di avervi s duramente assediato che vi avremo quando vorremo, dal perch la vostra fortezza non poggia ormai pi che su puntelli. Arrendetevi dunque a nostra discrizione, ch in questa guisa soltanto vi riceveremo.
Per verit, rispose il cavaliere di Baux, se prendessimo questa risoluzione, vi conosco, messere, generoso abbastanza per sapere che nulla avremmo a temere da voi, e che ne trattereste come tratterebbe voi in pari caso il duca di Normandia o il re di Francia. Ma ci forse sarebbe esporre alcuni stipendiari che qui abbiamo, che ho meco condotti di Provenza, di Savoia e dal Delfinato, e che forse non trattereste bene quanto noi. E sappiate pure che se il pi piccolo di quanti qui siamo non dovesse esser ricevuto a merc come il pi grande, preferiremmo chiuderci di nuovo e vendere a caro prezzo la nostra vita. Vogliate dunque pensarci, messere, e trattateci con quella lealt di cui fanno uso i guerrieri tra loro.
I tre cavalieri ritiraronsi allora per consultarsi, ed il risultato delle loro riflessioni fu, come sempre, che prenderebbonsi gli assediati alle condizioni che questi domandavano. 
Ci affrettiamo a soggiungere che il timore che la torre maestra resistesse ancor per molto tempo ai minatori non fu d'un piccol peso nella generosit degli assedianti.
Vi accordiamo ci che chiedete, disse il conte al cavaliere, ma a patto per che non porterete via di qui altro che le vostre armature.
Cos sia fatto, disse messer Aghos di Baux.
E tutti si prepararono immediatamente a partire.
Ma si avvidero che non v'era altro che sei cavalli nella fortezza e che questo numero era molto lungi dall'essere sufficiente.
Essi fecero dunque chiedere agl'Inglesi di venderne loro, e questi gliene venderono ad un tal prezzo che con tal commercio riguadagnarono le taglie che perdute aveano per la generosit del loro capo.
Messer Aghos di Baux part dal castello della Reole, e gl'Inglesi dopo averne preso possesso, portaronsi a Tolosa.
La domane della loro partenza, l'uomo che avea indicato a Gualtiero di Mauny la tomba del padre, ricev da questo, non gi la somma promessa, ma il triplo di quella somma.
...
.
...
Capitolo 11.
...
.
...
Lasciamo ormai il conte Derby proseguire la sua conquista che abbiam seguita finora a palmo a palmo, lasciamogli prendere Montpezat, Villefranche e Angoulme, e vediamo ci che in questo frattempo Edoardo terzo oprasse.
Il lettore si ricorda per fermo che Giacomo d'Artevelle avea offerto al re d'Inghilterra di far suo figlio, il principe di Galles, signore di Fiandra, e di fare della Fiandra un ducato.
In conseguenza Edoardo terzo riun a s d'intorno baroni e cavalieri, e lor partecip la risoluzione che presa avea di condurre suo figlio alla Chiusa, per esser ivi investito del titolo promesso dal d'Artevelle, pregandoli d'accompagnarlo, il che baroni e cavalieri si affrettarono a fare. Il re con tutta la sua truppa si rec al porto di Sandwich e, il d 8 luglio 1345 vi s'imbarc.
Giunse bentosto al porto della Chiusa dove rimase, e dove andavano costantemente a visitarlo i suoi amici di Fiandra.
Ma da tutte codeste visite risult subito per il re d'Inghilterra una cosa certa: che il suo compare d'Artevelle, cio, non godea pi di un s gran favore come per lo innanzi, e che erasi molto arditamente avanzato in promettendo di spogliare il conte Luigi suo signore naturale, in favore del principe di Galles.
Intanto d'Artevelle andava assiduamente a visitar Edoardo terzo, e lo rassicurava per quanto poteva su le conseguenze del negoziato, il che non imped mica, che una sera, il re svelasse francamente il proprio animo al compare.
Mi pare, maestro, diceva Edoardo a d'Artevelle passeggiando sul ponte della Caterina, vascello s grande e grosso, che al dire di Froissart era una maraviglia a vedersi; mi pare, maestro, che il vostro impegno non si esegua tanto prontamente quanto avevate promesso. E non pertanto siete uomo di consiglio e di esperienza; il perch mi ricordo del nostro primo abboccamento, e mi ricorder sempre de' saggi pareri che allor mi deste; oggi ho avuto un abboccamento con i consiglieri delle vostre buone citt di Fiandra e mi son sembrati molto imbrogliati a darmi una risposta definitiva, che intanto mi han promessa per domani. Da che mai proviene ci, maestro? Mano mano che siete salito in fama avete dunque scapitato in potenza?
Monsignore, rispose d'Artevelle, che il re non avea mai visto tanto pensieroso; mi son obbligato di dare la Fiandra a vostro figlio, e vostro figlio l'avr. Ma capite bene che un tal regno non pu passare senza scossa da una mano in un'altra, e che havvi tra quei che d e quei che riceve molte persone che il tirano a s. Io nulla ho perduto della mia influenza, almeno lo spero; ma ogni uomo, quando ingrandisce getta un'ombra pi vasta e nasconde il doppio di persone gelose di lui.  noto il mio devoto attaccamento a Vostra Signoria, e si teme che questo attaccamento non mi trasporti un po' lunge. Tutto ci che fa mestieri si  far comprendere a questa buona gente chi voi siete, ed il bene che loro io voglio dandoli a voi. E, soggiunse d'Artevelle, se non capiscono con le buone, bisogner bene che capiscano con le cattive.
Vi scorrubiereste, mastro d'Artevelle, e per me! disse Edoardo.
Non potrei a dire il vero, scorrubiarmi per causa pi nobile, monsignore; oh! non mi conoscete ancora che come uomo di consiglio: mi conoscerete forse un giorno come uomo d'azione, ed allora colui che il re d'Inghilterra chiama ridendo suo compare, diverr forse seriamente l'amico del suo augusto alleato.
So di gi, maestro, che siete un uomo di precauzione, e che havvi pochi sovrani custoditi e difesi bene al par di voi.
E chi ci vi ha detto, monsignore?
Un ambasciatore che avete altre volte inviato al re d'Inghilterra, e che  ritornato a Gante con Walter, l'ambasciatore del re Edoardo.
Gherardo Denis! sclam d'Artevelle impallidendo suo malgrado.
Ei stesso. Un capo di tessitori, se non isbaglio. Che  mai diventato costui? domand il re con ciera indifferente.
Per ora, monsignore, ei non  diventato nulla; ma Iddio sa ci che diventer dappoi!
Il commercio lo ha forse arricchito?
Disgraziatamente, monsignore, s'occupa di tutt'altro che di commercio.
E di che adunque si occupa costui?
Di politica.
 colpa vostra, maestro. Perch ne avete fatto un ambasciatore? Ei vi era, non pertanto, affezionato.
Come un cane alla sua catena, monsignore, e perch far non potea diversamente; ma se mi deve accadere un giorno o l'altro una disgrazia, ci sar per quell'uomo.
Ma se ben mi ricordo la conversazione che ebbi con esso lui poco prima del viaggio che facemmo insieme, mi disse che eravate circondato da uomini tanto dati al servigio vostro che non avevate a far che un cenno perch i vostri nemici sparissero. Ei dunque s'ingannava?
Non s'ingannava per gli altri, ma disgraziatamente s'ingannava per s. Oggid Gherardo Denis ha un partito, Gherardo Denis  quasi quasi pericoloso, e tentare di sbarazzarsi di lui, sarebbe quasi lo stesso che riconoscere la sua forza, ed in ogni caso sarebbe un esporsi a certo rischio. Se adesso incontriamo opposizione a' nostri progetti,  opposizione che ne viene da costui. Cos...
D'Artevelle parve titubante a proseguir l'incominciata frase.
Cos?... riprese il re come per invitare Giacomo a compiere la sua idea.
Cos io voleva impegnarvi, monsignore a non lo ricevere nel caso ch'ei qui si presentasse. Ei non pu venire che con pravi disegni.
Avea Jacquemart appena profferito quest'ultima parola, che Roberto, quello stesso che accompagnato avea il re nel suo primo viaggio a Gante, si avvicin ad Edoardo e gli disse:
Monsignore, un uomo che  salito a bordo in questo punto chiede di parlare a Vostra Signoria.
In questo frattempo d'Artevelle erasi allontanato ed attendeva all'estremit del ponte che Edoardo si riavvicinasse a lui.
E che vuoi codest'uomo? domand il re,
Vuol parlarvi, monsignore.
Ha detto il suo nome?
No, monsignore; ma l'ho riconosciuto.
Ed ?...
Colui col quale, monsignore, viaggiavate, quando ebbi l'onore di accompagnarvi a Gante.
Gherardo Denis, mormor Edoardo; mastro Giacomo l'avea preveduto. Va bene, Roberto, prosegu il re volgendosi al valletto, fa entrare codest'uomo nel mio appartamento e digli che mi aspetti.
Roberto si allontan ed Edoardo si riavvicin a d'Artevelle.
E cos! maestro, disse il re, domani sapremo come dobbiam regolarci, non  vero?
S, monsignore.
Perch, capite bene, io non posso restar per sin che campo in questo porto della Chiusa. Ho un voto da compiere e voi solo mi trattenete.
Fate capital di me, sire, disse d'Artevelle, il quale, dall'accento con cui avea il re detto le ultime parole avea capito dovere allontanarsi; fate capital di me e diffidate degli altri.
Jacquemart s'inchin, e lasciando il ponte del vascello, scese nella sua barca che lo ricondusse a terra.
Il re scese nel falso ponte, e trov Gherardo Denis che l'aspettava.
Il capo de' tessitori non era pi all'intutto lo stesso d'altra volta; la sua foggia di vestire era tuttora semplice come prima, ma il suo viso avea fatto un gran cambiamento. Una certa fierezza era il carattere dominante della costui fisonomia, ed Edoardo cap alla bella prima, in rivederlo, che adoprava in traffici ben pi gravi che non fossero compre o vendite di seta, la finezza di cui monna natura avealo dotato e che illuminava i suoi piccoli occhi, il cui sguardo era pi sicuro e pi penetrante d'altra volta.
Codest'uomo avea sul viso una ciera di falsa lealt da cui un politico meno furbo d'Edoardo sarebbesi lasciato prendere, ma che non potea ingannare l'augusto compare di Giacomo d'Artevelle. Agevole era vedere che Gherardo Denis avea tutte le cattive passioni di Jacquemart ma che non avea tutto lo spirito del suo rivale per mascherarle. Egli possedea l'astuzia che immagina, ma dovea esser privo della destrezza che eseguisce. Egli era scaltro ma dovea giungere un momento in cui la brutalit dominerebbe la scaltrezza. Ci proveniva per fermo dal non essere egli ambizioso per interesse ma bens per imitazione. Era costui un di quegli uomini che, in vedere innalzarsi un de' loro simili, lo prendono ad odiare e vogliono innalzarsi, non accanto a lui, ma in suo luogo. Essi non hanno l'idea d'ingrandirsi se non perch veggono ingrandirsi gli altri, ed invece di applicare le loro facolt al trionfo della propria ambizione, le applicano alla distruzione dell'uomo che loro spiace, sibbene che il giorno in cui han preso il posto del rivale, essendo il loro odio soddisfatto, non sanno pi che fare, e non sono pi che gli oscuri plagiar de' loro predecessori.
Gherardo Denis era invidioso.
Abbiam veduto al principio di quest'istoria che costui detestava personalmente d'Artevelle. Se Jacquemart fosse rimasto un semplice birraio, Gherardo sarebbe rimasto un semplice tessitore. Quando un uomo del popolo s'innalza ad un tratto, come d'Artevelle, fa schiudere di presente fra quegli stessi che dovrebbero sostenerlo, dappoich esce dalla loro classe, odii misteriosi ed incessanti che scrollano sordamente la posizione ch'ei si  creata.
Gherardo invidiava la fortuna di d'Artevelle come un fanciullo invidia il balocco d'un altro fanciullo, senza ragione, e solo per romperlo quando a sua volta ne sar possessore.
Gherardo del resto consentiva volentieri a non essere ruwaert, ma a patto per che neppure d'Artevelle sarebbe pi tale.
Checch si fosse, mentre che Giacomo era diventato qualcheduno, Gherardo era diventato qualche cosa, e tal quale era, andava a far visita al re Edoardo terzo.
Quando il re si trov in faccia a Gherardo, questi lo guard fisamente e gli disse dopo essersi inchinato:
Maestro Walter, ho molto piacere di rivedervi, dal perch ho serbato buona memoria del nostro viaggio; cos implorer da voi il favore di parlare al pi presto possibile al vostro grazioso sovrano.
Seguitemi dunque, maestro Gherardo, disse il re sorridendo, perch anch'io ho serbato buona memoria al par di voi del viaggio che ebbi il piacer di fare in vostra compagnia.
E ci dicendo, il re fece entrare Gherardo in una stanza di cui serr ei stesso la porta, dopo aver fatto sedere il suo visitatore.
Volevate parlare al re d'Inghilterra, maestro? ei gli disse; orb! parlate; il re d'Inghilterra vi ascolta.
...
.
...
Capitolo 12.
...
.
...
Gherardo si alz suo malgrado.
Cos, egli disse, Walter ed il re Edoardo...
Erano la stessa persona, maestro mio; il che non deve impedirvi di porvi a sedere, perch il re si ricorda bene quanto Walter del suo compagno di viaggio Gherardo Denis. Orbe'! maestro! prosegu a dire il re, la speculazione di cui fui confidente ha avuto buon esito?
S, sire, e debbo dire di pi che credo che la vostra graziosa presenza mi sia stata di buon augurio, dal perch tutto ci che ho intrapreso dappoi mi  riuscito bene al par di quel contrabbando...
Sicch il commercio va bene?...
S, monsignore; ma Vostra Altezza deve pensare che non  mica un affare di commercio che qui mi conduce.
Ma, in tutti i modi,  sempre un affare?
S, monsignore: e se vengo,  solo nell'interesse di Vostra Altezza, e per renderle un servigio.
Son fortunato daddovero, maestro Gherardo, che tutto, dopo il primo mio viaggio, vi sia riuscito al segno, che possiate oggi rendere un servigio al re d'Inghilterra.
Gherardo comprese, dalla risposta del re, che questi non tratterebbe con lui da pari a pari come con d'Artevelle, e chi sa quanto quella differenza che il re facea tra que' due uomini aument l'odio di Gherardo pel ruwaert?
Checchesisia, monsignore, replic il tessitore, e per quanto lungi io possa esser da voi, perci appunto che non abito le vostre stesse sfere, havvi cose ch'io vedo e che sfuggono a' vostri sguardi, nascoste qual sono dagl'interessi di coloro che han l'onore di avvicinarvi. Su tai cose appunto, sire, io voleva illuminarvi, e niuno al mondo potea ci fare meglio di me; ecco perch ho ardito di venire da voi, non pi come ambasciatore di d'Artevelle, ma come mio proprio ambasciatore.
Parlate, maestro Gherardo, parlate.
Giacch vi benignate, sire, ricordarvi del viaggio che ho avuto un tempo l'onore di fare con esso voi, forse vi ricordate anche di ci che allora vi dissi del d'Artevelle: che la sua potenza, cio, non durerebbe molto, e che eranvi in Gante uomini che farebbero altrettanto bene che lui ed anche meglio, con Edoardo d'Inghilterra, tutti i trattati di politica e di commercio in cui sarebbe la convenienza d'un re s grande.
 vero, me ne ricordo.
Mi ricordo benanche, monsignore, prosegu Gherardo a dire, come se avesse voluto far vedere al re che non avea obbliato niuna pi minuta circostanza della strada che fatta avea in sua compagnia, mi ricordo pure che nel momento in cui vi dicea tai cose, i vostri occhi si fisarono sopra un falcone che cacceggiava un airone, e che, vinto l'airone, prendeste l'augel cacciatore, nel cui becco poneste un anello di smeraldo di un gran pregio. Teneste financo per voi il falcone, la qual cosa fece maravigliar molto non solo colui che veniva a reclamarlo, ma me pur anche.
Ancor questo  vero, mormor Edoardo, cui tal memoria ricordava Alice di Granfton e l'inquietudine in cui lo lasciava la sparizione del conte di Salisbury; ancor questo  vero; proseguite, maestro.
Ed il re ci detto si alz e passeggi a grandi passi per la stanza, passandosi di tratto in tratto la mano sulla fronte.
Ebbene, sire, soggiunse il tessitore, alzandosi anch'egli, codesti uomini ch'io vi prediceva allora esistono oggid realmente, e la potenza del birraio  s violentemente scossa che domani, forse, sar costretto a fuggir come un delinquente, se pur qualche buon colpo di balestra nol ferma per istrada.
E senza dubbio a capo di codesti uomini trovasi mastro Gherardo Denis?
S, monsignore.
Ed il nuovo capo viene, se non ad imporre, per lo meno ad offrire le sue condizioni al re d'Inghilterra?
No, sire, ei viene soltanto ad avvertire il re Edoardo che d'Artevelle ha preso un impegno che non potr mantenere, e che coloro a capo dei quali trovasi Gherardo Denis non vogliono altro sovrano che il loro sovrano legittimo, ammenoch.....
Ammenoch?...
Ammenoch colui che li comanda non voglia altra cosa, o non trovi un mezzo di tutto conciliare.
E questo mezzo?
 in mia mano, sire.
E posso saperlo?
Certamente, sire; ma mi permetterete di tacervelo insino al momento in cui, invece d'essere una probabilit, potr addivenire una certezza.
Sicch la conclusione di quest'abboccamento...
S , monsignore, che, qualunque cosa avvenga, la Fiandra terr a grande onore l'alleanza dell'Inghilterra, e che, se mai dipende da me, quest'alleanza sar certa.
Se per l'Inghilterra l'accetta?
E quale interesse avrebbe l'Inghilterra a rifiutarla?
L'Inghilterra non ha solo degl'interessi, mastro Gherardo, ha pur anche delle amicizie. Giacomo d'Artevelle  stato fin qui alleato fedele e amico divoto del re Edoardo terzo, e pu darsi che, se succede una disgrazia al ruwaert il re d'Inghilterra abbracci la sua causa e tenti di vendicarlo come ei comincia di gi a vendicare in Francia coloro che Filippo sesto fece morire perch erano suoi alleati. Nullameno prenderemo consiglio dalle circostanze, mastro Gherardo. Fraditanto, io son qui perch invitato da Giacomo d'Artevelle che era qui meco momenti or sono, e finattanto ch'ei non abbia mancato alle sue promesse non mancher mai alle mie; e ci non basta saprei anche, ove uopo il chiedesse, tener conto degli avvenimenti di cui avr potuto restar vittima.
Sire, aspettate domani una deputazione dei consiglieri?
S.
Quella deputazione vi ripeter ci che vi ho detto: che nulla, cio, pu farsi senza il consenso della comunit.
E noi, mastro Gherardo, aspetteremo. La pazienza  l'eternit degl'imperanti.
Era evidente che Edoardo terzo accetterebbe il soccorso di Gherardo Denis, nel caso che tal soccorso gli divenisse utile; ma era troppo buon politico per impegnarsi a nulla fintantoch il birraio era ancora il capo della Fiandra.
Il giorno dopo, i consiglieri giunsero a bordo della Caterina. Giacomo d'Artevelle era appo il re.
Caro sire, disse uno de' consiglieri che imprese a parlare in nome degli altri, ci chiedete, davvero, una cosa molto difficile e di cui pi tardi il paese di Fiandra potrebbe chiedercene stretto conto. Certamente, non havvi oggi signore che volessimo aver per padrone pi che il principe di Galles, figliuol vostro; ma questa cosa che tanto desideriamo, non possiamo compierla soli e ne fa mestieri il consenso di tutta la comunit di Fiandra. Ciascuno si ritirer adunque nella propria citt, raduner i suffragi, e ci che la pi sana parte de' Fiamminghi vorr, noi lo vorremmo. Fra un mese sarem qui, e vi assicuriamo, sire, che il nostro ritorno vi cagioner grande allegrezza.
Si faccia pur cos, rispose Edoardo. Vi aspetter un altro mese.
La deputazione si ritir, e Giacomo d'Artevelle rimase col re. Giacomo era di pi in pi pensieroso.
E cos! che vi sembra, compare, di tutto questo? chiese Edoardo all'antico birraio; e non temete ora di avermi fatto venire per nulla?
Ah! ah! sire! ignoro ci che potr esser per voi causa di dispiacenza, ma so bene che oltre a parecchie altre ragioni pur anco, preferirei, soprattutto adesso, esser nei panni del re d'Inghilterra piuttosto che ne' miei.
Non siete mica ambizioso maestro, rispose sorridendo Edoardo terzo. Ci che dicesi  egli vero?
E che dicesi, sire?
Si dice che Giacomo d'Artevelle non sia tanto amato, n tanto influente oggi quanto altravolta.
E perch, mio Dio?
Si accusa mastro d'Artevelle di spodestare a poco a poco il conte Luigi suo legittimo signore, il che non sarebbe forse nulla, se mastro Jacquemart non avesse posto la mano su certo tesoro di Fiandra, e non ne avesse fatt'uso senza renderne conto, il che farebbe credere che tal tesoro non ha avuto all'intutto la destinazione che doveva avere. Ne resulta quindi che di presente, si cospira forse contro Giacomo d'Artevelle, n pi n meno come se d'Artevelle fosse un sovrano naturale.
Si cospira? sclam Giacomo suo malgrado impallidendo.
Lo si dice.
E chi dice ci, sire?
Il vento che vien da Gante.
Monsignore, voi avete veduto il tessitore Denis.
Pu essere.
Codest'uomo, sire, vi tradir.
Chi vi dice, maestro, ch'io l'abbia veduto, chi vi dice ch'io mi sia fidato a lui?
In tal caso, sire, fa d'uopo m'aiutate a sventare le sue trame, ed a far trionfare il principe di Galles.
Io non son venuto che per questo, e, per dire il vero, temo assai d'essermi scomodato inutilmente.
No, sire, voi riuscirete a grado vostro purch vogliate aiutarmi.
Che cosa bisogna fare?
Bisognerebbe, sire, darmi quattrocento uomini. Io li far entrare di notte tempo a Gante, ed al ritorno de' consiglieri, se gli eventi saranno contro di voi, sforzeremo gli eventi.
Bravo mastro Giacomo! questo si chiama ragionare ed allora l'uom di consigli far posto all'uom di azione, sclam il re che non parea aver gran fiducia nel coraggio del suo compare.
S, sire.
Or bene! sin da stasera, i quattrocento uomini saranno a vostra disposizione.
E sin da stasera, sire, entreranno in Gante.
Checch avvenga, soggiunse Edoardo, io son qui per proteggervi, maestro, e se per caso vi ammazzano, vi vendicher, ve lo prometto.
E ci dicendo il re tendeva cordialmente la mano al ruwaert.
Ma a quella parola pronunziata allora da Edoardo, d'Artevelle era di bel nuovo impallidito, e la sua mano tremava nella destra reale.
"Eh! eh! non mi ero ingannato, pens Edoardo; quest'uomo ha paura!" Mi viene un'idea, disse il re ad alta voce.
E quale, sire?
Di aggiungere altri cento uomini ai quattrocento, dal perch credo che non sarete mai troppo ben difeso.
D'Artevelle non pot fare a meno di baciar la mano al re.
Ah! mio povero figlio, mormor Edoardo allontanandosi dal birraio, se mai addivenite signor di Fiandra, merc il soccorso di mastro Jacquemart, ci mi sorprender molto.
La sera istessa d'Artevelle approd con la truppa che promessa aveagli Edoardo, e durante la notte la fece entrare in Gante.
Ma nel punto in cui ei varcava la porta della citt, un uomo che avealo riconosciuto allontanavasi nell'ombra. Codest'uomo era Gherardo Denis, il quale, sapendo che d'Artevelle non era ritornato a terra con i consiglieri, avea dubitato di qualche sorpresa, e spiava gi da un pezzo il ritorno del birraio.
...
.
...
Capitolo 13.
...
.
...
I cinquecento uomini d'Edoardo entrarono nella citt, e d'Artevelle ricondotto da quest'ultimo torn al suo palagio. Intanto la citt si svegli all'indomani con una certa agitazione.
Sin dal mattino grandi e piccoli furono convocati sulla piazza del Mercato e quello tra i consiglieri che il giorno innanzi avea preso la parola a bordo della Caterina e partecipato ad Edoardo i mezzi da porsi in opra per il buon esito de' suoi progetti, arring nel medesimo senso il popolo e gli annunzi che il re d'Inghilterra conduceva seco il principe di Galles cui d'Artevelle avea promesso la Fiandra.
A tali detti dell'oratore l'indignazione fu generale ed il popolo grid ad una voce che non diserederebbe mai il suo natural signore per il figlio di Edoardo terzo.
Ci era quello che Gherardo Denis era andato a dire il giorno prima al re.
Cos non ci maraviglieremo di trovare col il tessitore intento ad alimentare con tutto l'ardore la nascente discordia ed arringando anch'esso il popolo a sua volta.
Rassegnatevi subito, amici miei, Gherardo dicea, dal perch vi sarebbe d'uopo rassegnarvi pi tardi.
Che volete dire? ei sclam.
Voglio dire che d'Artevelle  il pi forte, e che questa volta, come sempre, ei v'imporr la sua volont!!
No, no, no!!
Eh s! se il vostro no contasse sarebbe una bella cosa! Egli ha preveduto il caso di ribellione e le sue precauzioni son gi prese.
Che ha egli fatto?
Ha chiesto al re d'Inghilterra un rinforzo di mille uomini, eccellenti arcieri, che sono entrati la scorsa notte in citt, e che sosterranno con qualsiasi mezzo le pretensioni del re e di Jacquemart.
Come vedesi, Gherardo mentiva di cinquecento uomini; ma una bugia  ben poca cosa quando si tratta di far trionfare le proprie opinioni,
Una specie di stupore s'impadron degli astanti.
E ci non  tutto, prosegu a dire; Gherardo d'Artevelle, non ha preso per nulla il tesoro di Fiandra, ed  attorniato di guardie meglio d'un re.
Morte al traditore! fu il grido di tutte le bocche.
Gherardo volle proseguire la sua arringa, ma non pot: la sua voce fu coperta dalle grida della bruzzaglia che chiedeva la testa del birraio.
Su, su, al suo palagio! gridarono tutti quei furiosi che si precipitarono come una marea verso il palagio di Jacquemart.
Allorch d'Artevelle ud que' rumori sordi dapprima come una tempesta lontana, poscia impetuosi e violenti come il muggito del tuono che s'avvicina, egli ebbe paura.
Poi fece chiudere e barricare le porte e le finestre.
Era ormai tempo.
Aveano i valletti appena obbedito a quest'ordine del loro padrone, quando il popolaccio circond il palagio.
Intanto la casa era ben custodita.
Cento quaranta o cento cinquanta uomini l'occupavano e la difendeano valorosamente, ma somigliavano a que' Galli che incrociavano le loro frecce con il fulmine, e ancorch a ciascuno dei loro dardi un nemico cadesse, il flutto stringevasi, e quelle ondate umane pareano crescer sempre di momento in momento.
D'Artevelle comprese che qualunque resistenza gli riuscirebbe vana, e che, ove quella folla entrasse nel suo palagio, ei sarebbe senza piet n merc massacrato. Allora ei chiam in aiuto la sua abilit d'altra volta; ma in quel momento la paura lo dominava ed invece d'esser destro non fu che vile.
Egli apr dunque una finestra e si mostr al popolo.
Al primo vederlo la turba sottoposta alz grida di rabbia e di morte; grida che il d'Artevelle certamente aspettavasi e che nulladimeno lo fecero tremare a verghe.
Il popolaccio adunque gridava, gridava e d'Artevelle tremava come una foglia; ma alcune voci si fecero sentire, voci che dicevano:
Ei vuol parlare, ascoltiamolo.
Ed a poco a poco il gran baccano si sed come ad intervalli il rombo del vento durante la tempesta: le vociferazioni divennero un mormorio al mormorio successe alla perfine il silenzio ma un silenzio prontissimo ad interrompersi con minacce ed urlate.
Buona gente, che volete? domand d'Artevelle. Chi vi agita cos? Perch mi addimostrate tanto sdegno? Come posso io avervi a tal segno scorrucciati? Ditemelo, in nome del cielo, e mi corregger pienamente a vostro grado.
Una risata universale ed alcune sassate accolsero questa prima parte del lamentevole discorso del d'Artevelle, ma come alcuni istanti prima, fu di bel nuovo fatto silenzio.
Vogliamo conto e ragione del tesoro di Fiandra che avete rubato, sclam Gherardo Denis.
Jacquemart riconobbe la voce del suo antico ambasciatore e credette che volgendosi a lui isolatamente, fossevi maggior probabilit per lui di ottener grazia, che non implorando quella folla irritata ed orba d'intelligenza.
Come! mio buon Gherardo! tu fra quei che mi voglion male? Oh sii il ben venuto! Tu che mi conosci, di' loro che io nulla ho fatto per irritarli.
Tu hai dilapidato il tesoro.
S, s, giurarono tutti quegli uomini.
Amici miei, miei buoni amici, sclam d'Artevelle con voce strozzata dalla paura, rientrate nelle vostre case, e tornate domani mattina, pi a buon'ora che vorrete, ed io vi render tutti i conti che desidererete avere.
No, subito, subito! fu il grido generale.
Da qui a domani scapperesti, ladrone, disse una voce.
O ci faresti ammazzare dai mille soldati del re Edoardo.
Il re Edoardo non mi ha dato mille soldati.
Mentisci per la gola! sclam Gherardo.
Non me ne ha dati che cinquecento, disse Giacomo con le lagrime agli occhi.
Ah! lo confessa! lo confessa! urlarono gli assalitori.
Li congeder, disse Jacquemart.
Ma niuno pot udirlo, il perch, di nuovo, il fiotto batteva le porte del palagio, e le pietre spezzavano le finestre.
Allora l'antico birraio cadde in ginocchio e singhiozzando sclam:
Signori, siete voi che fatto mi avete quel che sono. Voi mi giuraste un tempo che mi avreste difeso e protetto contro tutti gli uomini, ed ecco che oggi volete uccidermi senza ragione. E far lo potete perch son solo contro tutti voi, e non ho difesa. Ma considerate un po' il bene che vi ho fatto e che vi posso fare ancora.
A poco a poco erasi fatto di nuovo silenzio.
Scendete, scendete, gridavano gli assalitori al birraio, il perch non potete parlare da tanta altezza, e noi vogliamo sentirvi. Vogliamo sapere che cosa sia stato del gran tesoro di Fiandra che avete troppo a lungo amministrato senza renderne conto. Scendete, scendete.
Ora scendo, disse Giacomo d'Artevelle.
E chiuse la finestra.
Ma parea che i conti che dovea rendere fossero molto imbrogliati, e che preferisse di non avventurarsi alle eventualit della discussione, il perch pens a fuggire per la porta di dietro e rifugiarsi in una chiesa contigua al palagio.
Ma quei della strada, non vedendolo pi venire s'immaginarono qualche vigliaccheria, e corsero in folla dall'altro lato del palagio.
Videro difatti che Giacomo voleva fuggire, ed essendo codesta fuga per essi la pi lampante riprova di ci che gli addebitavano, gli si scagliarono come tigri addosso e lo colpirono malgrado le sue grida e le lagrime che versava a torrenti.
Lo sciagurato ruwaert ruzzol a' loro piedi, e respirava ancora, allorch Gherardo Denis gli si fe' d'appresso.
In vedendo avvicinarglisi colui che per s lunga pezza risguardato avea come il suo migliore amico, il birraio assembr tutte le sue forze e gli disse:
Gherardo, mio buon Gherardo, salvami.
Il tessitore allora avvicinandosi al moribondo, gli piant sino al manico il suo coltello nella gola, e Giacomo mor senza aver mandato un grido.
"Cos fin Artevelle, dice Froissart, che a suo tempo fu uomo grande e possente in Fiandra: genti povere ed abbiette fecerlo salire in alto dapprima, e genti malvagie lo uccisero alla perfine."
Edoardo subito seppe ci che avvenuto era a Gante, e quella sera istessa fece vela per l'Inghilterra, molto irritato dell'accaduto, e giurando che vendicherebbe in esemplar guisa la morte del suo compare Giacomo d'Artevelle.
Allorch Gherardo Denis seppe la partenza del re e le minacce che questi fatte avea in partendo, chiese che un'ambasciata fosse spedita ad Edoardo affine di stornare dalla Fiandra la collera d'un re s potente e che mostrato erasi suo alleato sincero.
In conseguenza, i consiglieri che andati erano a trovare Edoardo al porto della Chiusa partirono per alla volta' di Londra.
Il re era a Westminster allorch fugli annunziato che i deputati d'Ypres, di Bruggia, di Courtray e d'Audenarde chiedevano d'esser appo lui introdotti.
Il re calmato un po' quel suo primo impeto di collera, li ricevette.
Allora essi cominciarono a scusarsi della morte del d'Artevelle, giurando che partiti omai per raccogliere i voti di assenso necessari ad Edoardo, nulla avean potuto sapere n impedire di ci che miserabilmente era accaduto, aggiungendo grande essere in loro il corruccio per tal disavventura, e sincero il rammarico per la morte del ruwaert, che aveali sempre saggiamente governati.
Nondimeno, sire, soggiunsero i deputati, la morte del d'Artevelle non pu togliervi la fiducia e l'amore de' Fiamminghi, quantunque vi sia ora mestieri rinunziare al retaggio di Fiandra, di cui non possono frustrare il conte Luigi, che  ancora a Termonda, e che, sebben lieto della morte di Giacomo che avea finito per usurpare il suo potere, non ardisce per anche ritornare, ma che si rassicurer ben presto, e far ritorno a Gante.
Siccome Edoardo nulla rispondeva agli ambasciatori e sembrava irritato ognor pi della morte del suo compare, che gli facea perdere le speranze da lui fondate sulla Fiandra, uno di quelli che l trovavansi, e che non avea ancor parlato, gli si avvicin dicendogli:
Havvi forse modo, monsignore, di conciliar tutto.
E qual  codesto modo?
Gli altri deputati si ritirarono in fondo alla sala, come se compreso avessero che nulla avean da aggiungere a ci che stava per dire il loro compagno.
Vi rammentate, sire, della visita che Gherardo Denis vi fece a bordo della Caterina?
E tanto pi me ne rammento che  quello stesso Gherardo Denis che ha di sua propria mano ucciso colui che oggi voglio vendicare.
Sire, havvi omicidi graditi al cielo quando son utili a tutta una nazione.
Insomma, questo Gherardo Denis?...
Mi ha rimesso un messaggio per voi, monsignore, e che finir forse di conciliarci la vostra grazia.
E ci dicendo, il Fiammingo consegnava al re una lettera che questi spieg, e che conteneva queste parole:
"Sire
"Dio ha deciso altrimenti che non pensavate dei destini del nostro paese. Oggimai il principe di Galles non pu pi pretendere al retaggio della Fiandra."
Ma questa lettera  inutile, interruppe Edoardo, dappoich altro non fa che confermare ci che test mi si  detto.
Vogliate continuare, sire, fu contento rispondere l'inviato del tessitore.
Il re dunque riprese:
"Ma sire, avete de' bei figliuoli, maschi e femmine; vostro figlio maggiore non pu a meno non sia col tempo un gran principe anche senza il retaggio di Fiandra, ed avete una figlia secondogenita, e noi un giovine damigello che nutriamo e custodiamo, e che  erede di Fiandra; potrebbesi anche fare un matrimonio tra essi; in tal guisa resterebbe sempre la contea di Fiandra ad uno de' vostri figli."
Andiamo, mormor Edoardo sorridendo, mastro Gherardo Denis ha ereditato un po' dello spirito di Giacomo d'Artevelle.
Che risponder, sire? chiese l'inviato.
Risponderete, messere, disse il re, che Edoardo terzo dimenticher il male e si ricorder soltanto del bene.
"Difatti, d'Artevelle fu dimenticato, dice il signor di Chateaubriand, al par di tutti coloro la cui fama non  fondata n sul genio n sulla virt." 
...
.
...
Capitolo 14.
...
.
...
La fortuna intanto sembra obbliare un po' Edoardo. Havvi ne' suoi fautori e nel suo esercito defezione e disfatta.
Difatti, Filippo fa offrire dal conte di Blois, a Giovanni d'Analto, di dargli tante rendite quante ei ne ha in Inghilterra, purch voglia allearsi alla Francia. Giovanni d'Analto avea passato la sua giovent in Inghilterra ed amava Edoardo. Ei chiese dunque tempo a riflettere. Dal momento in cui, malgrado la sua amicizia per il re d'Inghilterra, Giovanni rifletteva; eranvi tali eventualit che spinto ei vedeasi ad accettare le proposte di Filippo. In oltre, il conte di Blois, suo genero, lo fece sollecitare per mezzo del signor di Flagnoelles suo amico.
Ora, accadde appunto che in quel tempo nacquero alcune differenze in Inghilterra pe' feudi che Giovanni vi avea, il che recise le sue incertezze e lo fece risolvere all'alleanza propostagli da Filippo che ne lo ricompens degnamente.
Incontanente Filippo ordin ai signori, cavalieri, e genti d'arme di trovarsi in un giorno stabilito ad Orlans e Bourges, poich voleva spedire il duca di Normandia, suo primogenito, per rispingere gl'Inglesi, i quali, capitanati dal conte Derby invadevano la Guascogna.
Il duca Eudo di Borgogna e suo figlio il conte d'Artois e di Bologna, portaronsi al re ed offrirono mille lance. Poscia giunsero il duca di Bourbon e messer Giacomo di Bourbon suo fratello, conte di Penthivre, seguiti da' loro uomini d'arme. Vennero in seguito il conte di Tancarville, il conte di Dammartin, il conte di Vendme, il signor di Coucy, il signor di Craon, il signore di Sully, il vescovo di Beauvais, Giovanni di Marigny, il sire di Piennes, il sire di Beaujeu, messer Giovanni di Chlons, il sire di Roye, e tanti altri baroni e cavalieri che si riunirono ad Orlans o andarono ad accamparsi avanti a Bourges e Tolosa verso il Natale del 1345.
Il duca di Normandia col sire di Montmorency e quello di Saint-Venant, suoi marescialli, fece cominciare l'assalto del castello di Miremont che gl'Inglesi aveano preso; quel castello era guardato da un capitano inglese e da uno scudiere a nome Giovanni di Bristo; l'assalto fu rude, energica la difesa; ma Luigi di Spagna era l co' Genovesi, e fu giocoforza agl'Inglesi arrendersi. Le rappresaglie cominciarono, un gran numero di quelli che si rendevano furon messi a morte.
I vincitori lasciarono genti fresche a custodia del castello, poi recaronsi ad osteggiare Villafranca.
I Francesi assalirono la citt, da cui il capitano era assente, e che fu immantinenti presa; partirono allora per alla volta di Angoulme, lasciando il castello in piedi, senza demolirlo, del che doveano star poco a pentirsi. Angoulme era comandata dal capitano Giovanni di Norvich. Quando il conte di Derby seppe i disastri degl'Inglesi e la besseria che i vincitori avean fatta di lasciare il castello in piede; sped col genti d'armi cui di ordine di ben difendersi, aggiungendo che andrebbe, ove uopo il volesse, a dar loro aiuto. Sped dappoi alla fortezza d'Aiguillon Gualtiero di Mauny, Giovanni di Lilla ed altri, cui raccomand valida resistenza. Meglio di quaranta cavalieri e trecento armature partirono, recando viveri per assedio, dovesse pur quell'assedio durare sei mesi.
Allora fu che il duca di Normandia si avvide dello sbaglio commesso in non aver demolito il castello di Villafranca.
E tanto pi se ne accorava in quanto non potea giungere a prender Angoulme. Ordin dunque alle genti d'arme di porre stanza presso la citt.
Il siniscalco di Beancaire offre al duca di far prendere una data quantit di viveri nel paese, il che dal duca  accettato. Il siniscalco prende seicento uomini d'arme e se ne va fino ad Ancenis, citt di fresco caduta in poter degli Inglesi. Giunto col, il siniscalco con sessanta uomini solamente, va per prendere alcuni armenti agl'Inglesi che l'inseguono, e che inseguendolo, cadono nel bel mezzo dell'oste francese, imboscata per aspettarli. Questo stratagemma riesc a maraviglia, il perch i seicento uomini tornaronsene, conducendo al duca di Normandia un gran numero di prigionieri.
In questo mentre, Giovanni di Norvich, vedendo che il duca non toglierebbe l'assedio da Angoulme fece chiedere una tregua per il d dell'Ascensione. La tregua fu accordata. Allora, sin dal primo romper dell'alba, il capitano Giovanni di Norvich fece armare tutti i suoi soldati e li fece uscire dalla citt, traversare il campo francese, e ritirarsi ad Aiguillon, ove furono con gioia ricevuti.
Le genti d'Angoulme decisero allora in consiglio che renderebbonsi al duca di Normandia. Questi ricevendoli a merc, stabil nella citt un capitano a nome Giovanni di Villers e cento stipendiari con quello. Il duca portossi dappoi ad osteggiare il castello di Damassa, che fu preso, e la guarnigione uccisa. Ivi egli allog uno scudiere di Reame, a nome il Losco di Milli. Di l, recossi avanti a Tonneins, il cui assedio dur molto.
Alle corte, gl'Inglesi si arresero per convenzione, con la vita e le sostanze salve; gli abitanti rimasero nell'obbedienza del duca di Normandia, che dopo aver preso il porto Santa-Maria alla cui guardia era un presidio inglese, lasci a difenderlo sue genti d'armi, ed and verso Aiguillon.
Non passava giorno che non vi fossero due assalti.
L'assedio dur sei mesi.
Il duca allora comand di fare un ponte per traversar l'acqua ed arrivare sino alla fortezza. Trecento falegnami lavoravano giorno e notte. Quando il ponte fu avanzato, que' d'Aiguillon lo disfecero.
Se ne imprese di bel nuovo la costruzione, ma i Francesi circondarono s bene gli operai, che Gualtiero di Mauny ed i suoi uomini d'arme non poterono impedir loro di terminare.
Tutte le settimane trovavasi un nuovo mezzo per assalire il castello d'Aiguillon. Un giorno, ritornando da cercare armenti, Carlo di Montmorency e Gualtiero di Mauny si incontrarono. L'occasione per due prodi cavalieri era bella. Vi fu combattimento. I Francesi eran per poco cinque contro uno, ma que' d'Aiguillon seppero quello scontro e accorsero in aiuto de' loro; i Francesi furono uccisi, fatti prigionieri, e Montmorency ebbe il destro di scampare, lasciando i suoi armenti agl'Inglesi.
Quest'assedio  uno de' pi straordinari di cui l'istoria abbia serbato i particolari; quando si pensa a' lavori che il duca di Normandia fece compiere si  spaventati.
Nulladimeno le cose non potevano restare a quel termine. Il duca offre cento scudi a colui che potr giungere al primo ponte della porta del castello. Ci che dovea accadere, accadde; i soldati francesi si precipitarono in massa, gli uni caddero nell'acqua ed un gran numero furono uccisi da que' d'Aiguillon.
Il duca fece fare una specie di ponte coperto affine di avvicinarsi alla fortezza, ma gl'lnglesi aveano fatto fare de' martinetti, specie di macchine per lanciar pietre, e ne gettarono tante e s grosse che demolirono la copertura, il ponte fu precipitato nell'acqua, lasciando sterminata quantit di Francesi uccisi.
I cavalieri francesi grandemente angustiavansi della lunghezza di quell'assedio, e non ardivano parlare di abbandonarlo, avendo sentito a dire al duca ch'ei non se ne andrebbe senza un ordine di suo padre. Allora il conte di Guines, conestabile di Francia, ed il conte di Tancarville, presero la determinazione di portarsi in Francia, appo Filippo sestoo, e dirgli ad un tempo le disgrazie ed il coraggio di suo figlio. Il re ne fu maravigliato e disse che, non potendosi prendere que' d'Aiguillon per forza, d'uopo era prenderli per fame.
Intanto, Edoardo, avendo saputo che i suoi erano battuti e malmenati al castello d'Aiguillon, e che il conte Derby non potea soccorrerli, prese il partito di levare una poderosa oste e d'andare in Guascogna.
In quel mentre, Gottifredo d'Harcourt, bandito di Francia, giunse in Inghilterra. Il re e la regina lo ricevettero come ricevuto aveano il conte d'Artois, dandogli considerabili sostanze e facendosene fin dal primo istante, con quella magnificenza che li distingueva, un alleato fedele e affezionato a tutta prova.
Il re partecip allora a Gottifredo la risoluzione che presa avea di muovere in soccorso del conte di Derby, domandandogli se lo accompagnerebbe in quella spedizione.
Sire, risposegli Gottifredo, io son tutto al vostro servigio; ma se mel permettete, vorrei darvi un consiglio.
Dite, messere.
Parmi che sino ad ora il conte Derby non abbia avuto bisogno del vostro soccorso, e che sia abbastanza prode cavaliere per farne di meno anche da qui avanti. Lasciatelo proseguire laggi la sua bisogna, sire, e date principio alla vostra da un'altra parte. Il duca di Normandia  assente; profittatene, monsignore, per osteggiare il suo paese.
Ebbene! sar fatto giusta il vostro desiderio, messere, rispose il re dopo aver alquanto riflettuto, e possa Iddio intendere il vostro consiglio e farlo venire a capo.
Quando  cos, monsignore, partirem di presente, dal perch mi tarda vedervi lieto d'un buon successo.
No, messere, non partiremo prima ch'io abbia fatto un pellegrinaggio che mi rimane a fare, poich se al Ciel piacesse che malaugurata riuscissemi questa spedizione, io ne crederei causa tale dimenticanza. Poi, mormor Edoardo tra s, d'uopo  ch'io sappia che cosa sia stato dell'una e dell'altro.
Il giorno dopo, il re ordin che si facessero venire nel porto di Hantonne un numero grande di navi e di vascelli.
Fece chiamare da ogni parte le sue genti d'arme e cavalieri, e fiss la partenza pel giorno di S. Giovan Battista, vale a dire verso il d 24 giugno 1346.
Poi, senza scorta, solo con le sue rimembranze e i suoi timori, Edoardo terzo part per alla volta del castello di Wark.
Ei non era ormai pi quel re giovine e bollente, qual veduto l'abbiamo al cominciamento di questa storia. Chiunque l'avesse incontrato non avrebbe in lui riconosciuto per fermo l'elegante cavaliere de' tornei.
La politica e la guerra aveangli fatto pallida la fronte e dato a' suoi occhi una specie di fissezza pensierosa. Poi, principalmente in quel momento, Edoardo che non sapea a quali impressioni andasse incontro, temeva suo malgrado una sventura nascosta dietro gli orizzonti che gli facea d'uopo ancora oltrepassare.
N un giorno mica era trascorso da quello in cui veduta avea Alice senza ch'ei non pensasse a quella donna tanto ad un tempo bella e virtuosa.
Edoardo amava, e codesta infelice passione formava ad un tempo la sua gioia ed il suo tormento.
...
.
...
Capitolo 15.
...
.
...
Intanto egli andava solo in compagnia de' suoi pensieri lungi da quella corte a cui tentava fare impenetrabile il suo cuore.
La campagna era immensa; l'aria pura accarezzavagli il viso; ei dimenticavasi d'esser re per dimenticarsi di non essere amato.
A momenti, pareagli d'esser atteso l dove ei si portava; e sembravagli essere un umile baccelliere senz'altra fortuna che l'amor della sua amante, e che, durante l'assenza di un geloso custode, una bianca mano affrettavasi a schiudergli il cancello d'una torre, prigione per la castellana, soggiorno d'ogni felicit per l'amante.
Ei proseguiva in tal guisa la sua corsa ed il suo sogno.
Il grazioso volto d'Alice, portante le impronte di que' terrori che, per l'uomo amato son altrettante confidenze, apparivagli, ed una notte capace d'illuminare col suo brillante splendore l'intiera vita d'un uomo, passava nella mente del re piena di misteri e d'incanti.
Talvolta ancora, Edoardo ricordavasi chi egli era e chi andava a trovare. La vaga speranza del suo perdono gli sorridea allora come una fantasima di tutta bellezza e l'aria che aspirava sembravagli impregnata di nuovi olezzi e d'aromi sconosciuti. Ma davansi anche de' momenti in cui un segreto timore impadronivasi del suo cuore ed ei tentava scacciarlo ma invano. Allora tutto prendeva un aspetto nuovo agli occhi del solitario viaggiatore.
La campagna del pari che il suo cuore non era pi che un immenso deserto; il castello ove andava, un mucchio di rovine; il nome ch'ei mormorava, un nome di morte.
Il sogno dava luogo al timore, il timore si cangiava in rimorso, ed Edoardo, misurando l'orizzonte con lo sguardo pareva domandargli se d'uopo fosse inoltrarsi o tornare addietro, e se meglio dubitare ancora piuttosto che affrontare la realit.
Ei nondimeno s'inoltrava sempre.
Quando giunse al castello di Wark, il sole era gi levato da due ore, ed il castello inondato di luce, era lungi dall'apparire triste e sinistro quale Edoardo, ne' suoi momenti di sconforto erasi immaginato trovarlo.
Il sole illuminava caldamente le vetrate, e la natura, adorna d'uno de' suoi pi bei giorni d'estate, risplendeva lietissima all'intorno.
Suo malgrado il re concep una grande gioia da tutto ci che vedea.
Il cuore  tanto pauroso che ha quasi sempre bisogno di estrinseci presentimenti, e l'anima che talvolta s'illumina della serenit esteriore, ammette difficilmente la possibilit d'un dispiacere in mezzo al sorriso di una natura giovine, calda e profumata.
Edoardo giunse alla porta del castello, la quale, come sempre, gli fu aperta.
Ei trasalendo chiese veder la contessa, ed il valletto si allontan dopo aver fatto salire il re in uno degli appartamenti contiguo a quello di Alice.
Alcuni istanti dopo il valletto torn dicendo:
Monsignore, la contessa sar qui a momenti.
Il re si pose a sedere.
Nulla era pi cangiato al di dentro che all'esterno.
Poteano essere scorsi dieci minuti da che il re aspettava, allorch Alice comparve.
Edoardo non l'avea mai veduta pi bella; il suo volto per era bianco come il marmo.
Essa non era pi vestita di nero, ed al contrario indossava una veste allegra ed elegante.
Edoardo indietreggi due passi in vederla avvicinarsi, dal perch ella avea pi l'aspetto di una apparizione che d'una realit.
Voi in questo castello, sire! disse la contessa con un sorriso cui le sue labbra non sembravano pi avvezze; sapete che  questo un grand'onore ch'io poco mi aspettava ricevere?
Signora, rispose il re, io mi accingo a partire per una di quelle spedizioni da cui un re pu non tornare, e prima di partire, volevo vedervi per l'ultima volta.
Per l'ultima volta! avete ragione di parlar cos, monsignore, disse Alice alzando gli occhi ai cielo, perch chi sa, quando ci si lascia, se ci si rivedr pi mai?
E la contessa portandosi la mano alla fronte come se provato avesse un dolore, lasci cadersi piuttosto che non si assise sopra un sedile accanto a quello del re.
Perch, disse questi, mi parlate con codesta amarezza? Dio vi serba ancora lunghi anni, signora; voi siete giovine, siete bella, e la vostra vita non  circondata dagli scogli che conterminano quella di un re.
Cos credete, monsignore?
Soprattutto allorch, al par di voi, Alice, si  amata da un uomo giovine, nobile e potente.
Il conte di Salisbury non ritorner mai pi qui, monsignore.
Non vi parlo del conte, Alice, lo sapete bene.
E di chi dunque, sire, intendete parlare?
D'un uomo che vi ama.
Al punto d'affrontare un rimorso, n' vero, monsignore? Ci  quel che volete dire.
Ascoltate, Alice, disse Edoardo, avvicinandosi alla contessa, e prendendo una delle sue mani fredde come il ghiaccio che Alice gli abbandon come se il pensiero di lei fosse stato altrove; ascoltate; io era lontano da voi, e non viveva pi che la vita del corpo; la mia anima era rimasta qui. Oh! quanto  triste e vuota la gloria di un par mio, quando ei non abbia, o signora, per dividerla il cuore che ha scelto e che ama! Allora  pi pesante d'ogni pi pesante fardello, dal perch  inutile. S, Alice, perch non avrei affrontato anche un rimorso... un rimorso che avrebbe potuto cangiarsi in un'eternit di gioia ad un vostro solo accento? Poteva il cielo porvi s bella a me d'accanto, e versar nel mio cuore quest'inesauribile amore, se non avesse voluto riunirci? Qual colpa ho io mai commesso perch ei mi nieghi questa gioia senza la quale la vita non  per me oramai che una landa sterile e deserta? che avete, Alice? impallidite?
Vi ascolto, monsignore. Giunge un momento in cui si pu ascoltar tutto.
Ditemi, Alice, che mi perdonerete ci di cui mi accusavate pocanzi.
Giunge un'ora, in cui tutto si perdona.
Che intendete dire? sclam Edoardo spaventato dal pallore della contessa e dall'accento con cui detto avea quell'ultime parole.
Dir voglio, monsignore, che il cielo difatti avea il potere di farmi felice e non volle ecco tutto.
Alice, non havvi dolor s grande che col tempo non si obblii.
Monsignore, l'anima che comprende gli amori, ammette i dolori.
Ma intanto, Alice, il vostro lutto  cessato.
Chi vel dice?
Quelle vesti che vi coprono.
Ah! sire, quanto poco s'intende l'anima vostra di dolori, se vi affidate al lutto delle vestimenta, senza neppur guardare la pallidezza del viso e senza ricercar le piaghe del cuore!
Allora perch codesti abiti?
Perch, monsignore, io non volea rattristare con un lutto troppo apparente il grazioso sire che si degna visitarmi, e perch non volea lasciar rimorsi troppo profondi nel cuore di colui che ha infranta la mia vita per un capriccio.
Alice!
Voi partito, monsignore, riprender la mia veste di bruno, e per l'eternit la riprender, ve lo giuro.
E se il conte ritorna? chiese Edoardo.
Ei non ritorner, sire.
E la contessa alzandosi, si avvicin quasi in procinto di svenire ad una tavola, e riempiendo d'acqua una coppa d'oro ardentemente la vot.
Voi soffrite, signora, disse Edoardo, alzandosi anch'esso e quasi spaventato dell'agitazione di Alice.
No, monsignore, diss'ella assidendosi nuovamente, io son pronta a udire quant'altro vorrete dirmi.
Allora Edoardo si gett alle ginocchia d'Alice e prendendole ambo le mani nelle sue:
Alice, voi mi perdonerete, prosegu egli, in cambio di quanto ho sofferto; credetemi, havvi ancora per voi della felicit in questo mondo, e di questa felicit io voglio che ne siate a me debitrice. Abbandonerete questo castello malinconico, pieno di amare rimembranze, e di desolate fantasime; ritornerete alla corte, pi bella, pi invidiata che mai. Se sapeste, Alice, dall'ultima volta che io fui in questo castello, disse Edoardo sottovoce, se sapeste di quali sogni sono popolate le mie notti! Nulla pu fare che non siate mia. Io voglio che siate mia. Dite quella parola che pu rendermi beato, ditela, e quanto un re pu dare, quanto l'anima brama in questo mondo, l'avrete. La vostra potenza sar senza confini come il mio amore, la vostra opulenza senza rivale come la vostra bellezza; oppure, desiate meglio, Alice, ch'io abbandoni tutto, fatiche passate, ambizione, avvenire? Volete che il re d'Inghilterra non sia pi che Edoardo, e che Edoardo si ritiri con voi nel fondo di qualche castello remoto, in qualche paese deserto, ove non vi sar che noi e Dio? Tutto quel che vorrete, Alice, son pronto a farlo; imponete.
Le folli parole di Edoardo come il suo volto indicavano chiaramente che il pi funesto delirio erasi impadronito di lui.
Va bene, sire, rispose Alice, con un sorriso impresso di una celeste indulgenza, io vi perdono, perch forse mi amate, e se aveste saputo che il vostro amore dovesse uccidermi non mi avreste renduta infelice cotanto, alimentando a mio danno la folle vostra passione. Voi mi offrite, prosegu Alice con fioca voce, beni di cui un'altra sarebbe lieta ed altera, ma che son ben piccoli a paragone de' beni eterni de' quali ho fatta omai tutta la mia ambizione; invece di codesti sogni d'una mente delirante, promettetemi di fare ci che io son per dirvi.
Parlate, Alice, parlate.
Forse un d, monsignore, rivedrete il conte di Salisbury; promettetemi di dirgli allora che io son morta perch ei non mi avea perdonato di essere stata amata da voi; gli direte, monsignore, che mi avete vista morire, e che son morta benedicendolo e pregando Dio per lui.
Alice spossata chiuse gli occhi oppressa dal dolore.
Che significa ci, mormorava Edoardo; voi, morire! voi, Alice! voi ch'io amo!...  codesto un delirio, in nome del cielo, Alice, parlatemi!
La contessa fece un movimento, e prendendo la mano al re gli disse:
Monsignore, permettete ch'io m'appoggi sul vostro braccio per andare a quella finestra; voglio veder per l'ultima volta il sorriso di Dio sopra la terra.
Il re obbed macchinalmente, ed Alice, fredda e col corpo agitato da gricci improvvisi, si appoggi al davanzale d'una delle finestre d'onde la vista stendevasi sopra un orizzonte senza limiti, pieno di fiori e di aliti caldi ed olezzanti.
Chi mi avesse detto, sire, il d ch'io faceva un voto in favore di colui che amavo, che poco tempo dopo compiuto quel voto, io morrei abbandonata dal mio sposo e sostenuta dal braccio di colui che mi facea morire?
Alice, voi mi spaventate con codeste parole di morte. Ditemi che volete farmi soffrire atroci torture, ma non mi dite pi che morrete.
Fra un'ora, sire, sar morta.
Voi?
S.
Soccorso! sclam il re.
Ah!  inutile; non mi lasciate, sire; sarei morta prima che ritornaste ed ho ancora qualche cosa da dirvi.
Edoardo cadde in ginocchio.
Mio Dio! mio Dio! diceva egli, salvatela e perdonatemi!
Quando siete venuto, prosegu Alice a dire rialzando il re, ho deposto i miei abiti di bruno ed ho indossato questa vesta festiva. Io vi avea veduto venire; dal perch son molti giorni che misuro dalla mia finestra la strada che conduce al castello. Allora, siccome umani sentimenti dominavanmi ancora, ho voluto dare alla vostra vita il rimorso eterno della mia morte. Mi sono avvelenata, sire, e fra me ho detto: "Morr maledicendolo, ed ei soffrir ci ch'io soffro."
Pel Dio vivente, Alice, disse Edoardo, lasciate ch'io vi salvi, e vi giuro che mai pi pronunzier il vostro nome, che mi chiuder se fa d'uopo nel fondo d'un chiostro; ma non morite, non morite!
Ed il re smarrito copriva di lagrime le mani agghiacciate della contessa.
 inutile, ripet Alice,  d'uopo ch'io muoia; e d'altronde non  pi tempo. Poi, non vi maledir mica, sire, no; non vi maledir, poich, ve l'ho gi detto, io vi perdono. La morte non ha aspetto spaventevole che per coloro che temono qualche cosa al di l della vita; ma io, non temo nulla. Io muoio per purificarmi della colpa di un altro, io muoio perch la fatale passione di un uomo che non avrebbe dovuto mai vedermi, mi ha renduta odiosa al mio sposo..... s... d'uopo  ch'io muoia, e la mia vita passer dalla terra all'eternit, senza sforzo, e come al crepuscolo il giorno si confonde nella notte. Vedete, tutto sorride attorno a noi, e vi giuro che non sono mai stata tanto tranquilla quanto in questo momento. Non temete dunque nulla, sire, ho omai rinunziato all'odio. La mia anima, che fra poco risalir a Dio,  di gi talmente libera dai legami della terra che pi non veggo in voi l'uomo che mi fa morire, ma bens l'amico che mi sostiene nel punto in cui muoio. Vi compiango, sire, dal perch, dopo ch'io sar morta, soffrirete e v'imporrete per lungo tempo rimorsi ch'io vorrei risparmiarvi. Voi mi amavate, monsignore; solo per il vostro amore vi acciecava e vi ha fatto dimenticare che hannovi tali amori che uccidono quelle cui si riferiscono, come un sole ardentissimo ucciderebbe i nostri fiori di Tramontana. Voi avete in un istante spezzato due esistenze tanto che direbbesi le avesse il cielo formate mal volentieri, e che ingiusto fosse a' suoi occhi dar tanta felicit a due creature allorch tant'altre soffrivano. Vi siete ingannato, sire, vi siete ingannato, s, ecco tutto. E non pertanto avrei dovuto amarvi. Voi siete giovine, nobile e potente, e avrebbe potuto darsi che la vostra immagine si presentasse a me prima di quella del conte. Perch il cielo non l'ha egli fatto? certo per coronar la mia vita col martirio, e perch vi chiamava a pi alti destini.
Alice parlava con voce ad un tempo s dolce e commossa, che Edoardo, con la testa rovesciata indietro e la mano sugli occhi, piangea a lagrime dirotte.
Siate forte, monsignore, giunse nuovamente Alice a dire dopo una pausa. Vedete con qual bella giornata Dio mi chiama a s. Io non avr neppure il dolore di veder questo bel sole estinguersi dietro la collina: i miei occhi saranno chiusi prima ch'esso tramonti, ed abiter la patria senz'ombra e senza notti. Talch, monsignore, vi accingete a partire per nuove conquiste; ad aggiungere per fermo un altro regno al vostro, e farete uccidere alcune migliaia d'uomini. L'istoria vi serba un gran posto nelle sue pagine, monsignore, e forse il mio nome passer ai posteri, illuminato dal riflesso dell'amore che avrete avuto per me; allora recher maraviglia che un'umile donna sia morta ed abbia resistito all'amore di codesto gran conquistatore. Quale strana cosa  mai la vita allorch la si guarda dal punto d'onde io ora la veggo! Ditemi, sire, chiese Alice con uno sguardo pieno di dolcezza, mi amavate voi realmente?
Potete farmi tal domanda! rispose Edoardo singhiozzando.
E fatto avreste daddovero tutto ci che promettevate poc'anzi?
Tutto, ve lo giuro.
Qual trionfo per me nell'avvenire! disse la contessa; e come avviene che io non vi abbia mai amato?
...
.
...
Capitolo 16.
...
.
...
Il momento della morte per me si avvicina, soggiunse la contessa; odo la voce del cielo e rabbrividisco ma la mia morte era necessaria, o signore; dovete pienamente convenirne, necessaria e ve la perdono.
Se sapeste, Alice, replic Edoardo, quanto mi fa pena codesta calma! Preferirei mille fiate la vostra collera... la vostra maledizione. Quand'io penso che il mio fatale amore recide la vostra felice esistenza, domando a me stesso se non fosse mio debito spezzarmi la testa nel muro e procurarmi almeno la gioia di non vedervi morire, morendo prima di voi!
No, sire, vivete, la vostra morte sarebbe un delitto, ch troppe esistenze e l'utile di troppi dipendono dalla vostra vita perch in tal guisa la distruggiate; io non ho pi verun legame sulla terra. O viva o muoia, niuno ne soffrir, ecco perch, i miei ultimi momenti son tanto tranquilli. L'ora delle restituzioni  giunta, monsignore, e fa mestieri vi renda tal cosa che da voi mi venne e che serberete a vostra volta come un mio ricordo.
Alice si avvicin ad una tavola su cui una cassetta d'oro riccamente lavorata ch'ella apr, e d'onde trasse vari gioielli.
Gioielli, guernizioni preziose, vani ornamenti di questo mondo, quanto ora vi disprezzo, voi che mi eravate tanto cari allorch mi facevate bella per colui che amava! Ed Alice gett alla rinfusa sulla tavola le perle e i diamanti de' suoi scrigni, e prosegui a cercare nella cassetta un oggetto che finalmente trov, dal perch mostrando al re un anello di smeraldo gli disse:
Vi ricordate, sire, di questo anello?
S, rispose Edoardo divenuto pensieroso.
E di colui a cui lo consegnaste?
Il re fece un cenno di testa affermativo, perch l'emozione che quella memoria destava in lui, impedivagli parlare.
Povero Guglielmo! mormor la contessa, ei pure mi amava, ed ora dorme nella tomba. La sua ultima parola fu un consiglio. Ei presentito avea che il vostro amore mi sarebbe stato funesto e mi avvert di temervi. Giammai uomo concep amore pi puro del suo; giammai uomo ha sofferto al par di lui all'idea che morendo toglierebbe un appoggio a colei che sino allora avea protetta. E tale era la sua protezione per me che io avea quasi vergogna del mio piacere quando ei stavami d'appresso. Tre uomini, monsignore, mi hanno amato: Guglielmo, il conte, e voi; ho di gi portato disgrazia a due di questi uomini. Guglielmo  morto; chi sa che sia avvenuto del conte? Riprendete quest'anello, sire, e faccia Iddio che vi serva di talismano! Ed ora, mormor Alice che di momento in momento sempre pi s'indeboliva, mi accingo a tornare nel mio oratorio per pregare Dio, poscia aspetter sul mio letto che venga la morte. Allora, sire, se non temete che la vista d'una moribonda vi debba far paura troppo grande, potrete entrare a vedermi per l'ultima volta.
A queste parole, la contessa, vacillante, apr la porta del suo oratorio che appena entrata richiuse.
In quanto ad Edoardo, allorch fu solo, cadde in ginocchio e preg Dio lungamente.
Egli erasi appena alzato quando una delle dame della contessa entr e gli disse che la sua padrona lo aspettava nella propria camera.
Alice, vestita di bianco, era distesa sul suo letto, da cui, per l'aperta finestra, poteva vedere svolgersi l'altro lato del paesaggio che guardava col re pochi momenti prima.
Addio, sire, ella disse, la morte giunge ed io soffro molto.
Difatti, il volto della contessa si contraeva sotto le prime convulsioni dell'agonia.
Edoardo non trovava pi n lagrime n parole.
Ei cadde in ginocchio appo la morente e pos le labbra sulla mano che quella lasciava pendere fuor del letto.
Chi mi avesse detto, mormor la contessa, che morirei s giovine e lungi da colui ch'io amava!
Ah! non mi maledite, signora, diceva Edoardo, dal perch, sieno pur grandi le vostre sofferenze, io soffro ancor pi di voi.
La respirazione d'Alice divenne pi celere, la vita che si dibatteva fece uno sforzo violento, dopo il quale con gli occhi infraliti, il volto orribilmente pallido, la contessa rest in un'immobilit che sarebbesi creduta esser la morte, se non si fosse udito un soffio aneloso schiuderle a mezzo le labbra scolorite.
L'ora che successe fu un'ora dolorosa. Alice ormai soffriva col corpo soltanto; e l'anima di lei svolazzandole ancor sulla bocca, parea ad ogni istante pronta a spiccare il volo verso i cieli.
Il re, oppresso sotto il peso del dolore e delle memorie, era pi cupo e desolato del paziente innanzi a cui il tormentatore prepara gl'istrumenti di tortura.
Alla perfine, Alice pronunzi per l'ultima volta il nome di suo marito, strinse la mano d'Edoardo, come in un ultimo perdono, e spir.
Allora il volto di lei, invece di raggrinzarsi per la morte, perd al contrario le ultime contratture dell'agonia; la sua bocca era semiaperta come un'urna che abbia esalato il suo ultimo profumo, ed il pallore delle guance, unito alla bianca veste da lei indossata, le dava l'aspetto d'una fidanzata morta sul punto di recarsi alle sue sponsalizie. Fu esaudita di certo la sua preghiera, dal perch una perfetta serenit le illuminava il volto. Alice rimanea talmente bella, che detto si sarebbe non esser l'anima di lei risalita al cielo se non come messaggiera. Essa insomma era talmente bella che Edoardo stancar non poteasi di mirarla, e non poteva credere che quella bocca che vista avea a sorrider tante e tante volte riaprir non si dovesse ad un sorriso eterno.
Il sole inondava de' suoi raggi la camera, illuminando il letto candido e virgineo della estinta. Alcuni augelli cantavano al di fuori, come se l'anima di Alice, esalandosi, svegliato avesse il concerto addormentato delle loro voci.
Allora, il re usc da quella camera, scese nel giardino e colse fiori a piene mani. Poscia sal di nuovo.
In entrando nella camera d'Alice, credea quasi che questa avrebbegli parlato. Ma nulla era cangiato, e le foglie degli alberi proseguivano a far tremolare le loro ombre fuggevoli sul volto impassibile della bella defunta.
Il re s'inginocchi di nuovo, e gettando sul letto i fiori test da lui colti, disse:
Alice, donna rara, ricevi questi gigli, men della tua anima candidi e puri; ricevi queste rose men del tuo sorriso soavi e di quell'amore che m'inspirasti e che non volesti corrispondere pur d'uno sguardo; di quell'amore che ha formato la tua infelicit e la mia eterna disperazione.
Poi Edoardo, piegandosi sul letto di Alice, depose un ultimo bacio sulla sua fronte, e avvicinandosi ad un timbro, batt con violenza.
Un valletto comparve.
La contessa di Salisbury  morta, egli disse.
Ed usc dalla camera, lasciando nello stupore tutte le genti del castello.
Il re non volle ripartire senz'assistere ai funerali di quella che egli aveva amato, e rientr in quell'appartamento che occupato avea tante volte allorch il conte abitava ancora il castello.
Il sole, che Alice non dovea pi vedere, disparve dietro l'orizzonte, e siccome ella avea sempre chiesto di riposare sulla collina che dominava il castello, uno de' suoi antichi servitori and a cercare i becchini.
La sera, tre uomini entrarono nel castello.
Il re li ud camminare, e uscendo dalla sua camera, si condusse fino alla porta di quella ove era spirata la contessa.
Alice era stata seppellita, direm cos, ed il suo viso nascosto da' veli bianchi che la coprivano dalla testa ai piedi.
Uno di que' tre uomini entr solo, accennando agli altri che si fossero allontanati.
Allora quegli che rimasto era nella camera della morta, e del quale Edoardo esplorava tutti gli atti, si diresse verso il letto.
Quando vi fu giunto alz il lenzuolo che copriva Alice, ed inginocchiandosi, recit una preghiera, dopo la quale depose un bacio sulla sua fronte.
Onta e maledizione su colui che l'ha uccisa! mormor quell'uomo, pace e perdono alla tua anima, povera martire.
A quella voce, Edoardo si riscosse.
L'uomo volgeva le spalle alla porta, e per conseguenza al personaggio spettatore di quella scena.
Quando colui che era entrato come becchino nel castello ebbe ricoverto il cadavere della contessa, usc dalla camera, ed Edoardo tuttora nascosto, mormor vedendo il viso di costui:
Il conte!!
Il conte, non mica quale l'avea conosciuto il re, ma cupo, mestissimo, co' capelli canuti, le buche nelle gote, la barba lunga e negletta, e irriconoscibile per tutti.
Edoardo si coperse gli occhi, come un uomo che credesi sotto l'impero di un sogno, e quando guard di nuovo lo spettro era sparito.
Allora gli altri becchini entrarono nella camera di Alice.
Il re ve li segu.
Dov' il vostro compagno? ei disse loro,.
Se n' andato, rispose uno di quei due uomini.
E non ritorner?
No.
Chi  costui?  un becchino come voi?
Credo di no.
Allora, come va che vi accompagna?
Da qualche tempo va ronzando per la contrada, ed oggi, quando ha saputo che la contessa era morta,  venuto da me e mi ha chiesto di aiutarmi nel seppellimento. A tal fine mi ha posto alcune monete d'oro in mano, e non ho creduto di dover negarmi al suo desiderio.
Sta bene, disse il re, ed ora dov'?
Non so.
Il re corse alla finestra, ed ai raggi della luna vide un'ombra che usciva dal castello e che, dopo essersi fermata per qualche istante a contemplar l'edificio, spariva in seno alle tenebre.
 propriamente lui, disse Edoardo.
E tutto pensieroso rientr nel suo appartamento.
Nel punto in cui ne varcava la soglia, ud i primi colpi di martello di colui che inchiodava la bara della contessa.
...
.
...
Capitolo 17.
...
.
...
La domane, dall'alba cominciarono i funerali.
Ricordatevi di quelli d'Ofelia nell'Amleto di Shakspeare, ed avrete il quadro del seppellimento d'Alice.
Le spoglie della pia giovane donna furono deposte nel giardino del castello, dal lato che guardava levante.
Poi la tomba, benedetta dalle preghiere, fu covata di fiori e di lagrime.
Edoardo assist a quella dolorosa ceremonia, e quando fu terminata, ripart per alla volta di Londra.
Non abbiam d'uopo di descrivere ci che internamente ei provava.
Perci, sentendosi egli il bisogno di far diversione al suo dolore, la sua prima parola giunto a Londra fu:
Partiamo.
Edoardo era stato esatto alla posta da lui data. Il d di s. Giovan Battista, si pose in cammino dopo aver preso commiato dalla regina, povera donna la quale, posta fra gli amori e le conquiste del marito, sembra sempre da lui obbliata.
Ei l'affid alla custodia del conte di Kent, suo cugino, e stabil come custodi del suo reame i signori di Percy e di Neuville, unitamente all'arcivescovo di Cantorbery, e quello d'York, i quali formavano probabilmente il consiglio del principe Leonello, cui suo padre avea dato, sin dal 25 giugno, la custodia di tutto il reame.
Nondimeno, di qualunque importanza fosse questa spedizione, rimasero in paese, dice Froissart, buone genti abbastanza per guardarlo e difenderlo ov'uopo il chiedesse.
Il re part per alla volta di Hantonne come aveva convenuto, ed aspett il vento favorevole affine di mettersi in mare.
Dovette, d'altronde esser mirabile a vedersi la partenza di quella flotta che andava, qual nube di avoltoi, a piombare sulle coste di Francia.
Infatti, se creder dssi a Froissart, il quale  accusato di far ascendere le forze del re al disopra di quel che erano, il re con esso lui conduceva seimila Irlandesi, dodicimila Gallesi, quattromila uomini d'arme e diecimila arcieri; ma Nighton afferma, senza per poterlo fissare, che il numero degli uomini che accompagnavano il re era molto superiore a quello da noi indicato; costui conta mille dugento grandi bastimenti per trasportare l'armata di Edoardo, e seicento piccoli destinati a portare le provvigioni.
Il 2 luglio, il re s'imbarc.
Il principe di Galles e ser Gottifredo di Harcourt entrarono nello stesso vascello del re.
Venivano poi il conte di Herfort, il conte di Norenton, il conte di Arundel, il conte di Cornovaglia, il conte di Warwick, il conte di Hortidonne, il conte di Suffolk, il conte d'Askesuffort.
I baroni erano:
Messer Gianni di Mortimer, che fu dappoi conte della Marca.
Messer Gianni, messer Luigi, messer Royers di Beauchamps; messer Regnault di Cobehen, messer di Montbray; il sere di Ros, il sere di Lussy, il sere di Felleton, il sere di Brasseton, il sere di Mulleton, il sere della Ware, il sere di Manne, il sere di Basset, il sere di Bercler, il sere di Wibbi ed altri molti.
Aggiungete a questi i baccellieri Giovanni Chandos, Guglielmo Fitz-Varrine, Pietro e Giacomo Daudle, Ruggero di Wettvale, Bartolommeo di Brais, Riccardo di Penbruse.
Di stranieri eranvi soltanto messer Oulphart di Ghistel ed alcuni cavalieri d'Alemagna i cui nomi non sono giunti sino a noi.
Il re appariva di continuo pensieroso, e la notte, passeggiava con gli occhi fisi nell'orizzonte che lasciavasi addietro, e che, tetro al par del suo dolore, nol consolava punto del suo pensiero.
Allora Gottifredo di Harcourt, il quale non sapeva ci che preoccupasse il re e temeva come quella tristezza procedesse dai timori della riuscita di quel consiglio che gli aveva dato, gli si appress dicendo:
Siate tranquillo, sire; il paese di Normandia  uno de' pi belli del mondo e vi prometto, sulla mia testa, che vi sbarcherete senza ostacolo veruno. Da quelli che verranno a voi, nulla avrete a temere, perch son combattenti che non trattarono mai armi, ed in quanto al fiore della cavalleria normanna, trovasi in questo momento col suo duca davanti Aiguillon. Col rinverrete citt considerabili e buoni poderi, ove la vostra gente si trover cos bene che, dopo venti anni, se ne risentiranno ancora.
Son sicuro, messere, rispose il re, che mi avete dato un buon consiglio, e perci non  mica l'avvenire che mi fa pensieroso ma sibbene il passato. Possa Iddio mandarmi sufficiente gloria e fatiche per iscancellare dalla mia memoria un giorno la cui data mi abbrucia il pensiero.
E s dicendo Edoardo ricadde in s profonda meditazione che, n Gottifredo di Harcourt, n lo stesso principe di Galles ebbero ardire di scuoternelo.
Frattanto cominciavano a farsi vedere lontane lontane le coste di Normandia e rammentarono ad Edoardo che esso aveva una gran missione da compiere, e che rispondendo della vita di quelli che teneva al suo seguito, dovea gettare un velo fra lui ed il passato, e pi non occuparsi che della salvezza de' suoi compagni e del buon esito dei suoi divisamenti.
Allora, era tale la potenza di quell'uomo sopra a s stesso, che, sin da questo momento ritorna ad essere quell'Edoardo terzo che abbiamo conosciuto, e sembra aver rinunziato alla vita ed alle impressioni dell'uomo.
Come l'aquila del Nord, ei porta un blasone nel posto del cuore.
Infatti, non vuole affidare ad altri la direzione del suo vascello, e se ne fa egli stesso ammiraglio.
Sembra che il cielo lo protegga, dal perch approda senz'ostacolo il 12 luglio alla Hogue-Saint-Wast.
Il re di Francia avea gi sentito dire che Edoardo terzo levava un grande esercito, ed era stato informato che il re d'Inghilterra erasi imbarcato. Ma compiutamente ignorava lo scopo di quella spedizione, n avea nemmen per ombra sospettato quanto allora succedeva.
Niuna precauzione era stata presa, dimodoch gli abitanti del Cotentin, spaventati di quanto vedevano, mandarono messaggieri a Filippo sesto, i quali corsero a spron battuto a Parigi. Non appena Filippo seppe che gl'Inglesi aveano preso terra in Normandia, fece chiamare il conestabile conte di Ghines, ed il conte di Tancarville, giunti di fresco da Aiguillon, e disse loro di recarsi al pi presto davanti la citt di Caen e di difenderla contro gl'Inglesi.
Quei che il re avea chiamati accettarono con gioia la loro missione e tanto cavalcarono finch vennero nella citt di Caen, ove vennero ricevuti come salvatori dai borghesi e da quelli che ne' sue mura avean cercato rifugio.
Fecero armare tutti quelli che vi si trovavano e si stette aspettando. Quando il re sbarc a Hogue, nel momento in cui andava a metter pie' a terra, sdrucciol e cadde cos malamente che il sangue gli usc dal naso. Allora, i cavalieri che lo circondavano gli si avvicinarono dicendogli:
Caro sire, ritiratevi sul vostro vascello, e non mettete piede a terra per tutto il giorno, questa caduta  un cattivo augurio per voi.
Ma il re subito rispose, tergendosi il volto e sorridendo:
Vedete bene, anzi, che la terra mi tira a s.
Tutti si rallegrarono di quella risposta e dell'interpretazione data dal re a quell'incidente.
Allora gl'Inglesi non si occuparono d'altro che di scaricare i navil e condurre a terra i cavalli e gli equipaggi.
Quindi il re, dopo aver fatto marescialli Gottifredo di Harcourt ed il conte di Warwick, dopo aver fatto conestabile il conte di Arundel, ordin al conte di Hostidonne di restarsene sul suo navilio con cento uomini d'arme e quattrocento arcieri. 
Dopo di che adunaronsi per deliberare in qual guisa l'esercito dovrebbe scorrere il paese.
Venne deciso che i due nuovi marescialli ed il conestabile ordinerebbero i loro soldati in tre corpi, uno de' quali seguirebbe la riva del mare a destra, e l'altro a sinistra, mentre il re ed il principe andrebbero per terra nel mezzo. Tutte le notti i corpi d'armata de' marescialli dovevano ritirarsi all'alloggiamento del re.
Partirono dunque come era stato disposto; il conte di Hostidonne prendendo tutti i bastimenti, piccoli e grandi che incontrava, e con esso lui conducendoli; gli arcieri ed i fanti devastando ed incendiando tutto quanto trovavano sul loro passaggio.
Cos giunsero al porto di Harfleur, i cui abitanti se ne fuggirono all'avvicinarsi degl'Inglesi, lasciando gran quantit d'oro, d'argento e di pietre preziose.
L'esercito sempre avanzava, piuttosto come un incendio che come un esercito;  per tal modo che Scerburgo, Monburgo, e Valognes vennero saccomannate e distrutte, non che altre citt di cui troppo lunga riuscirebbe l'enumerazione.
In quel frattempo una parte dell'esercito erasi imbarcata, n venne a terra se non in faccia alla citt di Carentan, che si arrese dopo un assedio di breve durata, e sulla promessa ricevuta dagl'Inglesi che salva avrebbero i suoi la vita.
Quando gl'Inglesi ebbero preso possesso di Carentan, vedendo che non potevano lasciare guarnigione nella citt, la incendiarono, con esso loro menando gli abitanti che eransi resi, e che unironsi su i vascelli inglesi a quelli di Harfleur, a' quali era mancato il tempo di poter porsi in salvo e che gl'Inglesi aveano istessamente con esso loro condotti.
Quando il re d'Inghilterra ebbe inviato i suoi marescialli, il conte di Warwick e messer Ruggiero di Cobehen, come test abbiam veduto, part dalla Hogue-Saint-Wast, e nomin Gottifredo di Harcourt supremo duce delle armi. E bene a ragione, perocch Gottifredo di Harcourt era meglio di chicchessia al fatto delle entrate e uscite di Normandia; e poi, al pari di Roberto d'Artois, aveva da vendicarsi di Filippo sesto, e niuno pi di lui sapeva da qual lato la Francia potesse meglio venire assalita.
Part dunque come maresciallo di battaglia del re, con cinquecento armature di ferro e dugento arcieri. In questa guisa saccheggi costui ed arse un'estensione di terreno meglio di sette leghe, conducendo al campo di Edoardo, cavalli e magnifici branchi di buoi di cui s'impossessava, ma non potendo portargli quelle incalcolabili ricchezze che i soldati prendevano e serbavano per loro.
Gotifredo di Harcourt ritornava pertanto tutte le sere, l dove sapeva che dovesse alloggiare il re, e quando stava due giorni senza ritornare, da ci dipendeva che il paese era ricco ed il predamento pi lungo.
Frattanto il re volgeva verso San L nel Cotentino, ma prima di giungervi, si accamp sul fiume della Vire, quelli aspettando che seguivano la riva del mare, ed a' quali riunirsi voleva affine di poi continuare la sua marcia.
...
.
...
Capitolo 18.
...
.
...
Eccoci entrati adesso in quella serie di avvenimenti e di disfatte che sembravano dovere esaurir la Francia ed assoggettarla definitivamente all'Inghilterra. Ma, come in altro libro abbiam di gi detto, a proposito della lotta incessante di queste due potenze che, da cinque secoli, combattono corpo a corpo, l'abbiam detto, e non sarebbe mai troppo il ripeterlo: d'onde procede quel flusso che da cinquecent'anni porta Albione appo la Francia, e la riconduce mai sempre appo lei, in casa propria? Non sarebbe gi, che nell'equilibrio de' mondi essa rappresentasse la forza e Francia il pensiero?
Altravolta, a' due lati del Mediterraneo, esistevano due popoli personificati in due citt, le quali si guardavano come da' due lati dell'Oceano si guardano Albione e Francia. Queste due citt erano Roma e Cartagine. In quell'epoca, agli occhi del mondo, non rappresentavano che due idee materiali: una il commercio, l'altra l'agricoltura; una l'aratro, l'altro il vascello.
Dopo una lotta di due secoli, dopo Trebbia, Canne e Trasimeno, codesti Crecy, codesti Poitiers, codesti Waterloo dell'antica Roma, Cartagine venne annientata a Zama e l'aratro pass sulla citt di Didone, ed il sale fu seminato nei solchi tracciati dal vomero, e le infernali maledizioni furono imprecate sulla testa di chiunque avesse tentato di riedificare ci che era stato distrutto.
Perch fu Cartagine e non Roma quella che cadde? Forse perch Scipione fu pi grande di Annibale? No, come a Waterloo il vincitore scomparve intieramente nell'ombra del vinto.
No; perch il pensiero era con Roma; perch Roma portava ne' fecondi suoi fianchi la parola di Cristo, la civilizzazione, cio, del mondo. Perch Roma era un faro tanto necessario a' secoli passati quanto  la Francia a' secoli futuri. Ecco perch la Francia si  rialzata da' campi di battaglia di Crcy, d'Azincourt, di Poitiers e di Waterloo.
Ecco perch la Francia non  stata inghiottita ad Aboukir ed a Trafalgar. Perch la Francia cattolica  Roma; perch Albione riformata altro non  che Cartagine. Essa potr scomparire dalla superficie del mondo, e la met del mondo su cui pesa batter le mani.
Se la luce la quale brilla nelle mani della Francia, ora torcia, ora face, si estingua, grandi saranno le tenebre. Ne si perdoni la digressione; noi riprendiamo il racconto de' passati avvenimenti.
Quando il re di Francia venne fatto consapevole di qual guisa gl'Inglesi saccheggiavano e bruciavano il suo bel paese di Normandia, ed Edoardo era giunto fino a Cotentin, giur che, gl'Inglesi non se ne tornerebbero indietro senz'essere stati battuti, e senz'aver pagato a caro prezzo le molestie che gli cagionavano.
Scrisse ei dunque senza por tempo in mezzo a tutti quelli che chiamar poteva in proprio soccorso. Da ci avvenne che si rivolse al re di Boemia ch'ei molto amava e da cui molto era amato, ed a messer Carlo di Boemia figlio di cotestui, che gi intitolavasi re d'Alemagna, ed inquartati avea i suoi stemmi colle armi dell'impero.
Il re di Francia li pregava con tanta istanza per quanto sapeva e poteva di venir a seco unirsi affine di marciare avverso agl'Inglesi i quali devastavano il suo paese.
I due primi arrivarono una con la gente d'arme che aveano adunata.
Poscia giunsero a soccorso del re il conte di Saume, il conte di Fiandra, il conte Guglielmo di Namur e messer Giovanni d'Analto, la cui figlia tolta avea Luigi di Blois in moglie.
Ma, durante il tempo che questi facea bandi e che tutti que' che intendevano soccorrerlo levavano il loro esercito, Edoardo non ristava dalla sua conquista in tutto il paese di Cotentin e di Normandia.
Ora, il re Edoardo cavalcava a piccole giornate, perch cos ricco era il paese che incresciuto sarebbegli lasciare indietro qualche cosa, sibbene che progredendo poco, ei tuttavia molto prendeva.
Lo sbalordimento ed il terrore di que' del paese era cosa strana a vedersi, dal perch avendo sino a quel giorno ignorato ci che significassero le parole di guerra e di battaglia, non guardavano a difendersi, e si ponevano in salvo, abbandonando ai nemici i loro campi pieni di ogni ben di Dio.
In siffatta guisa Saint-L, piccola citt di otto o novemila anime, venne presa e saccomannata.
Non avvi anima viva, dice il nostro storico prediletto Froissart, che possa credere e neppur immaginarsi la gran roba che fu col guadagnata dagl'Inglesi, e la sterminata quantit di panni che vi trovarono.
Sventuratamente non sapevano a chi vendere il bottino, talch tutte quelle ricchezze andavano perdute per gl'invasi senza esser di niun profitto per gl'invasori.
Fraditanto Edoardo avvicinavasi alla citt di Caen che non era disposta ad arrendersi come le altre.
Oltre che vi stava a guardia un prode ed ardito cavaliere normanno, chiamato Roberto di Varigny, ci rammentiamo che Filippo sesto avea mandato per difenderla i conti di Ghines e di Tancarville.
Caen era a quell'epoca una delle grandi citt di Francia; ricca di commercio e di mercatanzie, piena di nobili dame e di belle chiese.
Eranvi precipuamente due grosse badie dell'ordine di S. Benedetto, una di uomini, l'altra di donne, ed occupavano ciascuna uno de' capi della citt.
La fortezza, con la sua guarnigione di tremila Genovesi era una delle belle ed inespugnabili fortezze di Normandia.
Finalmente la citt era degna sotto tutti gli aspetti di eccitare la cupidigia di Edoardo il quale, per essa, avea disdegnato Coutances.
Il re d'Inghilterra pose gli alloggi alla distanza di due piccole leghe da Caen, il che vedendosi dal conestabile e dagli altri signori che stavano raunati nelle sue mura, unironsi dopo essersi anticipatamente armati, in un con tutti i borghesi della citt all'uopo di sapere come si sosterrebbero.
Il risultato della deliberazione si fu che niuno abbandonasse la citt, e che signori e borghesi, nobili e plebei, starebbero a guardia delle porte, del ponte e del fiume, il quale, da una parte, costituiva l'unico baluardo della citt; risposero che non soltanto non aspetterebbero i nemici ma che andrebbero ad essi incontro.
Sia fatta la volont di Dio!, sclam il conestabile, e vi giuro che non combatterete senza me e la mia gente.
Uscirono dunque dalla citt in ordine abbastanza buono e tutti pronti a risicar la vita; ma tutti que' borghesi, i quali, alcuni istanti prima si mostravano tanto risoluti, come se Dio ad un tratto avesse ritirato lo sguardo da quei che per un momento, poco innanzi, avea esaltato, appena ravvisarono lentamente incedere l'armata inglese, il loro coraggio svan.
Quelle battaglie che pi ristrette delle spighe marciavano con bandiere e pennoni spiegati, rassomigliavano ad una di quelle maree viventi cui nulla pu resistere. Allorch que' di Caen videro quegl'impassibili arcieri avvicinarsi a loro come un muro di bronzo, ne furono talmente impaurati che si diedero a fuggire, e se per trattenerli, si fosse posto dietro loro il doppio de' nemici, sarebbe stata inutil opra.
Rientr ognuno nella citt, senza curarsi se diverso potesse essere l'intendimento del conestabile; ma siccome tutti volevano entrare pei primi, ve n'ebbe un gran numero di gettati a terra ed uccisi alla porta della citt.
Ci scorgendo il conestabile di Francia, il conte di Tancarville, ed altri cavalieri puranche, si posero al coperto all'entrata del ponte, perch aveano sin dalla bella prima compreso, vedendo fuggire la loro gente, che nulla pi rimaneva loro ormai a sperare. E invero, gl'Inglesi erano gi entrati, e trucidavano senza misericordia tutti quelli che si trovavano sul loro passaggio.
Molti corsero a rifugiarsi nella fortezza ove furono raggranellati da ser Roberto di Vasigny, e fu bene per loro, dal perch la fortezza era ben provveduta e ben difesa.
Fraditanto il conestabile di Francia ed il conte di Tancarville vedevano dalla porta ove stavano nascosti il massacro de' loro compagni cui lor dato non era poter difendere. Gl'Inglesi andavano innanzi con siffatta rapidit che il conestabile ed il conte presentirono che stava ad essi preparata una sorte eguale.
Son curioso di vedere, diceva ridendo il conte di Tancarville, con qual mezzo il cielo ne torr d'impaccio.
Tutto ci che so io, rispose il conestabile, si  che e' non potranno venir facilmente a capo con noi come con tutta la gentaglia che pocanzi abbiam veduto a scappare.
In ogni caso, rispose il conte, siccome non sappiamo quanto pu accadere, diamci la mano, messere, e se uno di noi due se la scampa, questi almeno possa dire che ha veduto morire l'altro qual debbe un prode.
I due uomini si abbracciarono ed aspettarono. Alcuni istanti dopo, il conte di Tancarville considerava attentamente alcuni cavalieri i quali venivano dalla sua parte. E siccome ardente era il sole e lo abbarbagliava, si pose la mano sopra gli occhi, affine di farsi ombra e distinguere pi sicuramente.
Che mai state guardando a codesto modo? domand il conestabile volgendosi al sire di Tancarville.
Guardo, rispose l'altro, lo spediente che il cielo pone in uso per salvarci.
Che cosa volete dire?
Vo' dire che, o io prendo uno sbaglio madornale o vedremo altre battaglie che questa, poich scorgo venir verso noi uno de' miei antichi conoscenti, il quale non sar pi dispiacente d'incontrarmi di quel ch'io nol sia vederlo in questo momento.
In quel frattempo, la piccola truppa di cui abbiam parlato pocanzi, si era sempre pi inoltrata, talch era di gi facile distinguere i volti di que' che la componevano.
Allora il conte abbass la mano dicendo al conestabile:
 proprio desso!
Chi? domand il sire di Ghines.
Vedete per certo quell'uomo l che marcia innanzi agli altri sei?
Mades; quello con un occhio solo?
Appunto.
E cos?
 messer Tommaso di Holland.
E chi  questo messer Tommaso di Holland?
Altre volte non era altro che un compagno, ma adesso  un amico.
E siccome quegli cui additato avea il conte di Tancarville si trovava omai in tal vicinanza da udir facilmente parole a lui dirette, il conte gli domand:
Siete propriamente voi, messer Tommaso?
S, rispose il cavaliere.
Siete propriamente quel sire di Holland che altra volta viaggi in Ispagna ed in Prussia?
Quello propriamente son io.
Vi ricordate di un certo conte di Tancarville che videvi col ed accompagnossi con esso voi?
Il conte di Tancarville era un bravo cavaliere, ripigli messer Tommaso, e ne ho serbato buona memoria; che n' stato di lui?
 quello che di presente vi parla, e che in contraccambio della buona compagnia che gli faceste, e della buona rimembranza che avete di lui serbata, vuol oggi farvi concludere un buon affare.
Parlate, messere replic il sire di Holland, ma vi avverto che il mio maggior desiderio quello si  di esservi accetto, anzich conchiudere un affare per quanto esser potesse profittevole.
Ebbene! messere, avrete questa doppia soddisfazione, dal perch ecco il conte di Ghines, che, dal giorno in cui sar vostro prigioniero, varr per fermo un cinquantamila montoni d'oro, il quale, al par di me, si accinge ad arrendersi a voi, ma ad un patto; e questo patto si  che ritorniate addietro e facciate cessare l'orribile massacro che laggi si fa di presente.
Ah! qual felice avventura! sclam ser Tommaso; centomila montoni d'oro ed il piacer di far cosa grata a due bravi cavalieri non si trovan mica tutti i giorni. Aspettatemi, signori miei, un momentino, dal perch voglio che atteniate la vostra parola sol quando avr mantenuta la mia.
E ci dicendo, messer Tommaso di Holland ritornavasene nelle strade e annunziando la cattura da lui test fatta, sed l'ira soldatesca e fece cessare il macello. Quando ritorn, gli si arresero i due conti e venticinque cavalieri.
...
.
...
Capitolo 19.
...
.
...
Merc la capitolazione che abbiam raccontata, il sire di Holland con alquanti cavalieri d'Inghilterra entrarono nella citt; ma il possesso di questa cost loro qualche cosa, dal perch, gli abitanti, saliti su i tetti delle case, proseguivano ad accanitamente difendersi qual se riconosciuto non avessero la resa stipulata dai due conti.
Invasi dalla rabbia della disperazione gettavano costoro pietre, tavole, e suppellettili su i nemici, s che ne uccisero pi di cinquecento, della qual cosa il re d'Inghilterra fu corrucciato talmente la sera, quando ne venne a cognizione, che di ordine che il giorno vegnente la citt fosse bruciata e gli abitanti passati tutti a fil di spada.
Ma ser Gottifredo che di tempo in tempo sembrava ricordarsi d'esser Francese, disse al re:
Caro sire, vogliate calmare alquanto la vostra collera: avete tuttora molta strada da fare prima di giungere a Calais ove  vostro intendimento recarvi. Anche in quella citt havvi gran quantit di abitanti che si difenderanno nelle loro case come si son difesi oggi questi borghesi, e perderete molta truppa prima di averne avuto soddisfazione. Conservate dunque i vostri uomini che vi saranno tanto utili fra un mese, dappoich credo impossibile che il re di Francia, vedendo come devastate il suo paese, non venga a combattervi. In quanto a me, soggiunse Gottifredo, vi prometto di farvi signore e padrone di questa citt, senza che si sparga una goccia di sangue.
Ser Gottifredo, disse Edoardo il quale subito comprese la verit di ci che il conte diceagli, voi siete nostro maresciallo; fate adunque quanto vi piacer, ch questa volta specialmente non vo' impicciarmi per nulla in ci che farete.
Allora messer Gottifredo di Harcourt fece girar la sua bandiera di strada in istrada, e comand in nome del re che nessuno fosse cotanto ardito di appiccar fuoco, uccider uomo o compiere qualsiasi altro eccesso.
Quando quei di Caen udirono quella proposizione cominciarono a tranquillarsi ed accolsero anche alcuni Inglesi nelle proprie case. Alcuni aprirono financo i loro scrigni, abbandonando ai vincitori tutto ci che possedevano sulla promessa che avrebbero salva la vita.
"Non pertanto; soggiunge Froissart, nostra eterna guida nel laberinto di quell'epoca, non pertanto, n ci, n il bando del re e del maresciallo, impedirono in Caen molti crudeli omicidi e saccheggiamenti, furti, incend e latrocin. Imperocch non potea darsi che in tanta soldatesca cui conduceva il re d'Inghilterra non vi fossero turpi giovani, e malfattori molti e gente di poca coscienza."
Gl'Inglesi, padroni della citt, vi soggiornarono tre giorni ne' quali guadagnarono e tante ricchezze acquistarono che sarebbe meraviglia a dirsi.
Durante tal tempo fecero il loro piano e regolarono lor bisogna, dopo aver mandato ne' battelli ad Austrehem, ove trovavansi i loro grandi vascelli, i panni, le gioie, il vasellame d'oro e d'argento, e tutte finalmente le cose delle quali eransi impossessati.
Poscia, per maggior sicurezza, decisero che il navilio che racchiudeva il bottino non che i prigionieri sarebbe inviato in Inghilterra. Per conseguenza, il conte di Hostidonne cui dieronsi dugent'uomini d'arme e quattrocento arcieri fu nominato comandante di quel navilio.
Fra i prigionieri trovavansi messer di Ghines e messer di Tancarville che il re avea riscattati da sir Tommaso Holland mediante il pagamento fatto da lui al detto sere di Holland di 20,000 nobili della rosa.
"Part dunque il vascello, conducendo pi di sessanta cavalieri, pi di trecento ricchi cittadini, e, (continua il cronicista) gran copia di saluti e cortesie a sua moglie, la gentil regina d'Inghilterra, madama Filippa. "
Durante questo tempo, il Papa venne negli affari de' due re. Infatti i legati del Pontefice aveano intavolato un negoziato di pace, e a nome di Filippo di Valois, eransi affrettati a proporre ad Edoardo il ducato d'Aquitania che sarebbe da esso re d'Inghilterra posseduto come posseduto lo avea suo padre. Ma Edoardo, secondando il provvidenzial destino che lo spingea, rigett ogni proposizione, e continu ad inoltrarsi, dovunque portando il ferro ed il fuoco. Per tal modo arriv a Louviers, di cui agevolmente si rend padrone, perch la citt non era nemmeno chiusa. Saccomannata la citt, entrarono gl'Inglesi nella contea d'Evreux cui tutta posero a fiamma tranne le fortezze; ed il re, proseguendo ad oprare giusta il consiglio di Gottifredo d'Harcourt, non assal veruna citt chiusa n alcuna piazza forte, affine di conservare i suoi combattenti e la sua artiglieria.
Avvicinandosi a Rouen, il re con tutto il suo esercito s'imbarc sulla Senna, ma si diresse per alla volta di Verneuil e non di Rouen, dal perch questa citt abbondava di genti d'arme che a capitano aveano il sere di Harcourt fratello di ser Gottifredo.
Dopo aver ridotto in cenere Verneuil e tutto il paese circostante a Rouen, Edoardo giunse a Pont-de-l'Arche ove il re di Francia venne a raggiungerlo e offrirgli battaglia. Ma il re d'Inghilterra non l'accett, aggiungendo che per un voto da lui fatto, l'accetterebbe soltanto sotto le mura di Parigi.
Filippo rientra allora nella sua capitale, pone stanza nella badia di S. Germano de' Prati, ed attende.
Se ci dilunghiamo su i minuti ragguagli di questa spedizione, ne accordi venia il lettore, perch ne sembra esservi e per lui e per noi un vero interesse nel seguire a passo a passo l'usurpazione di quello strano conquisto.
Infatti, un'invasione simile si renderebbe oggid tanto impossibile che ne fa d'uopo l'unanimit de' cronicisti per credere a quella del 1346.
Povera Francia! torniamo a quell'epoca sventurata col pensiero: compiangiamola, ben lo merita!
Quando seguesi Filippo sesto in tutta quella campagna, destan sorpresa in noi quelle sue perpetue esitazioni, che vanno ad aver termine a Crcy con quella improvvisa risoluzione che gli fa perdere irremissibilmente la battaglia. Gl'Inglesi non trovano nemmeno una lotta d'un istante sul loro passaggio. Pi di sovente il tradimento viene ad essi incontro; essi inoltransi come un torrente straripato, qual se il Signore stesso avesse tracciato la strada, e come se fossero piuttosto gli strumenti dell'ira sua, che non dell'ambizione del loro re. Cos Edoardo, lasciandosi alle spalle Pont-de-l'Arche, giunge a Mantes, traversa Meulan, incendia Mureaux e si ferma davanti Poissy, il settimo giorno del mese d'agosto dell'anno 1346. Ma a Poissy, il ponte era disfatto, ed il re di Francia inseguiva Edoardo dall'altra parte del fiume, cosicch in molti siti l'armata dell'uno poteva vedere l'armata dell'altro. Il re d'Inghilterra rest sei giorni a Poissy e suo figlio a S. Germano in Laye. In questo frattempo alcuni soldati inglesi incendiavano le citt circostanti fino a Saint-Cloud, talmente che que' di Parigi poteano vederne il fuoco ed il fumo.
Ci nonostante Rueil venne risparmiata ed il cronicista dice che and tal citt esente dall'eccidio per miracolo di S. Dionigi.
Ma ci che ridondava a gran disonore della Francia e nello stesso tempo provava il tradimento, si  che il re d'Inghilterra e suo figlio abitavano precisamente ne' luoghi de' quali i re di Francia e lo stesso Filippo sesto aveano fin allora fatto le loro residenze predilette.
Neppur uno de' nobili di Francia tent scacciare Edoardo il quale per sei giorni abit le case, dorm nel letto e bevette il vino del suo augusto avversario.
Ma ci che sembrer anche pi curioso, si  che i nobili facevano affondare i battelli e rompere i ponti in tutti i luoghi d'onde transitato avea il re d'Inghilterra.
Intanto Filippo avea abbandonato S. Germano de' Prati, ed il d prima dell'Assunzione s'era recato a S. Dionigi.
Giunto col il re di Francia, un uomo gli si present innanzi, dicendo di aver notizie da dargli sul nemico; costui era un villano de' contorni di Poissy.
Sire, il re Edoardo d'Inghilterra  davanti la citt di Poissy, disse il villano.
Lo so, Filippo rispose.
Ma ci che forse non sapete, sire, prosegu quell'uomo, si  che bisogna rifare in fretta il ponte che  stato demolito.
E chi ti ha detto ci! chiese il re.
L'ho veduto io stesso, sire.
Quest'uomo o mentisce o  pazzo, dissero ad alta voce que' che avvicinavano Filippo, a meno che non sia una spia del re Edoardo.
Giuro, esclam il villano, stendendo la mano, che ci che ho detto  vero, e chieggo di esser condotto a morte se ho mentito.
Allora fu provato quel passo del Vangelo:
"Il povero ha parlato e gli si  detto: chi sei tu? e tutti si son beffati di lui. Il ricco ha parlato anch'esso, e ciascuno si  taciuto per rispetto e niuno ha dubitato."
Quanto detto avea il villano de' contorni di Poissy era vero, ed al par del povero della scrittura venne schernito da coloro che lo aveano udito. Nulladimeno, si conferm ci che venuto era ad annunziare quel contadino, ed il re mand al ponte di Poissy il popolo di Amiens, affin d'impedire i lavori degl'inglesi. Ma fu impresa vana. Nel venerd, giorno susseguente all'Assunzione, il re d'Inghilterra, dopo aver messo il fuoco al palazzo del re a Poissy, travers il ponte che fatto avea costruire, ad armi scoperte e stendardi spiegati al vento.
Marci in tal guisa fino a S. Germano. Col arrivato, accamp sopra un'eminenza da cui scoprivasi Parigi e riunendo a s d'intorno i principali cavalieri della sua armata:
Signori, disse loro additando i campanili di S. Dionigi in quel momento rischiarati dal sole, e le cui bianche cime spiccavano vigorosamente sull'orizzonte; un giorno feci il voto di accampare in vista del campanile di S. Dionigi. Al vostro ritorno in Inghilterra potrete dire che il re ha compiuto il suo voto.
Tutti rinnovarono il giuramento di fedelt ad Edoardo, ed esso rimasto solo, lasci vagare il suo pensiero su quelli che aveano fatto voti nello stesso tempo di lui.
Mio Dio! egli disse, avete dunque male accolto tutti que' voti, cosicch punite quei che li pronunziarono? Niuno fra quelli che sedevano alla mia mensa in quel giorno, niuno oggi mi  accanto. L'esiglio, il dolore o la guerra li han colti! Il mio povero Guglielmo di Montaigu  stato ucciso da Douglas. Gualtiero di Mauny arrischia tutti i giorni la propria vita per me e chi sa s'egli non  gi morto. Roberto d'Artois mi spir tra le braccia. Giovanni d'Analto mi abbandon pel re di Francia. Salisbury  scomparso Alice  morta! Sola la regina d'Inghilterra ha felicemente compiuto il suo voto, il solo che mi avesse fatto rabbrividire in mezzo a tutti gli altri pronunziati in quel banchetto. Mio Dio! Possiate preservarla da ogni sciagura e scagliar su me solo le vostre maledizioni e la vostra collera! Possiate nel giorno del giudizio supremo perdonarmi tutto il sangue e tutte le lagrime che avr fatto spargere per il compimento di un voto il quale altro non era che la vendetta di un uomo!
...
.
...
Capitolo 20.
...
.
...
Fraditanto, re Filippo sesto il quale cominciava ad inquietarsi seriamente della vicinanza d'Edoardo, abbandon Parigi, ove era ritornato dietro la notizia della ritirata del re d'Inghilterra.
Per conseguenza fece dire a Giovanni di Boemia, al duca di Lorena, al conte di Fiandra, al conte di Blois, a tutti i baroni e cavalieri suoi di attenderlo a S. Dionigi, d'onde partirebbe una con esso loro affine d'inseguire il re d'Inghilterra.
Allora, per cavalcar pi liberamente, fece abbattere tutti gli appoggi esterni delle case, e cos spaventata fu la popolazione di Parigi della partenza del re che gli and incontro nelle strade e gettandosegli alle ginocchia, gli disse:
Ah! caro sire e nobile re, che andate a fare? Volete abbandonare la vostra citt di Parigi? Pensate che i nemici sono appena due leghe da qui distanti e che, assente voi, se vengono sino in questa citt, non avremo veruno che ne difenda. Restate dunque, sire, ed aiutateci a custodire la vostra buona citt.
Buona gente, il re rispose, non temete verun danno, io vado fino a S. Dionigi, a raggiunger col i miei uomini d'arme affine di marciare contro gl'Inglesi. In quanto al nemico, siate tranquilli, non verr sino a voi.
In questo tempo, il re d'Inghilterra, come se non avesse avuto di mira che l'adempimento del suo voto, e compiuto alla perfine questo voto non avesse ad altro pensato che a ritornare indietro, cess di marciare alla volta di Parigi e lasciando ser Gottifredo di Harcourt formare l'antiguardo della sua oste con cinquecento fanti e milledugento arcieri, cavalc da altra parte e s'incammin verso la Piccardia.
Ora avvenne che ser Gottifredo incontr una grande quantit di cittadini d'Amiens a piedi ed a cavallo, che accorrevano al bando del re Filippo. Eran costoro tutti bene armati e di pi comandati da quattro valorosi capitani del paese d'Amiens.
Gl'Inglesi li assalirono, e la lotta fu lunga, ma come sempre, gl'Inglesi riportarono vittoria e rimasero padroni del campo di battaglia, su cui giacevano milledugento cadaveri, tanto Inglesi che Francesi.
Dal canto suo, il re era penetrato in quello di Beauvoisis e preso avea stanza nella bella e ricca badia di S. Luciano, presso Beauvais. Ma alloggi ivi una notte soltanto. Quando alla domane si rimise in marcia, aveva appena fatto un migliaio di passi, gli sembr come se un grande incendio fosse scoppiato dietro di lui; si volse indietro e vide la badia in fiamme.
Allora ritorn indietro, e siccome aveva proibito, sotto pena della forca, che nessuno violasse chiese o badie, fece arrestare que' de' suoi soldati che aveano dato fuoco alla badia di S. Luciano.
Poscia, siccome era sollecito di dare un esempio di sua giustizia, e poich non volea che nel compimento del suo voto venisse commesso un sol sacrilegio che potesse distruggerne l'effetto, fece portare delle corde e mand a chiamare un monaco della incendiata badia.
Padre mio, gli disse, ventidue uomini son vicini a morte i quali han d'uopo del vostro ministero; debbono morire perch hanno violato l'asilo de' servi di Dio. E cos morranno tutti quelli i quali trover in atto di offendere il Signore sul mio passaggio.
Il re si allontan lasciando i colpevoli fra il confessore ed il carnefice. Un'ora dopo l'abbazia intiera era preda delle fiamme, e ventidue cadaveri appesi agli alberi staccavansi come altrettante ombre nere e sinistre sull'infiammato orizzonte.
L'armata del re d'Inghilterra prese silenziosamente la sua strada, e la sera istessa Edoardo se ne and ad alloggiare in un borgo del Beauvoisis, detto Mellis, dopo esser passato di fianco alla citt di Beauvais, cui per non istancare senza ragione le sue genti, non volle assalire.
Ma non era quello il calcolo de' marescialli dell'armata d'Edoardo, i quali, non potendo resistere al desiderio di andarsene a scaramucciare un po' con quei de' subborghi di Beauvais, ritornarono addietro ed assalirono le barriere della citt. Ma la citt era ben custodita e gli assalitori furono obbligati di accontentarsi dell'incendio, dopo di che fecero ritorno agli alloggiamenti del re.
Sempre bruciando e saccheggiando, l'oste inglese ripigli la sua corsa e dopo aver fatto sosta per una notte nel villaggio di Grandvillers, s'impadron del castello di Arjis, il quale non era da veruno difeso, e che tostamente altro non fu che un mucchio di ceneri.
Eravi ne' contorni il castello di Poix, che doveva riuscir buona presa, poich il signore di Poix avea fama di signore opulentissimo.
Quando il re giunse al castello di Poix, gl'Inglesi se n'erano gi impadroniti; ma, contro la loro assuetudine non lo avevano ancora incendiato. Nel momento in cui varcava la porta del castello, Giovanni Chandos ed il Duca di Basset, due egregi cavalieri dell'inglese esercito, si presentarono al monarca conducendo a lui due bellissime donzelle tutte in lagrime.
Sire, disse ser Giovanni Chandos, il castello non era occupato che da queste due fanciulle che fatto abbiam prigioniere, non gi per esigere un riscatto, ma per salvarne l'onore.
Va bene, messere, rispose Edoardo, avete operato da que' nobili e cortesi cavalieri che siete.
Poi volgendosi ad una delle belle desolate:
Ragazza mia, le disse, chi siete voi e la vostra compagna!
Monsignore, disse la giovinetta con voce commossa, la mia compagna  mia sorella, ed il sire di Poix  nostro padre.
Ed il sire di Poix non  nel suo castello?
No, sire.
Ebbene! noi non facciam mica guerra alle donne, e proteggiamo anche quelli che sono protetti ed amati dalle donne. Dite ci che bramate, e ci che bramate sar fatto.
Allora le due giovinette caddero entrambe alle ginocchia del re, e gli chiesero di poter raggiungere il loro genitore ch'era a Corbie.
In conseguenza, il re le fece scortare sino al luogo ove trovavisi il loro genitore.
Voi, senza dubbio, avete gran desiderio, disse Edoardo a ser Giovanni Chandos ed al duca di Basset, di porre le vostre prigioniere in luogo sicuro. Accompagnatele adunque e vigilate con cura ed attenzione su di esse.
Quando i due cavalieri ritornarono, scorgeasi sui loro volti la nobile gioia della bell'azione da essi compiuta.
In questo tempo que' della citt di Poix, appena avuta notizia della generosit d'Edoardo verso le due figlie del loro signore, sperarono rinvenire la medesima generosit per loro appo i marescialli dell'esercito inglese. Fecero dunque a questi proporre una somma considerabile, purch non volessero prender veruna cosa n cosa alcuna abbruciare.
Tal somma doveva esser pagata immediatamente dopo la partenza del re.
La proposizione fu accettata. Ordine venne dato, sotto pena di morte, di rispettare la citt, non che i castelli, e il d vegnente, quando il re part, alcuni cavalieri si trattennero affine di ricevere il denaro.
Nullameno, l'ora stabilita era omai da lungo tempo trascorsa, ed i cavalieri niente vedeano venire.
Si avviarono allora verso il castello di Poix all'uopo di reclamare il promesso riscatto, ma invece della somma fissata vi trovarono uomini bene armati i quali, dopo aver significato che non pagherebbero neppure un soldo, si diedero a correre su di loro.
Gl'Inglesi vedendosi beffati, mandarono due de' loro a chieder soccorso all'armata, e si prepararono a combattere sinch il soccorso non giungesse.
In buon numero erano quelli di Poix, ma gl'Inglesi diedero loro tanto a fare che, quando il sere di Cobehen e quello di Holland quali entrambi capitanavano il retroguardo, arrivarono a loro soccorso, combattevano tuttora, n aveano perduto un uomo.
Traditi! traditi! gridavano gl'Inglesi.
E secondati dal rinforzo che loro giungeva abbruciarono la citt, uccisero quasi tutti gli abitanti ed atterrarono i due castelli.
Raggiunsero quindi il re che erasi recato ad Airaines, e che, volendo alloggiarvi un giorno o due, avea vietato che si facesse danno alla citt.
Re Edoardo, occupossi immediatamente di trovare un passaggio sulla Somma ed a tale uopo, mand il conte di Warwick e messer Gottifredo di Harcourt con mille uomini d'arme e duemila arcieri, onde se ne andassero, dice Froissart, tasteggiando e guardando lunghesso il fiume Somma se potessero trovar passaggio per cui transitare a salvamento.
I due marescialli, cui abbiam nominati, si posero in cammino e trovarono un ponte, ma cos ben difeso era quel ponte, che sebbene avessero tentato un grande assalto contro i Francesi, non riusc ad essi impadronirsene, ed ebbero appena il tempo di portarsi altrove.
Arrivarono allora a Long nel Ponthieu, ove era pur anche un ponte: ma s bene protetto che andarono a cercarne un'altro, quale infatti trovarono a Pecquigny. Ma anche questo era meglio guardato degli altri due, dimanierach i due marescialli portaronsi a trovare il re dicendogli ci che era, cio, che Filippo sesto avea fatto riparare e guarnire i passaggi sul fiume Somma, affinch Edoardo e la sua oste passar non potessero, ed esso, Filippo, potesse combatterli a suo grado o, se mai gli piacesse, affamarli.
...
.
...
Capitolo 21.
...
.
...
In questo frattempo, Filippo sesto avea cessato le sue esitanze, e desideroso  di combattere Edoardo, erasi posto francamente ad inseguirlo. Egli avea dunque lasciato S. Dionigi, e marciando a grandi giornate era giunto ad Amiens mentre Edoardo ancor trovavasi ad Airaines.
La sera istessa del giorno in cui il conte di Warwick e Gottifredo di Harcourt avean portato al re la risposta da noi test riferita, alcuni uomini furono presi e riconosciuti per ispie del re di Francia.
Un solo di costoro neg essere spia del re di Francia. Il solo caso, dicea costui, lo avea fatto trovar con gli altri. Egli assicurava di pi, che lunge dal volere servire Filippo, avrebbe voluto servire Edoardo d'Inghilterra. Era codesta una maniera di difesa tanto conosciuta che niuno vi di bada e tutti furon di parere che bisognava appiccar per la gola quel prigioniero, e prima di tutti gli altri. Allora quell'uomo si tacque, ed il re, dopo averlo attentamente esaminato, si content di serbare i prigionieri sino a nuov'ordine; poi, prima che il campo francese potesse essere informato della sua posizione, di l'ordine della partenza che dovea oprarsi il d vegnente a mattina.
Difatti, al levar del sole, il re ud la messa, le trombe suonarono, e gl'Inglesi partirono, conducendo i prigionieri con le mani legate dietro alle spalle, ed attaccati con funi alla sella dei cavalli.
Gl'Inglesi arrivarono cos presso Abbeville, ove era un guado che Edoardo ignorava ancora, ma che Filippo conosceva ed affidato aveva alla custodia di semila uomini sotto il comando di messer Godemarte di Fay.
Ma il sere di Fay reclut sul suo passaggio tutti coloro che vollero accompagnarlo, e la sua truppa aumentossi di altri seimila uomini.
Filippo sicuro allora che Edoardo non attraverserebbe la Somma, n potrebbe isfuggirli, lasci Amiens e marci sopra Airaines, ove stimava che il suo regio antagonista tuttor si trovasse. Ma come abbiam veduto, gl'Inglesi erano fin dal mattino partiti, e i Francesi, i quali rinvennero ancora le mense imbandite, non trovarono pi i commensali che erano gi molto lontani.
Edoardo difatti ben sapea che il re di Francia accanitamente lo inseguiva, ma come avesse voluto esaurire le forze del suo nemico con tali continue cacce, fuggiva sempre a lui d'innanzi, n voleva dar battaglia.
Rimase dunque nella citt d'Oisemont ad aspettare che i due marescialli, cui egli avea nuovamente spediti in cerca di un passaggio, fossero ritornati. Ritornarono alla sera: essi eransi prodemente battuti, ma nulla aveano trovato.
Allora il re fece chiamare i prigionieri e disse:
Avvi tra voi alcuno che conosca il passaggio che debb'esservi presso Abbeville e d'onde noi e la nostra oste possiamo passare senza pericolo? Se uno di voi il sa, lo dica, e sar libero.
Tutti quegli uomini si stettero taciturni.
Sire, disse allora Gottifredo di Harcourt piegandosi all'orecchio del re, io conosco i Francesi, e nessuno di questi uomini, per avere la la vita salva vi dir quanto chiedete. Promettete la libert a tutti, e forse uno di essi acconsentir, per salvare i suoi compagni, ad indicarvi il passaggio.
Va bene, disse Edoardo.
E volgendosi verso i prigionieri:
Non pi la libert di un solo, disse, ma quella di tutti io prometto: di pi, cento scudi nobili se uno di voi m'indica il passaggio.
Allora uno di quegli uomini si avvicin al re e gli disse:
Sire, niuno de' miei compagni che sono tutti Francesi sarebbe capace di tradire il suo paese; ma io, era soggetto ad Oliviero di Clisson, il quale mor per avervi riconosciuto per suo vero re; spetta dunque a me offrirmi per gli altri, perch il re di Francia non  il mio re.
Nondimeno, Edoardo disse, venivate a spiare il nostro esercito per conto del re di Francia quando foste arrestato.
Sire, quando fui arrestato, ho gi detto che non ero spia; oggi lo ripeto. Ho detto inoltre che avrei voluto servirvi. Oggi se ne presenta l'occasione e sapr darvene certa prova. Datemi nuovamente la vostra real parola che tutti questi uomini saranno liberi e vi mostrer io stesso il passaggio che tanto bramate conoscere.
Mi fido della vostra parola, disse allora Edoardo, convinto dall'accento schietto e sincero di quell'uomo, e da questo momento i vostri compagni son liberi.
Nello stesso tempo Edoardo comandava che cadessero i legami de' prigionieri, e s lasciassero questi uscire liberamente dal campo.
Sire, disse allora Gobino Agace, ch questo  il nome di quell'uomo conservatoci dall'istoria; nessuno meglio di me conosce il passo della Tacca Bianca, dal perch nel corso di quest'anno l'ho passato pi di venti volte. Mi prendo adunque impegno, sire, sulla mia testa, di farvi passare la Somma in un sito ove la vostra fanteria non avr acqua che fino alle ginocchia, e che que' di cavalleria passeranno senza bagnarsi gli sproni. Perocch, quando arriva il flusso del mare, fa straripare il fiume, e niuno potrebbe passare; ma quando si ritira, il che succede due volte per notte, si pu benissimo passare come vi ho detto. In quel sito ove trovasi il guado vi  della ghiaia bianca; di l gli viene il nome di Tacca o Macchia Bianca.
E non vi  altro passaggio che quello? domand Edoardo.
S, il ponte d'Abbeville, ma  difeso in modo che oltre che perdereste molta gente a volerlo passare, sarebbe forse un'impresa senza risultato.
Ma, e la Tacca Bianca non  difesa?
Mades, sire, rispose Gobino Agace, ma non v'ha pericolo veruno n per voi n per i vostri soldati.
Perch?
Perch  messer Godemarte di Fay che la occupa, e messer Godemarte di Fay non  ostinato in fatto di combattimenti.
Sicch si arrender!
Probabilmente non verr nemmeno a questo, sire: quando vi vedr spuntare con la vostra oste, se ne andr lesto e chiotto molte miglia lontano.
Se  vero ci che dite, soggiunse Edoardo, tutto andr bene; e se riusciamo, calcolate, mio compagnone, sulla generosit d'Edoardo d'Inghilterra.
Rispondo di tutto, sire, replic Gobino inchinandosi, purch, beninteso, siate al guado domani quando si alzer il sole.
Vi saremo.
Ed il re fece subito ordinare che ognuno si accingesse a partire.
A mezzanotte le trombe annunziarono la partenza.
I soldati eransi allestiti, i carri erano stati caricati tutto e tutti eran pronti gl'Inglesi partirono.
Quando giunsero al guado, durava ancora il flusso del mare, e fu d'uopo aspettare che si fosse ritirato. Allora messer Godemarte di Fay, il quale, come abbiam gi detto, avea radunato dodicimila uomini circa, si present e fece collocare in ordine di battaglia la sua truppa in modo da impedire il passaggio dell'oste inglese.
Allora, contro la predizione di Gobino Agace uno strano combattimento s'impegn fra le due osti, cio, combatterono nell'acqua, e di quando in quando, la corrente traportava un cadavere che facea rossa di sangue l'acqua trasparente, rischiarata da' primi raggi del sole.
Era un curioso spettacolo vedere quegli uomini che abbandonavano la sponda e si precipitavano nell'acqua per combattersi, mentre impassibili quali numi marini, gli arcieri inglesi tiravano con tanta rapidit e speditezza quanto se fossero stati in uguale pianura.
In quel frattempo, gl'Inglesi protetti da quel muro vivente ed impenetrabile passavano all'altra sponda.
Ma non v'era per tempo da perdere. I Francesi accorrevano di tutta lena, e d'uopo facea evitarli.
Gl'Inglesi tentarono felicemente uno sforzo supremo, ed i Francesi sparirono gli uni da un lato gli altri dall'altro, per le vie che conducevano ad Abbeville e a Saint-Riquier.
Gl'Inglesi non avean tutti per anco lasciata la riva, allorch alcuni scudieri de' signori di Francia, che voleano prender la rivincita di uno scacco sofferto pochi giorni prima, giunsero e riaccesero la lotta gi vicina ad estinguersi. Con quell'ardita impresa que' bravi scudieri speravano di dare il tempo di arrivare al re di Francia.
Ma Gobino Agace che non si era scostato da re Edoardo, gli disse:
Sire, andate in soccorso de' vostri soldati o abbandonateli, perch il flusso tra breve ritorner, e oltre che sar troppo tardi per passare la Somma, il re di Francia, che vi corre addosso, vi raggiunger.
Gl'Inglesi scaramucciavano allora contro gli uomini del re di Boemia e di Giovanni d'Analto.
Edoardo arriv in soccorso de' suoi, e gl'inimici fuggirono come gazzelle spaventate, lasciando molti cadaveri sulla riva.
Gli ultimi Inglesi passarono.
Era omai tempo.
Appena l'ultimo avea toccato l'altra riva quando Filippo sesto compariva l dove il combattimento avea avuto luogo.
Egli accingevasi a passare e ad inseguire gl'Inglesi, quando i marescialli gli dissero: Sire! guardate!!
Il mare difatti s'impadroniva del fiume, ed il flusso arrivava s rapido e s vasto che il rumore de' suoi fiotti copriva il clamore di quelle migliaia di soldati che calcavano la sponda.
Troppo tardi! susurr Filippo; troppo tardi! Non con uomini adunque abbiam che fare ma con demoni!
Durante quel tempo, gl'Inglesi si allontanavano, ed Edoardo domandava a Gobino Agace ci che dar gli dovesse in contraccambio del servigio che renduto gli avea.
Sire, datemi un cavallo, rispose quell'uomo, ond'io mi allontani al pi presto, perch credo che adesso in questo paese non faccia pi buon'aria per me.
Edoardo di al villico il chiesto cavallo aggiungendovi anche i cento nobili d'oro che gli avea promesso. Poi si ripose in marcia, attravers, senza danneggiarla, la citt di Noailles, poich apparteneva alla figlia di Roberto d'Artois, e and ad alloggiare alla Braye. Si ripose in via la domane, ed il venerd a mezzogiorno si ferm in un luogo molto vicino a Crcy in Ponthieu, e qual se Dio stesso gli avesse ordinato di fermarsi in quel sito:
Qui! disse re Edoardo terzo. E fece disporre il suo esercito in tre corpi.
...
.
...
Capitolo 22.
...
.
...
La battaglia di Crcy
Edoardo terzo arriv dunque presso Crcy nel Ponthieu, come accennammo test, ed aveva detto:
Io son qui sul giusto retaggio di mia madre, che le fu dato in dote, e voglio difenderla contro il mio avversario Filippo di Valois, o morirvi.
Crediamo aver fatto menzione della visita che fatta avea il giorno innanzi alla contessa d'Aumale. Egli non erasi accontentato di far rispettare le sue terre, come essendo figlia di Roberto d'Artois, ma giurato le aveva di vendicare l'esiglio e la morte di suo padre.
Adesso vedremo come Edoardo mantenesse la promessa.
Egli non aveva al suo servigio che l'ottava parte de' soldati che Filippo avea raccolti sotto lo stendardo di Francia; trattavasi adunque, per lui, di ben organizzare i suoi corpi.
Si ferm con tutta l'intiera sua oste in pieno campo, e, quando fu riunita, mand il conte di Warwick, Gottifredo di Harcourt e Regnault di Cobehen a cercare il posto ove stanziar dovesse l'esercito definitivamente per dar la battaglia.
Inoltre, vari scorridori furono spediti ad Abbeville, coll'incarico di penetrare ci che il re di Francia si prefiggesse fare e di assicurarsi che questi non passerebbe la Somma in quel giorno istesso.
Gli esploratori fecero ritorno al campo inglese, dicendo nulla esservi da temere sino alla domane.
In conseguenza, il re permise a' suoi soldati di andarsene in cerca di alloggiamento ove pi lor piacesse per la notte, ordinando ad essi di tenersi pronti per il d vegnente al romper dell'alba, non appena udrebbero il primo squillar delle trombe, e di riunirsi al posto che era stato indicato come il pi favorevole dal conte di Warwick e da Gottifredo di Harcourt.
Lasciamo che gl'Inglesi si stabiliscano come lor meglio riesca, e rechiamoci a vedere ci che durante quel tempo faceva re Filippo sesto.
Quel d, 25 agosto 1346, ed era un venerd, Filippo rimase fino a sera ad Abbeville, aspettando le sue genti, che giungevano da per ogni banda.
Ei le facea immediatamente uscire dalla citt e recarsi in aperta campagna, affine di trovarsi pi presto pronti la dimane, mentre bene stabilita era l'intenzione sua di abbandonare la citt e di combattere gl'Inglesi, qualunque fosse il risultato che potesse conseguirne.
Fece anch'esso ci che fatto aveva Edoardo.
Sped due de' suoi generali, il sire di Saint-Venant ed il sire di Montmorency, ad assicurarsi delle disposizioni dell'armata inglese.
I due generali ritornarono annunziando di aver trovato gl'Inglesi alloggiati presso Crcy, e secondo ogni apparenza col aspettando i loro nemici.
Sta bene, disse re Filippo, e se piace a Dio li combatteremo domani. Adesso, signori, aggiunse egli, andiamo a cena, perch stasera vo' bere alla salute di tutti quelli che vengono in mio aiuto.
Tutta la nobilt e la cavalleria di Francia sedevano a quella cena.
Erano il re di Boemia, il conte d'Alenon, il conte di Blois, il conte di Fiandra, il duca di Lorena, il conte di Auxerre, il conte di Santerre, il conte di Harcourt, messer Giovanni d'Analto, e molti altri ancora cui riuscirebbe troppo lungo il nominare.
Quando la cena fu presso al termine, il re si alz e disse:
Messeri, domani la Francia giuocher una importante partita che coll'aiuto del Signore e del vostro coraggio sar, spero, da noi vinta; ma per ci fa mestieri che siate tutti uniti, tutti amici gli uni degli altri, senz'invidia, senza rancore, senz'orgoglio; ognuno abbiasi la sua parte di vittoria se la otteniamo, e niuno possa rigettar sul suo vicino la disfatta se tale sar l'evento.
Tutti allora giurarono al re che farebbero com'esso desiderava, e che uniti sarebbero come fratelli.
Sire, disse quindi il re di Boemia a Filippo, alla cui destra stava seduto; io son cieco e non potr vedere il gran fatto che si compier dimani, ma vi giuro che non morr senz'aver dato parecchi buoni colpi di spada a pro della vostra causa.
I due re si abbracciarono, ed ognuno si ritir per riposarsi un poco.
Mentre ci accadeva ad Abbeville, lo stesso accadeva nel campo d'Edoardo. Gl'Inglesi avevano trovato il paese fertile e abbondante di viveri; e perci re, principi e baroni faceano vita magna aspettando gli avvenimenti, e tutti si ritirarono risoluti a ben combattere ed a riportar la palma.
Quando Edoardo fu solo, entr nel suo oratorio, s'inginocchi e rimase in lunga preghiera, divotamente e ferventemente chiedendo a Dio, ove combattere dovesse la domane, di lasciarlo uscire dal combattimento ad onor suo.
Finite le sue orazioni, il re fece chiamare il principe di Galles.
Figlio mio, gli disse, domani, giusta ogni probabilit dovrete guadagnare i vostri sproni. Fate come ho fatto io pocanzi, pregate Dio che vi accordi il suo aiuto, mentre ogni forza, caro figlio, ne viene da Dio.
Edoardo abbracci teneramente il figlio che anch'esso s'inginocchi e volse a Dio ferventi preghiere.
Il re and a coricarsi.
Il domani si alz di buon'ora, e ascolt la messa col principe di Galles, che gli disse:
Son pronto, padre mio.
La maggior parte de' cavalieri che accompagnavano il re si confessarono, e dopo le messe, Edoardo ordin a tutte le sue schiere di lasciare gli alloggiamenti, e di riprendere il posto del giorno innanzi.
Poi fece costruire un gran parco presso un bosco dietro la sua armata. Questo parco non aveva che un'entrata, e rinchiusevi dentro i carri tutti ed i cavalli.
Tutti gli uomini d'arme e gli arcieri rimasero a piedi.
In seguito procedette all'ordinanza delle battaglie, o per meglio dire e servirci di una espressione pi moderna, dispose i suoi corpi d'esercito.
Ei ne fece tre.
Il primo era capitanato dal principe di Galles, cui vennero aggiunti il conte di Warwick, il conte di Kenfort, messer Gottifredo di Harcourt, messere di Cobehen, messer Tommaso di Holland.
Venivano poscia messer Riccardo di Stanfort, il sire di Manne, il sire di Haware, messer Giovanni Chandos, messer Bartolommeo di Brubbes, messer Roberto di Neufville, messer Tommaso Aiford, il sire di Bourchier, il sire Latimer, e molti altri buoni cavalieri e scudieri.
Questo corpo d'esercito poteva comporsi di ottocento uomini d'armi, di duemila arcieri e di duemila briganti scelti fra i Gallesi. Abbiam detto pi sopra ci che s'intenda per briganti.
Il secondo corpo era comandato dal conte di Norhantonne, il conte di Arundel, il sire di Ros, il sire di Tocq, il sire Villeb, il sire di Basset, il sire di Saint-Aubin, messer Luigi Tuetout, il sere di Multon, ed il sire di Lascels ed altri.
Si componeva di cinquecento uomini d'arme e di mille dugento arcieri.
Finalmente, il terzo corpo era comandato dal re stesso, con quantit di cavalieri e scudieri che scelti aveva a suo talento.
Componeasi di settecento uomini d'arme circa, e di duemila arcieri.
Quando furono ordinate queste tre battaglie, quando ciascuno, conte, barone o cavaliere, seppe ci che far dovea, il re d'Inghilterra mont un piccolo palafreno, tenendo in mano un piccolo bastone bianco, e accompagnato da' suoi marescialli che gli stavano alla destra, attravers le file del suo esercito, rammentando alle truppe essere nelle loro mani il suo dritto e l'onor suo riposto.
Ci diceva con accento s dolce e con s grazioso sorriso che, qual fosse il sentito cordoglio, se ne sarebbero consolati veggendo cos leggiadro aspetto ed udendo cos benevole parole.
Quando fu terminata quell'esortazione, poteva essere mezzogiorno.
Edoardo rientr nel corpo d'esercito specialmente da lui capitanato, ed ordin che tutti i suoi soldati mangiassero e bevessero a loro bell'agio.
Quando ebbero mangiato e riportato le loro pentole ed i bariletti su i carri, sedettero a terra, mettendosi avanti le armi, ed aspettarono.
Dal suo canto Filippo sesto avea di buon mattino ascoltato la messa nella badia di S. Pietro ad Abbeville, col re di Boemia, il conte d'Alenon, il conte di Blois, il conte di Fiandra e co' principali signori che erano nella citt.
Al levar del sole, Filippo usc d'Abbeville traendosi a seguito s grande quantit di uomini che sarebbe meraviglia a dirsi.
Quando il re fu distante due leghe dalla citt, Giovanni di Analto gli si fe' vicino e disse:
Sire, bene sarebbe che ordinaste le vostre battaglie e vi faceste passare davanti i vostri fantaccini affinch non sieno calpestati dalla cavalleria. Poi farebbe mestieri anche mandare tre o quattro de' vostri cavalieri, per riconoscere i nemici e vedere in quale stato sono.
Avete ragione, messere, disse il re, e seguir il vostro consiglio.
Difatti, Filippo mand quattro insigni cavalieri che erano il Monaco di Bascle, il signore di Noyers, il signore di Beaujeu ed il signor d'Aubigny alla ricognizione del nemico.
Codesti quattro cavalieri si avvicinarono tanto che gl'Inglesi ben compresero il motivo che sin l li spingeva; ma fecero le viste di non vederli, e lasciarono che tranquillamente raggiungessero il loro esercito, il quale si ferm vedendoli ricomparire.
Traversarono i quattro cavalieri reduci la folta che li separava dal re, il quale volgendosi al Monaco di Bascle gli disse:
E cos! messere, quali nuove?
Sire, quegli che veniva interrogato rispose, abbiam veduto gl'Inglesi: sono ordinati in tre battaglie, e non sembrano neppur per ombra disposti a fuggire, dal perch stanno tranquillamente seduti a terra. Se mi permetteste, sire, vorrei darvi un consiglio.
Un consiglio: parlate.
Credo, salvo miglior parere, che dovreste far fermar qui tutte le vostre truppe e farvele alloggiare durante tutta questa giornata, poich, innanzi che le ultime abbiano raggiunte le prime ed ordinato abbiate le vostre battaglie, sar gi tardi. Le vostre genti saranno stanche, disordinate, laddove i vostri nemici, freschi e sicuri saranno di quanto debbono oprare. Domattina potrete molto meglio ordinare le vostre battaglie e vedere da quale lato dovete attaccare.
Il consiglio piacque al re, che ordin fosse fatto come detto aveva il Monaco di Bascle.
I due marescialli cavalcarono dunque, l'uno davanti, l'altro di dietro, e gridarono ai porta-bandiere:
Fermatevi, bandiere, in nome del re e di S. Dionigi!
Que' che eran davanti fermaronsi, ma quelli che eran dietro proseguirono a marciare, dicendo che si fermerebbero sol quando giunti tanto innanzi quanto i primi.
Quando que' che stavano innanzi videro ci, ripigliarono la loro marcia, mentre ognuno poneva orgoglio ad essere nella prima fila, cosicch la parola del prode cavaliere non venne ascoltata.
Il re pi non pot, al pari degli altri capi, esser padrone delle sue genti, e tutta quella massa si mise in moto senz'ordine e senza ubbidienza.
Allora successe ci che dovea succedere.
Quand'ebbero marciato un altro po' di tempo, trovaronsi faccia a faccia co' nemici, e le truppe che avevano voluto essere nella prima fila indietreggiarono, e compresero com'esse avrebbero fatto meglio a seguire la parola del sire di Bascle, che fare quanto facevano.
Ma era omai troppo tardi.
Indietreggiarono con tal disordine che quelli che eran dietro pensarono essere di gi impegnato il combattimento alla fronte dell'esercito, ed una parte de' loro gi vinta e sconfitta, di maniera che non sapendo cosa fare, gli uni andarono in soccorso de primi, gli altri non si mossero.
Le vie che mettevano da Abbeville a Crcy erano gremite di soldati; ve n'era difatti s gran calca che tre leghe prima d'arrivare al campo inglese, essi avevano di gi sfoderate le spade gridando:
A morte! a morte!
E gridavano per niente, dal perch non vedevano ancora veruno.
...
.
...
Capitolo 23.
...
.
...
La battaglia di Crcy
(seguito del precedente)
Niuno potrebbe rendere un conto esatto di ci che avvenne allora dalla parte de' Francesi, tanto v'ebbe disordine e confusione nell'esercito del re di Francia.
Quando gl'Inglesi vidersi venire incontro i Francesi si alzarono senza ombra di paura e si disposero nelle loro battaglie, quella del principe di Galles davanti agli arcieri collocati a forma di erpice, e le genti d'arme nel fondo della battaglia.
Il conte di Norhantonne ed il conte d'Arundel col loro corpo d'esercito, teneansi pronti a proteggere quello del principe, se d'uopo fosse.
"Dovete sapere, dice Froissart, che quei signori, re, duchi, conti, baroni francesi, non venner fin l tutti assieme, ma uno prima, uno dopo, senza freno n ordine."
Quando il re Filippo giunse al posto ov'erano gl'Inglesi, quando li vide, il sangue gli mont al volto, perch grande era l'odio ch'ei per essi nutriva. Non pot dunque frenarsi dal combatterli, e disse a' suoi marescialli:
Fate passare avanti i nostri Genovesi, e cominciate la battaglia in nome di Dio e di s. Dionigi!
Filippo avea col quindicimila balestrieri genovesi circa, che avrebbero preferito le mille volte di non cominciare il combattimento, dal perch erano tanto stanchi di aver marciato per sei leghe con le loro pesanti armature indosso, che potevano appena appena reggersi sulle gambe.
Dissero dunque che, nello stato in cui erano, non potevano riuscire di gran soccorso alla battaglia.
Codeste parole giunsero all'orecchio del conte d'Alenon, che ne fu altamente corrucciato, ed esclam:
E perch si accetta in servizio questa bruzzaglia, che manca allora appunto che se ne ha d'uopo?
Appena il conte d'Alenon avea cos parlato, avvenne una cosa strana. Il sole si vel come se vi fosse stato un ecclissi, e cadde una pioggia la quale somigliava piuttosto ad un diluvio.
Ad ogni istante il cielo fendeasi, ed un lampo ne squarciava le vlte da un orizzonte all'altro, ed il tuono romoreggiava.
Poi, qual se il Cielo non avesse voluto far grazia di un presagio al bel paese di Francia che correa s gran pericolo, un nuvolo di corvi, simili ad un immenso velo di gramaglia, pass al di sopra de' due eserciti, accompagnando il suo volo con grida lugubri e malagurose. I pi sav tra i cavalieri dissero esser quello un segno di grande battaglia e di grande spargimento di sangue.
Non pertanto il tempo cominci a rasserenarsi. Il sole ricomparve; gl'Inglesi lo aveano alle spalle: ed i Francesi appunto negli occhi.
Quando i Genovesi videro che lor facea mestieri avvicinarsi agl'Inglesi, si diedero ad alzare forti grida per ispaventarli. Ma gl'Inglesi non esitarono, n parvero nemmeno aver udito tai grida.
I Genovesi ricominciarono a gridare con quanta forza aveano e si avanzarono alcun poco.
Gl'Inglesi non si mossero un passo. Finalmente i Genovesi gittarono un ultimo grido e cominciarono a tirare.
Allora gli arcieri inglesi fecero un passo, tesero le loro balestre, ed una grandine di frecce cadde su i Genovesi.
Quando questi che non conoscevano la destrezza de' loro avversari, si videro in quel modo crivellati, furono spaventati, e molti ve ne furono che tagliate le corde de' loro archi, li gettarono via.
La maggior parte torn addietro.
Allora ebbe luogo una scena incredibile.
Fra i Genovesi ed i Francesi trovavasi una gran siepe di genti d'arme, riccamente vestite ed equipaggiate, le quali stavano guardando la zuffa dei Genovesi: dimodoch quando quelli vollero fuggire non poterono.
Allora il re di Francia, veggendo quanto poco que' mercenari tutti gli servivano, sclam:
Su via, subito! uccidete tutta quella canaglia che impedisce il passo senza ragione!
Avreste allora veduto que' soldati uccidersi fra loro, eglino che far doveano causa comune contro un medesimo nemico.
Durante un tal tempo, gl'Inglesi tiravano senza interruzione, n alcuno de' loro strali andava perduto.
In questa maniera cominci la battaglia di Crcy, il sabato 26 agosto 1346, all'ora de' vespri.
...
Era il momento di ricordarsi de' giuramenti ch'erano stati fatti il giorno innanzi, e nulla meno, come abbiam veduto, pochi signori francesi se ne rammentavano, poich tutti, invece di eseguire gli ordini del loro real duce, avevano voluto combattere nella prima fila. Frattanto uno ve n'era che non avea obbliato; e questi era il re di Boemia, Giovanni di Lussemburgo.
Quando ei sent che la battaglia era cominciata, domand ai cavalieri che gli erano vicini, come si portava la compagnia delle loro genti.
Male, monsignore, gli fu risposto, poich i Genovesi hanno indietreggiato, ed il re ha dato ordine che fossero uccisi, dimodoch, occupati come sono gli uni nell'uccidere, gli altri nel difendersi, c'impediscono ognor pi.
Ah! rispose il re di Boemia,  un cattivo augurio per noi. Ma dov' messer Carlo mio figlio?
Essi risposero:
Nol sappiamo, monsignore; crediamo che sia pi lunge e che si batta.
Allora lo stesso re di Boemia disse alle sue genti:
Voi siete i miei soldati, i miei amici, i miei compagni; vi prego dunque di condurmi tanto avanti, da potere io attenere la mia parola e dar almeno un colpo di spada.
Que' che eran l acconsentirono. Per non perdersi nella folla, attaccarono i freni de' loro cavalli gli uni agli altri, il suo nel mezzo, e si gettarono nel folto della mischia.
Come ben si pensa, il re di Francia, avea grande angoscia in cuore nel vedere le sue genti battute in quel modo da un pugno d'Inglesi.
Chiese dunque a Giovanni d'Analto che gi gli avea dato un buon consiglio, cui non avea potuto porre in opra, ci che allora far si dovesse.
Sire, io nulla veggo di meglio, rispose il cavaliere, che il ritrarvi e porvi in sicurezza; poich vi potrebbe accadere sciagura come a quelli de' vostri amici che sono gi morti.
Il re che fremeva di collera e d'impazienza, non tenne conto di quel consiglio. Si avanz un po' pi perch avrebbe voluto raggiungere il conte d'Alenon suo fratello, del quale vedea sventolar le bandiere sur una piccola montagna.
Il conte di Alenon discese con ordine sugli Inglesi e corse a combatterli. Ci fece prodigi e giunse sino alla battaglia del principe.
Filippo avrebbe voluto raggiungerlo, ma v'era s gran quantit di arcieri e gente d'armi a lui dinanzi che non vi pot pervenire.
Nullameno, questa battaglia, disastrosa nel suo complesso per l'esercito francese  piena d'insigni fatti d'armi isolati, e che sciaguratamente ruscirono vani. Cos, oltre il conte d'Alenon, cui test parlammo, oltre il vecchio re di Boemia, che, cieco, erasi gettato nel cuor della mischia, vi fu ancora il conte Luigi di Blois, nipote del re Filippo e del conte d'Alenon, che combatt valorosamente, ed il duca di Lorena che colpiva senza stancarsi. E le cose procedeano in guisa che se, invece di essere cominciata pi tardi e quando l'esercito era stanco, la battaglia fosse stata data la mattina, tre leghe pi avanti, o il domani, dopo una notte di riposo, la storia non avrebbe registrato il primo atto di quella sanguinosa trilogia che si chiama Crcy, Poitiers ed Azincourt.
Cos furonvi cavalieri francesi i quali ruppero la battaglia degli arcieri del principe e vennero sino alle genti d'armi a combattere mano a mano.
lvi, ebbervi bei fatti d'armi dalla parte degl'Inglesi, poich il fior fiore della cavalleria circondava il figlio del re d'Inghilterra.
I conti di Norhantonne e di Arundel, i quali come sopra abbiam detto, teneansi pronti a soccorrere quel giovine principe, accorsero in suo aiuto, ed era tempo, perch altrimenti non avrebbe saputo come sciogliersi dall'attacco.
Fraditanto, e per maggior sicurezza, il principe mand un cavaliere a chiedere aiuto al re suo padre che si tenea pi lunge, sur una montagnuola, a fianco d'un mulino a vento.
Quando il cavaliere fu vicino ad Edoardo, gli disse:
Monsignore, il conte di Warwick, il conte di Kenfort e messer Regnault di Cobehen che trovatisi appo il principe vostro figlio, hanno moltissimo da fare dal perch i Francesi li combattono aspramente. Perci preganvi affinch voi e la vostra battaglia li veniate a rafforzare ed aiutare ad uscir da quel pericolo, mentre, se quell'attacco si aumenta, o anche soltanto continua, temono per vostro figlio.
Allora il re disse al cavaliere che si chiamava messer Tommaso di Norwick:
Messer Tommaso, mio figlio  morto, oppure tanto coperto di ferite che non possa difendersi?
No, monsignore, rispose il cavaliere.
Or bene! messer Tommaso, replic Edoardo, ritornate a lui ed a quelli che vi han mandato, e dite loro che, per qualsiasi evento non mi inviino pi a cercare finch il figliuol mio sar in vita, dal perch voglio, come ieri gli dissi, che questa campal giornata sia sua, e ch'ei guadagni i suoi sproni da cavaliere.
Messer Tommaso di Norwick ritorn a portare la risposta di Edoardo.
Sia fatto come il re desidera! dissero il principe ed i suoi cavalieri.
E ripresero tanto coraggio che rimasero padroni del terreno.
...
Si dee pensare, dice il cronicista, e noi lo ripetiamo con lui, che col ov'erano tanti uomini valorosi e s gran moltitudine di popolo, col ove tanti Francesi perirono sul terreno, dovettero accadere insigni prove d'armi che non giunsero a nostra cognizione.
Messer Gottifredo di Harcourt, che era nel corpo d'esercito capitanato dal principe, e che avea udito a dire essere stata veduta dalla parte dei Francesi la bandiera di suo fratello, corse col ove gli era stato indicato che il conte si batteva, ma non pot giungere a tempo, ed altro non trov che un cadavere.
Vedremo pi tardi ci che ne risult.
A fianco del conte d'Harcourt era stato ucciso il conte d'Aumale, suo nipote.
Da un'altra parte, come l'abbiam detto, i conti d'Alenon ed il conte di Fiandra eransi prodemente battuti ma non poterono resistere, e caddero morti ciascuno sotto la propria bandiera, con tutti i cavalieri e scudieri che gli accompagnavano.
Il conte Luigi di Blois ed il duca di Lorena suo cognato, si difendevano con rabbia, circondati com'erano da Inglesi e Gallesi che non gli avrebbero accolti a mercede. Ma il loro valore non serv a nulla, e furon spenti sul posto una con tutti quelli che stavano a' loro fianchi.
Il conte d'Auxerre ed il conte di Saint-Paul, coperti di ferite morirono sul campo di battaglia. Alla sera, sei uomini abbandonarono il luogo del combattimento e col favore della notte, si diressero verso il castello della Braye.
Quando giunsero alla porta, la trovarono chiusa, e il ponte alzato perch era notte avanzata.
Allora quegli uomini fecero chiamare il castellano.
Il castellano discese, ed avanzandosi verso i casotti delle sentinelle, disse con forte voce: Chi va l, e chi picchia a quest'ora?
Uno de' sei uomini rispose:
Aprite, aprite, castellano!  la fortuna dalla Francia!
A quella voce che credette riconoscere, il castellano si avanz verso colui che avea parlato e ravvis re Filippo sesto. Quelli che l'accompagnavano, i soli amici che gl'Inglesi gli avessero lasciati, erano il sire di Analto, il sire di Montmorency, il sire di Beaujeu, il sire di Aubigny ed il sire di Montrault.
Quanto al re di Boemia, si trov il suo cadavere a fianco di quelli de' cavalieri i quali, con lui partiti, eran morti con lui.
...
.
...
Capitolo 24.
...
.
...
La battaglia di Crcy. (seguito dei precedenti).
Il castellano del castello della Braye, apr la porta, ed il re entr co' suoi cinque baroni.
Essi rimasero ivi fino a mezzanotte ed il re fu di parere di non dimorarvi pi lungo tempo.
Allora bevettero un po', montarono a cavallo, partirono dal castello e presero, per condurli, alcune guide che ben conoscevano il paese.
Tanto camminarono che allo spuntar dell'alba entrarono nella citt di Amiens.
Il re si ferm in un'abbazia, e disse che non si sarebbe mosso finch non avesse avuto notizia delle sue genti, e, saputo non avesse quali di quelli fossero i morti e quali i salvi.
Se invece di contentarsi di difendere il terreno che occupavano, gl'Inglesi avessero voluto, come pi tardi a Poitiers, inseguire l'esercito francese, vi sarebbero stati due volte pi morti, e la sciagura sarebbe stata due volte pi grande.
Fortunatamente gl'Inglesi non abbandonarono il loro ordine e si tennero fermi al loro posto, limitandosi a respingere quelli che gli assalivano. E ci salv il re, dal perch vi fu un momento in cui Filippo non avea a s d'intorno pi di sessanta uomini.
Vero si , che vedendo il macello che avveniva attorno a lui, vedendo cadere quella folta di combattenti sotto il soffio della morte come le foglie di un albero alle folate de' venti invernali, il re era rimasto immobile, con la mente senza pensiero, con gli occhi senza sguardo pari ad una statua del Dolor taciturno.
Allora il sere d'Analto che dato aveagli il cavallo, mentre a Filippo era caduto sotto ucciso il proprio, preso il corridore pel freno disse al re:
Su su, sire, venite e non vi fate uccider cos inutilmente. Avete perduta una partita: ne vincerete un'altra.
E Giovanni d'Analto avea condotto via Filippo quasi per forza.
Ed allora il re si era riposto in via co' suoi cinque baroni.
Vi ricordate della leggenda del re Rodrigo che dice:
"In quell'ora in cui i lucenti uccelli son muti, ed in cui la terra ascolta attentamente il murmure de' fiumi che recano il loro tributo al mare; allora che la pallida luce di qualche splendida stella tristemente splende tremula e scintillante in mezzo alle tenebre spaventose della notte tacente:
"Avendo preso un umile travestimento, come pi sicuro della corona desiderata e de' ricchi ornamenti cui tutti invidiano; spogliato delle superbe insegne dell'autorit regale, che l'amor ed il timor della morte gli han fatto lasciare sulle rive della Guadaleta: assai diverso da quel Goto che entr gi nella mischia tutto sfolgorante di quelle gemme conquistate dal valoroso suo braccio; con l'armatura tinta e del suo sangue e di quello degli stranieri, piena tutta di fitte, ed anche, in molti luoghi infranta; con la testa nuda di elmo, il volto coperto di polvere, immagine della sua fortuna omai ridotta in polvere; montato sopra Orleia, suo cavallo prediletto, che  gi s stanco che esala a stento un alito affannoso, e che talora bacia la terra;
"Cos ne' campi di Xeres, nuova e deplorabile Gelboe, sen va fuggendo re Rodrigo, a traverso alle catene delle montagne, alle foreste, alle valli.
"Tristi quadri gli passano innanzi agli occhi; un confuso rumore di guerra, colpisce l'atterrito suo orecchio; non sa lo sciagurato da qual banda volgere gli sguardi; di tutto ha spavento, di tutto diffida.
"La terra ch'ei fisa ora non  pi sua; quella terra ch'ei calpesta  degli stranieri".
Quale strana coincidenza tra il re goto ed il re francese!
Sulla fuga di re Filippo non abbiamo da porgere altri particolari tranne quelli che ne offre la romanza sulla fuga di re Rodrigo.
...
Sulla sera, quando tutto fu finito, gl'Inglesi accesero grandi fuochi nel loro campo, ed Edoardo che in tutto il giorno non avea messo gi l'elmo, and presso il principe di Galles e gli disse:
Figlio mio, voi siete daddovero mio figlio, il perch vi siete lealmente portato, ed eccovi ora degno di occupare un posto sovra un campo di battaglia.
A queste parole, il principe s'inchin ringraziando suo padre, e questi lo abbracci lodando il suo coraggio, come abbracciato lo avea il giorno innanzi per infondergliene.
Non  d'uopo dire che vi fu festa nel campo inglese, e che la notte fu passata in banchetti ed in azioni di grazia.
La domane, che era un d di domenica, faceva una grande nebbia in guisa che non ci si vedeva alla distanza di un iugero.
Edoardo ordin che cinquecento uomini d'armi lasciassero il campo e si recassero ad assicurarsi se i Francesi non si fossero di bel nuovo azzuffati.
Le comunit di Rouen, le quali non conoscevano il disastro della giornata precedente erano partite da Abbeville e da Saint-Riquier.
Gl'Inglesi che erano in ricognizione, credettero dapprima che quelle truppe d'uomini cui vedevano fossero de' loro; ma quando conobbero esser Francesi, lor corsero sopra.
La battaglia si riaccese dunque rude altrettanto, accanita e immisericordiosa al par del d precedente, dalla parte degl'Inglesi.
Trovaronsi molti morti ne' burroni, nelle siepi, cos come fuggivano in numero di ben meglio di settemila.
Poco tempo dopo, ma in altra strada, quegl'lnglesi incontrarono l'arcivescovo di Rouen ed il gran priore di Francia, che anch'essi nulla sapeano del disastro del giorno innanzi.
Non tard ad appiccarsi un combattimento, ed i Francesi furono sconfitti come quelli coi quali aveano avuto poco prima a fare gl'Inglesi.
Quella mano d'Inglesi si ripose in via, cercando e trovando altre venture dal perch alcuni soldati francesi che aveano smarrito la strada e passata aveano la notte ne' campi e non avevano veruna notizia del re e de' loro capi vennero incontrati anch'essi ed uccisi senza perdono n compassione.
Alla domenica mattina, ed in quelle isolate guerricciole vi furono quattro volte pi morti che non il sabato, in cui avvenne la grande battaglia.
...
Quando il re usciva dalla messa, ricomparvero i cavalcatori e raccontarono, ci che avean veduto, trovato ed operato.
Allora il re, fu di parere che d'uopo fosse mandare a cercare i morti, alfine di sapere quali signori erano rimasti sul campo di battaglia.
Scelse due cavalieri, messer Regnault di Cobehen e messer Riccardo di Stanfort, tre araldi onde riconoscere le loro armi, e due scrivani per iscrivere e registrare i nomi di quelli che trovassero.
Quella piccola truppa si pose in istrada, cercando i morti e trovandone s gran numero che ne fu maravigliata.
Sulla sera, nel punto in cui Edoardo si accingeva a cenare, i due cavalieri cui abbiam poco fa menzionati ritornarono e fecero il rapporto di quanto erano stati testimon.
Or dunque, essi trovato aveano sul campo undici principi, ottanta bannereti, mille dugento cavalieri d'uno scudo (cos chiamavansi que' che servivano il re di loro sola persona n avevano altri cavalieri sotto i loro ordini), e circa trentamila uomini d'altre genti. Il re d'Inghilterra, il principe suo figlio e tutti i signori lodarono Dio della bella giornata che aveva ad essi mandata, dal perch un pugno d'uomini qual essi erano a paragone dei Francesi, ne avea vinti un numero s grande.
Edoardo fu commosso della morte del prode re di Boemia e de' cavalieri che erano stati uccisi presso lui; perci ordin che grandi onori gli fossero renduti.
Il domani Edoardo fece unire i corpi di tutti i signori morti sul campo di battaglia e li fece trasportare in un convento detto Maimtenay che trovavasi nelle vicinanze di Crcy, ed ove furono seppelliti in terra sacra. Per fece capire com'ei dava una tregua di tre giorni per visitare il campo di Crcy e dar sepoltura ai morti. Dopo di che cavalc per alla volta di Montreuil sul mare, mentre i suoi marescialli correvano sopra Hefdin Vaubin e Sorny cui essi bruciavano, come per lasciare altre prove del loro passaggio.
Nel gioved successivo il re d'Inghilterra era davanti la citt di Calais, ove andremo subito a ritrovarlo.
Qual detto lo abbiamo, durante quel tempo, il re Filippo era ritornato ad Amiens ed avea preso alloggio in una casa dipendente dalla badia del Gard.
Re Filippo sesto ignorava ancora quanti nobili, ed anche del suo sangue, erano periti, a Crcy.
Alla domenica sera, egli seppe la verit. Immenso fu il suo dolore sentendo la morte del proprio fratello il conte d'Alenon, del nipote il conte di Blois, del cognato il re di Boemia.
A codeste notizie dolorosamente in lui vibr tutto ci che in esso potea soffrire ancora.
Risalendo alla sorgente de' suoi disastri, il re conobbe che messer Giovanni del Fay, il quale aveva cos mal difeso il passaggio della Tacca Bianca, n'era la prima cagione.
Allora una grande ira tenne dietro al suo grande dolore, n pens niente meno che a farlo impiccare, il che per fermo sarebbe accaduto, se messer Giovanni d'Analto usato non avesse della propria influenza su Filippo affine di scusare il capitano e fargli perdonare.
Sire, disse Giovanni d'Analto, come mai messer del Fay avrebbe resistito alla potenza fatale degl'Inglesi se il fior fiore de' vostri cavalieri non ha potuto farle fronte?
 vero, rispose il re, e fece grazia.
Dopo di che fece fare le esequie de' suoi parenti le une dopo le altre, e part dalla citt di Amiens per far ritorno a Parigi, licenziando tutti quelli delle sue genti d'armi che avevano sopravvissuto alla giornata del 25 agosto1346.
Cos ebbe fine la fatal battaglia di Crcy di cui parlano con tanto dolore gli storici francesi; battaglia che di un colpo mortale alla Francia; sventura grandissima, e sciaguratamente, neppur l'ultima. Altre prove aspettavano l'eroica fermezza di una nazione che a qualunque spada credea superiore la propria spada e che tanta fidanza riponea nella saldezza del suo braccio, nella intrepidit del suo cuore.
Quando Filippo giunse a Parigi, Edoardo d'Inghilterra avea gi posto l'assedio davanti Calais.
...
.
...
FINE Parte 2.